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la ricostruzione

Il «patto elettorale» e la gestione del bar Colibrì. Tutti i nodi del “Sistema Rende”

La lunga requisitoria del pm Bruni contiene le motivazioni che hanno portato ad invocare pene severe per Principe e altri tre imputati

Pubblicato il: 31/01/2022 – 19:58
di Fabio Benincasa
Il «patto elettorale» e la gestione del bar Colibrì. Tutti i nodi del “Sistema Rende”

RENDE I presunti intrecci tra alcuni politici ed esponenti del clan Lanzino-Ruà sono finiti al centro del processo “Sistema Rende” celebrato dinanzi al Tribunale di Cosenza, in composizione collegiale. Il pubblico ministero, Pierpaolo Bruni, ha consegnato un supporto informatico contenente la requisitoria (da oltre 500 pagine), suddivisa in decine di capitoli e all’interno della quale sono contenute le motivazioni che hanno spinto il pm ad invocare pene severe per gli imputati (LEGGI QUI).

Il presunto appoggio di Di Puppo

Del presunto impegno nella campagna elettorale a sostegno di Sandro Principe e dei membri delle coalizioni a lui legate, si sarebbe occupato anche Michele di Puppo, presunto boss della ‘ndrangheta di Cosenza. La circostanza viene collegata dal pubblico ministero ad una intercettazione nel corso delle provinciali 2009, quando «Principe non si candidava personalmente ma sponsorizzava, la candidatura di Bernaudo e Ruffolo, politici della sua coalizione». Il 12 maggio 2009, Di Puppo si rivolge al suo interlocutore (facente parte di una coalizione avversaria a Principe): «Ti raccomando chi ti è vivo…che sennò mi metti dentro i casini…perché mi stanno facendo alcuni favori…che io gli avevo chiesto…hai capito!!). La frase, per l’accusa, certifica non solo l’esistenza della promessa di favori ma «addirittura di favori che stanno già facendo». In un’altra captazione, Di Puppo segnala ad un altro interlocutore (dipendente della Rende Servizi) di sistemare alcune «buche grosse» di località “Cucchiano” di Rende perché «sennò i voti non glieli danno». Anche in questo caso, il riferimento sarebbe a Sandro Principe.

Il presunto sostegno di Lanzino

Non solo Di Puppo. Anche Francesco Patitucci, esponente di vertice della cosca Lanzino, avrebbe profuso il proprio impegno elettorale a favore di Sandro Principe e della sua coalizione. Le fonti di prova riportate dal pm nella requisitoria si riferiscono alle elezioni primarie avvenute nell’ambito del Pd nell’ottobre del 2007. Non si tratta di elezioni amministrative o politiche. In una conversazione, l’interlocutore rivolgendosi a Patitucci commenta il risultato conseguito: «Eh, ma tutte le persone che lo aiutavano, tutti gli assessori…tu stesso che lo aiutavi…millenovencentotrenta voti ha pigliato».

L’uso del bar Colibrì per fini elettorali

«Il bar Colibrì veniva utilizzato per svolgere propaganda elettorale a favore delle coalizioni facenti capo a Principe». Lo mette nero su bianco, il pm Pierpaolo Bruni, nella lunga requisitoria depositata al termine dell’ultima udienza del processo “Sistema Rende”. Il procuratore di Paola, all’epoca pm della Dda che firmò l’inchiesta, a sostegno della sua tesi riprende le dichiarazioni rilasciate da Francesco D’Ambrosio, ex consigliere comunale. «Aldo D’Ambrosio mi riferì che gli allora candidati alla provincia Ruffolo e Bernaudo avevano organizzato un incontro elettorale al bar. Erano candidati espressione di Principe». L’ex primo cittadino rendese, (per il quale il pm ha avanzato una richiesta di pena pari a 9 anni), – secondo l’accusa – avrebbe ottenuto il sostegno elettorale in cambio della gestione del Bar Colibrì. I D’Ambrosio, in base al presunto accordo, «si sarebbero aggiudicati la gara ma non avrebbero pagato i canoni di locazione poiché l’importo sarebbe stato scomputato dai lavori che avrebbero eseguito allo stesso bar». Robertina Basile, moglie di D’Ambrosio, (unica partecipante al bando) nel 2002 si aggiudica la gara ottenendo la «consegna temporanea di un immobile comunale da adibire a bar con conseguente pagamento di rate locative pari a 310 euro mensili». Successivamente la stessa Basile comunicherà al dirigente comunale del Settore 4, l’avvenuta realizzazione dei lavori chiedendo che «le somme quantificate in oltre 33mila euro, venissero decurtate da quelle dovute a titolo di locazione dell’immobile (sino a quel momento venivano pagati solo un quarto dei canoni locativi)». In questo caso, la legge impone dopo il «mancato pagamento del canone di locazione entro quindici giorni dalla scadenza, la risoluzione del contratto per fatto o colpa del conduttore». Il Comune di Rende, come ricostruito dal pm, «non ha mai provveduto ad adottare la prevista risoluzione del contratto o a richiesto un risarcimento danni, o richiesta di mora».
Per quanto attiene i lavori eseguiti alla struttura, nella requisitoria si rileva una anomalia tra la data di realizzazione dei lavori e l’ottenimento del permesso di gestione. «Una delle fatture fatte pervenire da Basile reca la data del 14 settembre 2007, quindi un tempo antecedente rispetto al permesso di costruire dell’11 novembre 2008. I medesimi lavori sono dunque anche antecedenti la richiesta autorizzativa inoltrata dalla stessa Basile datata 10 marzo 2008».

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