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PROCESSO ROBIN HOOD

«La festa del boss Patania per l’elezione di Nazzareno Salerno». Il politico: «È tutto falso»

La nipote del capobastone: «Nessuno ha pagato: era un ringraziamento per i voti». Salerno: «Io vittima, non carnefice. Calvetta tirò uno schiaffo»

Pubblicato il: 23/11/2021 – 20:45
di Alessia Truzzolillo
«La festa del boss Patania per l’elezione di Nazzareno Salerno». Il politico: «È tutto falso»

CATANZARO «Ho visto Nazzareno Salerno in due occasioni al distributore di benzina di mio zio Fortunato Patania nella valle del Mesima. Una volta è stato durante la campagna elettorale per le provinciali. Mio zio ha raccolto i voti per lui. In una seconda occasione l’ho visto durante i festeggiamenti per l’elezione che si sono tenuti nei locali del ristorante che si trova all’interno della zona del distributore. C’erano 300 persone, tutti quelli che lo hanno votato. C’era anche Salerno. Ricordo che hanno portato una torta e nessuno ha pagato perché quel pranzo era stato organizzato da mio zio Fortunato Patania per ringraziare per i voti dati a Salerno». A parlare, nel corso dell’udienza del processo “Robin-Hood/Calabria Etica” è stata la teste dell’accusa Loredana Patania, collaboratrice di giustizia, imparentata con l’omonima famiglia di mafia di Stefanaconi e nipote di Fortunato Patania, capobastone ucciso in un agguato di mafia il 18 settembre 2011 – nella faida tra Patania e Piscopisani – proprio nell’area della stazione di carburanti “Valle dei Sapori”.
E proprio in quella stazione di servizio, dove si trovava un ristorante, si sarebbe svolto il pranzo per festeggiare la vittoria elettorale di Salerno, imputato nel processo, in qualità di ex assessore regionale al Lavoro nella giunta Scopelliti, con l’accusa di abuso d’ufficio, corruzione, estorsione aggravata.
La Patania ha affermato – rispondendo alle domande del pm Graziella Viscomi – che l’appoggio a Salerno sarebbe stato dato «per un tornaconto» che ne avrebbe ricavato lo stesso Fortunato Patania. Alle domande dell’avvocato Vincenzo Gennaro su quale fosse questo tornaconto la teste ha specificato che che lo zio di queste cose non parlava con lei e non ne metteva al corrente le donne della famiglia. La difesa ha inoltre chiesto il perché la collaboratrice non avesse riferito i particolari di quanto dichiarato durante l’udienza nel verbale del 2012, quando affrontò proprio l’argomento su Nazzareno Salerno. Loredana Patania ha affermato che in quel periodo le domande della Dda si erano incentrate sulla sanguinosa faida di Stefanaconi. 

L’incontro al vivaio Santacroce

Prima di ascoltare Loredana Patania vi è stato il lungo interrogatorio del colonnello del Ros Giovanni Migliavacca che ha ripercorso le indagini effettuate sul conto degli imputati. Tra le altre cose si è parlato del presunto caso di estorsione aggravata dal metodo mafioso avvenuta a maggio 2014 che vede coinvolti Nazzareno Salerno, Gianfranco Ferrante, e Vincenzo Spasari. Secondo l’accusa, Nazzareno Salerno, insieme Spasari e Ferrante, due soggetti del tutto estranei ai contesti della pubblica amministrazione, avrebbe incontrato il dirigente Bruno Calvetta all’interno del vivaio Santacroce di Pizzo, e mediante minaccia evocata attraverso la presenza di due persone ritenute contigue alla ‘ndrangheta vibonese – Spasari (ritenuto vicino ai Mancuso) e Ferrante (imputato in Rinascita-Scott con l’accusa di associazione mafiosa) –,  avrebbero costretto Calvetta ad affidare la responsabilità del progetto Credito Sociale a un dirigente vicino a Salerno.
Secondo quanto riportato dal colonnello, sarebbe stato Spasari a prelevare Calvetta per portarlo al vivaio. In quel periodo, ha affermato l’ufficiale, i rapporti tra Salerno e Calvetta erano tesi, tanto che quest’ultimo avrebbe minacciato di presentare delle denunce, anche se, come ha specificato Migliavacca, non vi è in realtà traccia di alcuna denuncia. L’incontro al vivaio è stato monitorato dal Ros per cercare di comprendere cosa avesse a che fare, nel rapporto tra Salerno e Calvetta, la presenza di Gianfranco Ferrante, un imprenditore, gestore di un bar a Vibo Valentia. Il colonnello parla di «incontro chiarificatore» al vivaio, in seguito al quale, come si evince dalle successive telefonate, l’atteggiamento di Calvetta si mostra più incline ad accontentare i desiderata di Nazzareno Salerno. 

Salerno: «Sono stato vittima, non carnefice. Calvetta ha cercato di darmi uno schiaffo»

«L’incontro al vivaio mi è stato chiesto dal dirigente Calvetta – ha raccontato questa sera Nazzareno Salerno, rendendo spontanee dichiarazioni –. È stato lui a contattarmi da un numero che non era il suo, visto che io da un mese non gli rispondevo al cellulare visto che lui era inadempiente su diverse pratiche. Nel corso dell’incontro al vivaio si vede chiaramente dalle immagini che io sono la vittima e non il carnefice: Calvetta ha cercato di darmi uno schiaffo. Ho accettato di incontrarlo al vivaio perché era un luogo aperto a tutti, altrimenti non sarei mai andato. Non sapevo che vi sarebbero stati Spasari e Ferrante. Spasari l’ho conosciuto in quella circostanza. Ferrante è stato tutto il tempo in disparte, non ha preso parte alla discussione».
L’ex assessore ha poi voluto dare la propria versione dei fatti anche riguardo a quanto dichiarato da Loredana Patania: «Quello che ha dichiarato Loredana Patania è tutto falso – ha esordito –. Non ho partecipato a nessun pranzo o cena pre elettorale o post elettorale. Non ho mai chiesto voti o preso voti a Fortunato Patania. Andava in quel distributore per il caffè e le sigarette. Non ho mai chiesto voti in cambio di favori. Inoltre in quella stazione di servizio non ci entrano 300 persone perché c’è un piccolo bar con tre tavolini. La Patania parla di una mia candidatura alle provinciali ma io mi sono candidato nel 1995 alle provinciali non nel 2012».

«Vallelunga aveva detto di non toccare Ferrante»

Ultimo teste dell’udienza è stato il collaboratore Raffaele Moscato, ex killer della cosca dei Piscopisani. Moscato – che collabora con la giustizia da marzo 2015 – ha affermato di conoscere Gianfranco Ferrante, «proprietario del Cin Cin bar di Vibo» che aveva rapporti con «Francesco Scrugli, Andrea Mantella e il gruppo nostro (i Piscopisani, ndr) per esempio con Rosario Battaglia». Inoltre aveva rapporti anche con Gregorio Gasparro, esponente apicale della cosca San Gregorio D’Ippona e nipote del boss Saverio Razionale. In sintesi, dice Moscato, Gianfranco Ferrante «era un amico che favoriva un pochino tutti», per esempio cambiando assegni agli appartenenti delle consorterie. Il collaboratore ha, inoltre dichiarato di avere appreso in carcere dal nipote del boss di Serra San Bruno Damiano Vallelunga (assassinato a settembre 2009) «che, per ordine di Vallelunga a Vibo non bisognava toccare Ferrante». (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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