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Gli «interessi» dell’imprenditore dei Piromalli sul Porto. Le mire sulla demolizione delle gru

I contatti tra Delfino e una ditta campana e la frase allusiva su Mct. I progetti per il traffico di rifiuti in Iran grazie a «soggetti istituzionali di rilievo»

Pubblicato il: 06/11/2021 – 6:57
di Pablo Petrasso
Gli «interessi» dell’imprenditore dei Piromalli sul Porto. Le mire sulla demolizione delle gru

REGGIO CALABRIA In una richiesta di proroga dell’attività di intercettazione telefonica a carico di Rocco Delfino, i carabinieri forestale di Reggio Calabria evidenziano come «rilevante» la «proiezione degli interessi di Delfino sul porto di Gioia Tauro». Nel terminal, l’imprenditore considerato esponente del clan Piromalli «intende accaparrarsi una “porzione” del lavoro di demolizione di 8 gru, lavoro affidato ad una ditta demolitrice di Napoli dalla società di gestione del Porto». La nota confluita negli atti dell’inchiesta Mala Pigna della Dda di Reggio Calabria si concentra su una intercettazione che vede protagonisti Delfino e il rappresentante legale di questa società, che non è indagato. Le parole di Delfino, ovviamente, vanno sottoposte ai riscontri del caso. La ditta campana è attiva nel commercio all’ingrosso di rottami e sottoprodotti metallici della lavorazione industriale e la telefonata risale al 16 aprile 2019. 

Delfino e i presunti rapporti con Mct

L’uomo che per i magistrati antimafia è il braccio patrimoniale di uno dei più temibili casati ‘ndranghetistici vorrebbe entrare nell’affare – un progetto che porterà alla demolizione di strutture per un quantitativo di metalli superiore alle 4mila tonnellate – con la «fattiva collaborazione» del dirigente della ditta aggiudicataria. 
A questo proposito, viene ritenuto «rilevante» un passaggio in cui il rappresentante legale «ragiona sulla “convenienza” per la ditta napoletana di appoggiarsi a “qualcuno sulla zona”». È lui a contattare ancora Delfino il 2 maggio per discutere dell’affare sul porto di Gioia Tauro. A questo punto appare il passaggio per il quale gli inquirenti chiedono di poter continuare le captazioni. Delfino, nella telefonata, «in riferimento alla ditta Mct (a cui è affidata la gestione del porto) fa intendere di aver preso con essa specifici accordi circa la “formale” destinazione dei rifiuti (ai fini del successivo trattamento) ad aziende terze non collocate nel territorio reggino». Tutto – ma sono sempre parole sue che necessitano di riscontri – «con la regia occulta di Rocco Delfino» che chiede al “collega” «di proporre il nome della sua azienda, con l’accordo tra i due di spartire i successivi guadagni». 
«Anche se inter nos sappiamo che la fa Delfino – spiega lo stesso imprenditore al dirigente “campano” – non vogliamo che entri Delfino». Saranno gli approfondimenti investigativi a chiarire se si tratti di millanterie. 

L’altro progetto: il traffico internazionale di rifiuti in Iran

Delfino vuole invece che la ditta che porta il suo nome – e che secondo l’accusa continua a gestire seppure sia stata confiscata – si allarghi al mercato internazionale dei rifiuti. È nella stessa annotazione del Nucleo investigativo dei carabinieri forestale di Reggio Calabria che vengono riassunti alcuni passaggi della strategia per espandersi all’estero attraverso «relazioni intrattenute con soggetti aventi, verosimilmente, funzioni istituzionali di rilievo». 
L’obiettivo è il traffico internazionale di rifiuti speciali. Ed è durante una conversazione tra Delfino, un dipendente della Ecoservizi srl (altra società inscritta nella sua galassia imprenditoriale) e «tale Simone, cittadino fiorentino con funzione di intermediazione» che «si intuisce l’intenzione di organizzare delle spedizioni di rifiuti speciali per e dall’Iran» cercando di aggirare la normativa. L’idea è quella di realizzare in Medio Oriente «una eventuale discarica di rifiuti speciali consistenti in “fluff” (rifiuti speciali leggeri e pulverulenti derivanti dal processo di frantumazione degli autoveicoli, destinati ad essere smaltiti in discariche speciali), che sembrano non trovare spazio in Italia a causa della saturazione degli impianti di conferimento e dei rilevanti prezzi per il corretto smaltimento». “Simone”, la cui identità all’epoca non era ancora stata individuata dagli inquirenti, sarebbe «coniugato con una cittadina iraniana il cui padre è direttore presumibilmente di uno dei porti iraniani». (p.petrasso@corrierecal.it)

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