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«Povertà di Lucano mera apparenza. Accoglienza strumentalizzata a beneficio dell’immagine politica»

Depositate le motivazioni della della pronuncia del tribunale di Locri nel processo “Xenia” dove l’ex sindaco è stato condannato a 13 anni e 2 mesi

Pubblicato il: 17/12/2021 – 16:24
«Povertà di Lucano mera apparenza. Accoglienza strumentalizzata a beneficio dell’immagine politica»

LOCRI «Nulla importa che l’ex sindaco di Riace sia stato trovato senza un euro in tasca – come orgogliosamente egli stesso si è vantato di sostenere a più riprese – perché ove ci si fermasse a valutare questa condizione di mera apparenza, si rischierebbe di premiare la sua furbizia, travestita da falsa innocenza, ignorando però l’esistenza di un quadro probatorio di elevata conducenza, che ha restituito al Collegio un’immagine ben diversa da quella che egli ha cercato di accreditare all’esterno». Lo scrive il presidente del Tribunale di Locri Fulvio Accurso nelle motivazioni della condanna di Mimmo Lucano a 13 anni e 2 mesi. (IL DISPOSITIVO DELLA SENTENZA “XENIA”)

«Ha strumentalizzato il sistema accoglienza»

«Lucano, da “dominus” indiscusso del sodalizio, ha strumentalizzato il sistema dell’accoglienza a beneficio della sua immagine politica». Un’organizzazione, scrive il presidente del tribunale di Locri, «tutt’altro che rudimentale, che rispettava regole precise a cui tutti si assoggettavano, permeata dal ruolo centrale, trainante e carismatico di Lucano il quale consentiva ai partecipi da lui prescelti di entrare nel cerchio rassicurante della sua protezione associativa, per poter conseguire illeciti profitti, attraverso i sofisticati meccanismi, collaudati negli anni e che ciascuno eseguiva fornendogli in cambio sostegno elettorale».
«Domenico Lucano – si legge ancora nelle motivazioni della sentenza – dopo aver realizzato l’encomiabile progetto inclusivo dei migranti, che si traduceva nel cosiddetto “modello Riace”, invidiato e preso ad esempio da tutto il mondo, essendosi reso conto che gli importi elargiti dallo Stato erano più che sufficienti, piuttosto che restituire ciò che veniva versato, aveva pensato di reinvestire in forma privata gran parte di quelle risorse, con progetti di rivalutazione del territorio, che, oltre a costituire un trampolino di lancio per la sua visibilità politica, si sono tradotti nella realizzazione di plurimi investimenti».

Per i giudici i componenti erano animati da una “regia comune”. «Ex sindaco ha indotto tutti al silenzio»

“Una regia comune” avrebbe animato i componenti dell’associazione a delinquere condannati nel processo “Xenia” nato dall’inchiesta sulla gestione dei progetti di accoglienza dei migranti nel Comune di Riace.
«Tutti i componenti dell’organizzazione – scrive Accurso – hanno agito accettando di sostenere politicamente Lucano, ricevendo da esso, in cambio, piena libertà di movimento nella loro azione illecita di accaparramento delle risorse pubbliche». Per il Tribunale di Locri ci sarebbe stata «la costituzione di un vero e proprio organismo associativo elevato a Sistema, che ruotava attorno all’illegale approvvigionamento di risorse pubbliche, e che si basava su una piattaforma organizzativa collaudata e stabile, che si avvaleva dell’esperienza e della forza politica che Lucano possedeva e che questi esercitava in forma padronale ed esclusiva, tanto da indurre tutti al silenzio».

Nessuna attenuante concessa

Nel condannare Lucano i giudici hanno ritenuto di non concedere né le circostanze attenuanti generiche, né quelle di invocate dai suoi legali (per aver agito per motivi di particolare valore morale o sociale, ndr) “non essendovi alcuna traccia dei motivi di particolare valore morale o sociale per i quali egli avrebbe agito, essendo invece emerso dal contenuto delle intercettazioni che la finalità per cui egli operò per oltre un triennio non ebbe nulla a che vedere con la salvaguardia degli interessi dei migranti, della cui presenza egli tuttavia ebbe a servirsi astutamente, a mò di copertura delle sue azioni predatorie, solo allorquando furono resi noti i contenuti di questa indagine, perché fu in quel momento che ebbe la necessità di mascherare le ragioni di puro profitto per le quali ebbe realmente ad operare (per interesse proprio e degli altri correi), per come si rileva in forma inequivoca dal contenuto delle sue stesse parole emerse dalla complessiva attività tecnica».

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