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Le estorsioni sui lavori dell’A3 e il caso della cava di Acconia. Mazzei: «Mi dissero che era territorio degli Anello»

Il racconto dell’imprenditore lametino finito agli atti dell’inchiesta contro il clan di Filadelfia

Pubblicato il: 02/11/2021 – 15:05
di Giorgio Curcio
Le estorsioni sui lavori dell’A3 e il caso della cava di Acconia. Mazzei: «Mi dissero che era territorio degli Anello»

LAMEZIA TERME «Quando ci avvicinammo con i lavori verso Lamezia Terme e comunque quando superammo il territorio di Acconia, il “Polacco” mi portò al cospetto di Tommaso Anello (…) e mi spiegava che Acconia era territorio della sua famiglia cui dovevo corrispondere denaro a titolo estorsivo». A tirare in ballo Tommaso Anello, classe ‘64, fratello di Rocco ed entrambi considerati dai magistrati della Dda di Catanzaro «capi indiscussi» della locale di Filadelfia è Salvatore Mazzei, imprenditore di Lamezia Terme che ha riportato una condanna definitiva. A Mazzei, assolto invece nel 2016 nel processo scaturito dall’operazione “Arca”, il 5 febbraio del 2018 erano stati confiscati beni per un valore di oltre 200 milioni di euro. Tommaso Anello, invece, è uno degli imputati chiave del processo imbastito dalla Dda di Catanzaro. L’interrogatorio di Mazzei, risalente all’1 dicembre del 2017, reso ai magistrati durante il suo periodo di detenzione a Velletri, è finito agli atti del processo “Imponimento”, nato dall’omonima inchiesta della Dda di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, e che mira a far luce sugli affari illeciti e la potente cosca Anello di Filadelfia. E Tommaso Anello è proprio uno degli imputati del troncone con rito ordinario, alle battute iniziali in aula bunker a Lamezia Terme, mentre il fratello Rocco ha scelto l’abbreviato.

a3 acconia a2

Le estorsioni subite dagli Anello

Nel corso dell’interrogatorio finito agli atti del processo Mazzei, ammesso come teste perché «persona informata sui fatti», colloca tra la fine degli anni ’90 e gli inizi degli anni 2000 gli «incontri» avuti con gli Anello. E racconta delle presunte estorsioni subite, le stesse peraltro che hanno portato alla condanna in via definitiva dell’imprenditore lametino. In quel periodo Salvatore Mazzei vinse una commessa con la ditta appaltatrice dei lavori di ammodernamento dell’allora A3 Salerno-Reggio Calabria, nel tratto Pizzo-Lamezia Terme. «Già dal primo tratto – racconta – ricevetti la visita di Antonio Trovato detto il “Polacco”, il quale mi portò al cospetto di Claudio Fiumara di Filadelfia il quale pretese una somma di denaro a titolo estorsivo (…) dopo una breve trattativa, riuscii ad abbassare le pretese a 50 milioni di lire». Ma, quando Mazzei raggiunge il territorio di Acconia, sono gli Anello ad intervenire. «Riuscii a spuntare una somma pari a 100 milioni di lire, a fronte di una richiesta iniziale di 250. Anche questa estorsione pagai in più tranches sempre ad emissari degli Anello». Ai magistrati l’imprenditore lametino racconta poi l’incontro avvenuto con Francesco Iannazzo detto “U Cafarone”, già coinvolto nel blitz “Andromeda 2” e considerato esponente della cosca Iannazzo-Cannizzaro-Daponte, il quale – dice – «pretese denaro fino a concorrenza di quello pattuito con Tommaso Anello, dicendo che lo avrebbe consegnato agli Anello stessi che, nel frattempo, erano stati arrestati». Insomma pressioni ed estorsioni le stesse accuse per le quali lo stesso Mazzei è già stato condannato in via definitiva.

Mazzei e Ciriaco (foto Quotidiano del Sud)

La cava di Acconia e il caso Ciriaco

Nel racconto di Mazzei c’è poi un altro passaggio chiave, ancora legato alla capacità indiscussa della famiglia Anello di esercitare “pressione” sul tessuto sociale, economico e imprenditoriale di una zona molto vasta. L’acquisto di una cava nel territorio di Acconia, lungo il fiume Turrina, è peraltro una vicenda il cui filo si annoda ad una storia drammatica e di sangue ovvero l’omicidio di Torquato Ciriaco, l’avvocato lametino ucciso il primo marzo del 2002, nei pressi dello svincolo dei “Due Mari”. «L’avvocato – racconta Mazzei ai magistrati – mi aveva fatto questa proposta in quanto (la cava ndr) era proprietà di un suo cugino di Vibo Valentia (…) firmai un compromesso – racconta – in forza del quale avrei acquisito la cava per cento milioni di lire. Rimasi in possesso della cava per sei o sette mesi senza mai operare». Secondo Salvatore Mazzei, però, Ciriaco era molto turbato «e mi pregò di restituire la cava a suo cugino perché, proprio per avermi consigliato l’acquisto, stava subendo pressioni». Pressioni che, secondo Mazzei, provenivano proprio dalla famiglia Anello. Da lì a poco l’agguato mortale dell’avvocato per il quale sono stati condannati in Appello Giuseppe e Vincenzino Fruci a 30 anni, imputati anche nel processo con rito abbreviato “Imponimento”, e per i quali l’accusa ha chiesto rispettivamente 20 e 18 anni. Quello della cava fu per Lamezia un caso eclatante, caso poi citato anche nello scioglimento del Comune lametino.

«Bisogna collaborare per il bene di tutti»

Mazzei rinuncia così alla cava, salvo venire a sapere, poco dopo, che la stessa cava di Acconia fu acquistata da Totò Speziale ed Eugenio Sgromo. «Dopo circa un anno e mezzo – racconta ai magistrati Mazzei – ricordo di aver avuto uno sfogo con Speziale perché mi stavano facendo concorrenza sleale (…) ero talmente esasperato che dissi a Speziale che, se non avessero smesso, sarei stato costretto a “sedermi”, cioè denunciare quanto subito». Questo episodio avrebbe così suscitato preoccupazioni e così qualche giorno dopo Mazzei sarebbe stato raggiunto nella cava che gestisce a Lamezia Terme ancora da Francesco Iannazzo «e pretese che andassimo insieme a casa di Rocco Anello che si propose come una sorta di pacificatore». «Mi disse – racconta Mazzei – che non dovevo litigare con Speziale e Sgromo perché i conflitti avrebbero nuociuto a tutti (…) che dovevamo collaborare, che avevamo bisogno gli uni degli altri». 

L’escavatore rubato

L’imprenditore di Lamezia Terme racconta ancora ai magistrati di un altro episodio con protagonista, ancora, Rocco Anello. «Sempre nel corso delle mie forniture relative ai lavori dell’A3, subì un furto di un escavatore. Venni chiamato da un uomo di Rocco Anello che incontrai lungo la strada che porta a Filadelfia». «Rocco Anello – racconta Mazzei – mi disse che non poteva farmi ottenere la restituzione del mezzo ma si disse disponibile a farmene avere uno uguale, di provenienza furtiva, del quale avrebbe provveduto a modificare i numeri di matricola. Rifiutai l’offerta». (redazione@corrierecal.it)

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