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LA STANZA DEI LIBRI

La “Marsaletta” di Garibaldi

Così bevevano! Eroi, guerrieri, gentiluomini e popolani. I primi, furono i Greci, subito dopo i Siciliani, e poi gli Italiani tutti non ancora uniti delle terre meridionali e settentrionali. Non e…

Pubblicato il: 13/10/2021 – 19:05
di Mimmo Nunnari
La “Marsaletta” di Garibaldi

Così bevevano! Eroi, guerrieri, gentiluomini e popolani. I primi, furono i Greci, subito dopo i Siciliani, e poi gli Italiani tutti non ancora uniti delle terre meridionali e settentrionali. Non esiste, infatti, nel nostro Paese, una regione che non produca vini, che non abbia alle spalle centinaia o migliaia di anni di storia.

In Sicilia, per esempio, la coltivazione della vite, per la produzione di vino, risale a secoli prima di Cristo, come attestano i vasi potori ritrovati nelle tombe di Cozzo del Pantano, nei pressi di Siracusa, risalenti all’età del bronzo (2000 – 1300 a.C.). E’ noto poi, nel racconto dell’avventura di Ulisse, l’episodio dell’ubriacatura del Ciclope, con il vino di Ismaros, ambientato alle falde dell’Etna. Sicilia, dunque, prima di tutti, nella produzione di vino. Non sorprende, quindi, che parta dalla “Trinacria” la storia del vino raccontata nel delizioso libretto illustrato dal titolo “Marsala: il vino di Garibaldi che piaceva agli Inglesi” (edizioni Kellermann, pagine 110, euro 15) scritto da Angelo Costacurta e Sergio Tazzer: il primo, studioso di viticoltura a livello internazionale e l’altro, esperto di storia, già direttore della sede Rai di Venezia, giornalista e scrittore di lungo corso. Si dà il merito ai Fenici – fondatori di Mozia (VII sec. a.C.) assieme agli Elmini e Leonici e della città di Lilibeo (oggi Marsala) –  della trasformazione del vino da semplice bevanda alimentare in merce di scambio.

E’, appunto, quando il vino comincia a essere considerato “merce di lusso” – soprattutto dai Romani – che entra in campo la Sicilia, che diventerà, con le norme sul vino emanate da Federico d’Aragona, nel 1296, uno dei maggiori mercati d’Europa. Il periodo del Rinascimento, che vide l’interesse dei Paesi del Nord Europa, e il Settecento, che coincide con la scoperta del “Marsala”, segnano poi il successo definitivo del vino nazional-popolare Marsala, declinato solitamente al femminile: “una Marsala” o anche “una Marsaletta”. Amatori (bevitori) famosi, come l’ammiraglio Nelson, daranno in seguito al vino Marsala grande notorietà. L’ammiraglio inglese, ordinando ai suoi cambusieri di rifornire la flotta britannica, definì il vino marsalese “degno della mensa di qualsiasi gentiluomo”. I barilotti del o della Marsala, sui basti dei muli, più tardi, dal maggio 1915 al novembre 1918, raggiunsero i soldati impegnati nella Prima guerra mondiale, per “aiutarli” a combattere. Ma, facendo un passo indietro, nella storia, è con Giuseppe Garibaldi e i suoi “mille” sbarcati a Marsala, che il nome del particolare dolce vino siciliano divenne definitivamente famoso. Con Marsala – la città – s’intreccia la storia dell’Unità d’Italia, e anche l’epoca d’oro dei Florio e dei grandi viticultori inglesi: i Woodhouse e gli Ingham. Costacurta e Tazzer ripercorrono le vicende garibaldine dall’inizio, per raccontare la storia del Marsala e di altri vini siciliani, riferendo, nelle pagine del libretto, una curiosità; una notizia sconosciuta ai più, che riguarda il Nero d’Avola, le cui origini sarebbero calabresi. Ci sono documenti, infatti, in cui si parla di varietà di vino “Calavrisi”, nel Catanese e nel Siracusano, oltre che ad Avola, naturalmente. L’accostamento tra Garibaldi e la “Marsala” si trova invece narrato nel capitolo in cui si descrive il tour dell’eroe dei due mondi portato in giro come un taumaturgo, per le vie della città siciliana.  
In visita al Baglio Florio, proprio in quei giorni, pare che il generale abbia pure assaggiato una versione “rotonda ed amabile”, del Marsala, immediatamente battezzata “Garibaldi dolce”. Nel Baglio Florio, esiste, tuttora, una lapide che ricorda la visita: “Il Generale Giuseppe Garibaldi onorando di sua visita lo stabilimento Florio nel 19 Luglio 1862, prendendo qui un momentaneo riposo, assaggiando i vini allora in preparazione diede la preferenza ad una qualità che da quell’epoca porta il glorioso nome dell’Eroe”.
Contrariamente a quanto si legge in qualche biografia, Garibaldi non era astemio, e amava il vino. Una testimonianza della figlia Clelia svela che a Caprera, don Peppino, aveva messo a dimora viti di uve siciliane, e sarà proprio una bottiglia di quel vino dolce, assaggiato dai Florio, infranta contro la prua, a battezzare il 24 marzo del 1912 l’esploratore della Regia Marina italiana a cui fu dato il nome “Marsala”, erede dell’antica “Lilibeo” fenicia.  Tanto tempo era passato, dalla visita al Baglio Florio, ma “l’influenza” del generale Garibaldi, che amava la “marsaletta”, si faceva ancora sentire.

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