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inchiesta “mala pigna”

«Investire nei rifiuti è come comprare oro. Solo che l’oro non passa inosservato»

Bombardieri: «Traffico di rifiuti garantito da forze dell’ordine e professionisti compiacenti». Paci: «Rocco Delfino figura storicamente legata alle “famiglie” di ‘ndrangheta»

Pubblicato il: 19/10/2021 – 14:01
di Francesco Donnici
«Investire nei rifiuti è come comprare oro. Solo che l’oro non passa inosservato»

REGGIO CALABRIA Non solo reati e illeciti ambientali. Nell’operazione “Mala Pigna” spicca «il ruolo di numerosi professionisti che si sono prestati a svolgere, al di là del mandato difensivo, un’attività illecita» consistita in «consulenze di parte falsificate; attività  di relazione tra soggetti in carcere e rappresentanti di spicco all’esterno; tentativi di aggiustare vicende giudiziarie non andati poi a buon fine». Dalle parole del procuratore capo della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri, emerge uno spaccato criminale dalle plurime sfaccettature. C’è l’immancabile apporto della “zona grigia”, ma anche l’operato di appartenenti alle forze dell’ordine infedeli e prestanome che permettevano di controllare – e deviare – la filiera del trattamento dello smaltimento dei rifiuti ferrosi.
La conferenza stampa tenuta questo 19 ottobre al comando provinciale dei carabinieri di Reggio Calabria parte proprio dalla genesi di quella che nasce come indagine sul traffico illecito di rifiuti ma finisce per «ricostruire un nuovo, inquietante spaccato criminale nella Piana di Gioia Tauro».

La società confiscata e gli amministratori giudiziari compiacenti

Giovanni Bombardieri, procuratore capo di Reggio Calabria

Insieme al procuratore capo Bombardieri e all’aggiunto Gaetano Paci sono presenti al tavolo i portavoce dei reparti dell’Arma che hanno lavorato sull’inchiesta fino all’esecuzione, nella mattinata odierna, delle 29 misure cautelati nei confronti di altrettanti indagati. Su tutte, Bombardieri evidenzia l’operato del Nipaaf.
«L’indagine parte, nel 2017, da alcuni accertamenti su presunti illeciti ambientali» che porteranno a incrociare nomi già noti negli ambienti della criminalità organizzata, che propiziano il passaggio del fascicolo da Palmi alla Dda.
Al centro dell’inchiesta la società “Delfino Srl” facente capo a Rocco Delfino detto “u rizzu”  e al fratello Giovanni, tra i principali indagati considerati «espressione della cosca “Piromalli”».
Nella specie, “u rizzu” sarebbe «il dominus assoluto dell’attività di lavorazione e traffico di materiali ferrosi». Prima durante e dopo la confisca della società. Proprio questo è il dato sconcertante.
Tra gli indagati risultano anche Giuseppantonio Nucara e Alberto Alessio Gangemi, amministratori giudiziari nominati in seguito all’esecuzione della misura di prevenzione reale nel 2007. «Questi – dice Bombardieri – si rivelano compiacenti nei confronti dei Delfino non solo permettendogli di continuare a gestire la ditta, ma versando loro ingenti somme di denaro contante derivanti da prelievi dalle casse della società stessa». Una somma totale che in un anno e mezzo raggiunge un ammontare di circa 700mila euro. Il tutto «all’oscuro dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati».

Bombardieri: «Sistema garantito da professionisti e forze dell’ordine compiacenti»

In prossimità della ditta e di alcuni terreni riconducibili sempre ai Delfino si estende una vasta area inquinata a fronte dell’interramento di un enorme quantitativo di materiali ferrosi. Questo aspetto porterà il gip a convertire l’originaria contestazione del “disastro ambientale” in “inquinamento ambientale”. Gli indagati avevano concentrato il loro business sull’inquinamento ambientale la cui portata veniva occultata o sminuita grazie «alla compiacenza di alcuni esponenti delle forze dell’ordine e professionisti addetti». Nomi che ricorrono dall’inchiesta Rinascita-Scott come quello di un altro odierno indagato, Giancarlo Pittelli. Il noto avvocato ed ex parlamentare Fi ha il compito di «alleggerire posizioni processuali attraverso la mediazione con alcuni magistrati» tra cui il giudice Petrini.
Condotte che «emergono anche dai verbali dello stesso Petrini, quando dichiara che Pittelli gli promise dei soldi per “aggiustare” alcuni procedimenti» aggiunge Bombardieri. Nella fattispecie quello per l’omicidio del sostituto procuratore Antonino Scopelliti.
«La condotta complessiva di Pittelli si sostanzia nel costruire un ponte di relazioni tra il carcere – e alcuni esponenti di spicco dei Piromalli tra cui Pino “Facciazza” e il figlio Antonio – e l’esterno, rappresentato all’epoca da Rocco Delfino». Non solo. Ulteriore premura di Pittelli sarebbe stata quella di agevolare il prosieguo del traffico di rifiuti «attraverso le intestazioni fittizie poi operate nel concreto».  Un rapporto saldo coi Delfino che, come emerge dalle intercettazioni, lo porta a definire prioritari i loro interessi («Prima mi devo occupare di voi, Rocco, poi vengono gli altri»). Motivi che inducono il gip a valutare fondata – almeno in questa fase – l’accusa di concorso esterno mossa nei confronti dell’imputato di “Rinascita-Scott”.

Paci: «Rocco Delfino soggetto dalla spiccata capacità criminale»

Ad approfondire i lineamenti di Rocco Delfino, figura centrale di “Mala Pigna”, è il procuratore aggiunto Gaetano Paci, che lo descrive come un soggetto storicamente gravitante nell’alveo della ‘ndrangheta di Gioia Tauro. Punto di riferimento per i Piromalli.
Un soggetto «dalla spiccata capacità criminale» collante tra «vari mondi che quest’inchiesta rivela come connessi tra loro». Alla memoria tornano i nomi di Rocco Molè e quello di Nino Gangemi. L’omicidio del primo sarà alla base della storica rottura tra le “famiglie” della Piana posto che i Molè imputavano quel fatto di sangue agli stessi Piromalli. Ma se Delfino nasce come rappresentante di spicco della mafia militare, nel tempo evolve grazie a un ampio tessuto di affari e relazioni.
Così abbraccia il business della “monnezza”, per citare una nota inchiesta. «Una criminalità che, come accaduto negli anni 70, capisce qual è l’indirizzo degli affari» e per questo si inserisce nell’industria del metalli. «Oggi – aggiunge il colonnello del Nipaaf Lupini – i metalli non si estraggono più da miniera come un tempo, ma rientrano in una logica moderna. Dal rottame si può  trarre del nuovo metallo che dovrebbe essere destinato alle infrastrutture, che sono all’infinito riciclabili» soprattutto se si tratta di metalli pregiati. «I soggetti indagati capire e sfruttare le potenzialità del settore fino ad arrivare a trattare con le multinazionali».
«Investire su rifiuti e metalli è come investire nell’acquisto di oro. – conclude – Solo che l’oro, a differenza della carcassa di un’autombile, non passa inosservato». Sta qui l’entità della «minaccia ambientale, divenuta settore strategico dell’attività delle cosche». (redazione@corrierecal.it)

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