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il racconto

Imponimento, gli appalti boschivi spartiti tra clan. Il pentito: «Gli Anello e gli Iozzo non ci rispettavano più»

Il collaboratore di giustizia racconta le dinamiche tra famiglie e gli affari. «Gli imprenditori sapevano che dovevano rivolgersi a noi»

Pubblicato il: 10/02/2022 – 7:12
di Giorgio Curcio
Imponimento, gli appalti boschivi spartiti tra clan. Il pentito: «Gli Anello e gli Iozzo non ci rispettavano più»

LAMEZIA TERME «Ero a disposizione prima di mio cugino Giovanni Bruno, poi di Giuseppe dal 2007. A quell’epoca comandava Giovanni, il quale mi diceva che in passato aveva avuto buoni rapporti con la famiglia Anello di Filadelfia, ed in particolare con Rocco Anello». A parlare è il collaboratore di giustizia, Salvatore Danieli, classe ’84, interrogato il 7 aprile del 2018 dall’allora procuratore aggiunto del Tribunale di Catanzaro, Vincenzo Luberto. Il pentito catanzarese, membro della cosca Bruno di Vallefiorita, delinea il territorio controllato dal clan di ‘ndrangheta, Amaroni, Palermiti, Pietragrande e Squillace, e definisce quelli che erano i rapporti con la cosca Anello sotto processo all’aula bunker in seguito all’inchiesta “Imponimento” della Dda di Catanzaro. «Giovanni – racconta al pm Danieli – mi spiegava che non voleva più avere a che fare con Rocco Anello che aveva litigato con Damiano Vallelunga, al quale invece mio cugino era rimasto fedele. Ma comunque mio cugino non aveva indicato Anello come un nemico da cui “guardarmi”, semplicemente non voleva più avere a che fare con lui».

aula bunker imponimento
L’aula bunker di Lamezia Terme

I rapporti con gli Anello di Filadelfia

Damiano Vallelunga fu ucciso nel 2009 nella nota “Faida dei boschi”, Giovanni Bruno nel 2010, qualche mese più tardi. Omicidi che, evidentemente, hanno scompaginato gli scenari criminali del territorio, con l’ascesa al potere di Giuseppe Bruno, fratello di Giovanni e cugino di Danieli. «Una volta preso il comando – racconta al pm – mi diceva che avrebbe voluto i rapporti con la famiglia Anello, quindi con Rocco e il fratello Tommaso. E infatti mi risulta che Giuseppe Bruno in un più di un’occasione si sia recato a Filadelfia per incontrare Rocco Anello». «Secondo i racconti di mio cugino – spiega il pentito al pm – Rocco Anello avrebbe avvicinato per conto della nostra cosca l’imprenditore turistico Facciolo che aveva iniziato a gestire un villaggio a Copanello. So anche di un pranzo in un agriturismo a Filadelfia in cui hanno partecipato Danilo Vitellio, Giuseppe Bruno, Rocco Anello e lo stesso Facciolo che si impegnava a corrispondere alla nostra cosca 15mila euro l’anno». Soldi, ma non solo. Secondo il pentito, infatti, all’imprenditore era stato imposti di «rifornirsi per il villaggio di frutta da un imprenditore nostro amico, imprenditore che aveva stretto un patto con la nostra cosca alla quale doveva versare il 10 per cento del fatturato annuo e in cambio la cosca Bruno gli assicurava le forniture». «Mio cugino Giuseppe – spiega ancora Danieli al pm – ha sempre riferito di trovarsi molto bene con Rocco Anello, tanto che gli incontri fra i due erano molto frequenti».   

