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lo sviluppo che non c’è

Bilanci “infedeli”, assunzioni di finti disoccupati, controlli inesistenti. (Anche) così evaporano i fondi europei

Dalla relazione della Corte dei conti emerge il caso di Infocontact: due condanne per oltre 4 milioni a ex manager dell’azienda e dirigenti della Regione

Pubblicato il: 15/03/2022 – 7:10
di Pablo Petrasso
Bilanci “infedeli”, assunzioni di finti disoccupati, controlli inesistenti. (Anche) così evaporano i fondi europei

LAMEZIA TERME La questione dei fondi (europei e nazionali) “bruciati” dalla Calabria è aperta da più di vent’anni. Un tempo lungo, nel quale le risorse sono arrivate in regione senza contribuire in maniera sostanziale né allo sviluppo né all’occupazione. Anche le relazioni presentate nel giorno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte dei conti si occupano del fenomeno, con due segnalazioni che raccontano – in parte – quali possano essere le “deviazioni” che i finanziamenti incontrano lungo il loro cammino. Due tra i casi evidenziati dalla magistratura contabile riguardano Infocontact, ex gigante dei call center impiantato nell’area Sir di Lamezia Terme e scomparso dopo una lunga crisi aziendale. Sono due le sentenze di condanna, per un totale di oltre quattro milioni di euro, per amministratori della socità con sede legale a Roma. Nel mirino sono finite le assunzioni effettuate – nel primo caso – grazie alle sovvenzioni del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca scientifica e – nel secondo – del Fondo sociale europeo (nel Por Calabria 2007-2013).

«Requisiti non veri» per ottenere i fondi per il telelavoro 

call-center

Infocontact avrebbe dovuto «introdurre sul territorio calabrese nuovi processi di telelavoro (per disabili, pari-opportunità, ambiente, internazionalizzazione pubblica amministrazione) come nuova forma di impiego finalizzata a contribuire alla riduzione dello spopolamento in atto», appunta la relazione della Corte dei conti. È iniziata con l’arrivo di 1,7 milioni di euro, parte del finanziamento previsto per il progetto “i-Contact”, attinto dal Fondo europeo di sviluppo regionale. È finita con la condanna di Giuseppe Pane, amministratore dell’azienda, e della stessa Infocontact al pagamento del danno quantificato in 1.712.941 euro in favore del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Infocontact «ha beneficiato di contributi pubblici non spettanti per avere rappresentato l’esistenza di requisiti non veri», segnala in estrema sintesi la relazione. La sentenza entra nel dettaglio. E spiega che, secondo la contestazione Procura, la società «avrebbe occultato la propria situazione di strutturato dissesto, che si sarebbe palesata già molti anni prima della data di percezione del finanziamento». La crisi societaria «si era profilata già da alcuni anni, ma era stata dissimulata con l’infedele redazione dei bilanci di esercizio, allo scopo di incassare il finanziamento. Di certo, i primi evidenti campanelli d’allarme si erano manifestati a seguito della redazione dei bilanci per il 2011 e per il 2012, che evidenziavano perdite latenti». L’anno successivo «la situazione era divenuta ancor più evidente, atteso che il bilancio di esercizio al 31 dicembre 2013 non era stato nemmeno approvato dall’assemblea dei soci. Al 24 luglio 2014, inoltre, l’indebitamento ammontava già a ben 82,2 milioni di euro». Un’azienda in «stato di pre-decozione», Infocontact. 


Sprechi e anomalie contabili in Calabria


Azienda in dissesto, ma il Miur non ne sapeva nulla

Il fatto è che la società – violando quanto previsto nel disciplinare di concessione delle agevolazioni – «non aveva portato a conoscenza del Miur che, al momento della concessione dell’agevolazione, versava in una situazione di strutturato dissesto, come attestato ictu oculi anche dalla circostanza che il 31 marzo 2014, venti giorni dopo la percezione della prima tranche di finanziamento, presentava all’autorità giudiziaria civile istanza di concordato preventivo». Per un verso, dunque, il colosso dei call center non avrebbe potuto accedere al finanziamento, per un altro, Infocontact avrebbe effettuato una rendicontazione delle somme ricevute «parziale, tardiva e claudicante». Inoltre, la ditta si era impegnata «a garantire la continuità operativa della stabile organizzazione per almeno cinque anni successivi alla conclusione del progetto». Che «si sarebbe dovuto concludere entro il 31 dicembre 2014, ma già il 31 marzo di quell’anno la società ha presentato istanza di concordato preventivo e, il 21 ottobre, è stata sottoposta alla procedura concorsuale di amministrazione straordinaria. Con decreto del Tribunale del 23 ottobre 2015, è stata infine dichiarata la cessazione dell’esercizio dell’impresa». 