Un’intercettazione del boss Rocco Anello

Le aste boschive

Tra gli affari su cui la cosca Bruno aveva messo le mani c’erano quelli legati alla gestione dei boschi, insieme agli Iozzo e gli Anello. Gli imprenditori locali lo sapevano. E sapevano anche che per “tagliare” dovevano rivolgersi agli uomini delle cosche locali. «La nostra cosca – racconta Danieli – riusciva a far aggiudicare i lavori alle imprese per così dire “vicine”. Poi – racconta – il territorio di Cenadi, fin dai tempi della reggenza di mio cugino Giovanni Bruno era controllato tra tre famiglie malavitose, gli Iozzo di Chiaravalle, gli Anello di Filadelfia e noi (Bruno ndr) di Vallefiorita. Cenadi, infatti, era strategico per due motivi: è al confine fra i territori delle tre cosche, poi perché vi sono molti boschi e i relativi appalti».

Il pranzo a casa di Rocco Anello

Il pentito Danieli, a proposito di appalti boschivi, racconta di un incontro organizzato a casa del boss Rocco Anello a Filadelfia. «Accompagnai mio cugino a bordo di un Rav4 grigio. Ricordo che la casa di Rocco Anello era situata nei pressi di un campo sportivo. Siamo entrati, ci siamo accomodati nel salone, a casa c’era sua moglie che però non ha partecipato alla discussione. Rocco Anello ha detto a mio cugino che avrebbe gradito che un appalto boschivo ricadente nel comune di Girifalco o di Vallefiorita fosse aggiudicato a tale Domenico Ciconte, titolare di un’impresa di Soriano». Ovviamente l’imprenditore si sarebbe «comportato bene» spiega il pentito, cioè «avrebbe ringraziato corrispondendo una somma di denaro (…) so che Ciconte ha poi incontrato lo stesso Bruno in un noto bar di Vallefiorita che racconta Danieli «gestivo io, era il mio ed ero presente», consegnandogli una somma di 15mila euro a fronte dell’aggiudicazione dell’appalto. E Danieli spiega al pm come avveniva l’aggiudicazione, citando il sistema noto dell’avvicinamento delle imprese. «In altre parole – racconta – occorreva avvicinare due o tre imprenditori boschivi i quali avrebbero dovuto fare un’offerta secondo le indicazioni di Ciconte che, ovviamente, avrebbe fatto un’offerta di poco superiore».  

Gli appalti boschivi a Cenadi

Le dinamiche criminali, però, verranno stravolte nuovamente nel 2013 con l’omicidio di Giuseppe Bruno, ucciso insieme alla moglie. «Il suo posto – racconta Danieli – è stato preso da Luciano Babbino e da me. Ricordo che gli Iozzo e gli Anello ne hanno approfittato, in quanto non ci consideravano più come avveniva quando c’era mio cugino per gli appalti boschivi». «So che nel 2014, così come mi ha raccontato Babbino, gli si è rivolto un tale Monteleone, un imprenditore boschivo, dicendogli che apparteneva a Rocco Anello e avrebbe preso una serie di appalti boschivi nel territorio di Cenadi, rispettando gli accordi, corrispondendo cioè una parte dei profitti alla cosca Bruno». Affare, però, non rispettato e soldi mai corrisposti «al punto – racconta il pentito – che Babbino, io e mio cugino Francesco Bruno pensavamo di convocare una riunione con Rocco Anello e Marino Iozzo per chiedere conto a loro del comportamento di Monteleone». Incontro mai avvenuto perché, nel frattempo, è scattata l’operazione “Jonny” il 12 maggio del 2017. Gli Anello e gli Iozzo si erano approfittati della morte di Giuseppe Bruno. «Gli Iozzo in particolare – racconta Danieli – stavano insidiando il nostro territorio. Mi è capitato di parlare con un imprenditore che aveva preso un appalto boschivo a Centrache e mi diceva di essere stato avvicinato dagli Iozzo che sostanzialmente pretendevano che non prendesse appalti boschivi in quel territorio. Anche questo era uno degli argomenti di cui avremmo voluto parlare nella riunione con gli Iozzo e gli Anello». (redazione@corrierecal.it)

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