I “falsi disoccupati” per mettere le mani su 2,5 milioni

Il danno da 2 milioni 589mila euro nasce dalla percezione di un finanziamento destinato ad aiutare le imprese per l’assunzione di lavoratori svantaggiati e l’occupazione di lavoratori disabili sotto forma di integrazione salariale. Lo scopo previsto era quello di “Rafforzare l’inserimento/reinserimento lavorativo dei lavoratori adulti, di disoccupati di lunga durata e dei bacini del precariato occupazionale attraverso percorsi integrati e incentivi”. «Invece – riassume la Corte dei conti –, sono state destinate (le integrazioni salariali, ndr) a lavoratori non rientranti nelle suddette categorie, oltre che a soggetti già assunti. La mancanza dello status di lavoratore svantaggiato era stata rilevata anche dalla Corte dei conti europea che aveva eseguito alcuni controlli a campione». È proprio da un audit della Corte dei conti europea che iniziano i guai. In tre unità oggetto del campione esaminato, non risultavano soddisfatte le condizioni corrispondenti allo status di “lavoratore svantaggiato”. Alla luce di questa valutazione, la Regione «ha riesaminato la documentazione presentata a suo tempo dall’Azienda ed ha rilevato che le osservazioni della Corte dei Conti Europea potrebbero essere applicabili anche ad altri lavoratori non compresi nel campione esaminato dall’organo di controllo europeo”, in particolare relativamente a 15 lavoratori». Da queste vicende era nato un procedimento penale, poi definito dal Tribunale di Roma con una sentenza di improcedibilità per prescrizione. Secondo la guardia di finanza di Lamezia Terme, la società «aveva indicato alcuni lavoratori come “svantaggiati” o “molto svantaggiati” pur non avendone i requisiti, poiché occupati sino a poco prima della data di assunzione e addirittura, in molti casi, già occupati presso la stessa Infocontact srl». 

Le condanna per manager dell’azienda e dirigenti della Regione

In questo caso, l’inchiesta contabile coinvolge – con l’accusa dell’assenza di controlli – anche gli uffici della Regione Calabria che hanno, all’epoca, erogato le somme. La fine della storia parla di una condanna per la società Infocontact srl in Amministrazione Straordinaria, Giuseppe Pane, Paolo Braganò (responsabile del personale), Cosimo Cuomo (dirigente regionale), Michelina Ricca (dirigente regionale) al pagamento di 208.724,87 euro. Pesante – 2,2 milioni di euro – la condanna per Infocontact, Pane e Braganò nei confronti della Regione. Per Cosimo Cuomo, «in via sussidiaria e a titolo di colpa grave», la condanna è al pagamento di 400mila euro in favore della Regione.  

Le omissioni di Infocontact e i dipendenti pagati con un rimborso spese

Questa sentenza è un piccolo compendio di come i fondi europei possano prendere strade sbagliate. La Corte dei conti ricostruisce i passaggi evidenziando le responsabilità degli imprenditori e le presunte carenze nei controlli. Per la parte di danno pari a 208mila euro, che si riferisce alle agevolazioni ricevute per 18 lavoratori per i quali la mancanza del requisito di svantaggio si poteva evincere dalla semplice lettura delle schede, le colpe vanno distribuite. Sicuramente i magistrati ne ravvisano in Giuseppe Pane e Paolo Braganò, rispettivamente rappresentante legale e responsabile delle Risorse umane di Infocontact all’epoca. La guardia di finanza di Lamezia Terme, infatti, ha accertato «l’esistenza di pregressi rapporti di lavoro dei soggetti indicati che precludevano la possibilità di identificarli come lavoratori “svantaggiati” o “molto svantaggiati”. I numeri riportati in sentenza sono impietosi: «nello specifico 163 lavoratori – su 207 nominativi comunicati alla Regione ai fini del contributo – risultavano impiegati per conto dell’azienda in date antecedenti e in 42 casi è risultato anche un pregresso rapporto di lavori presso altri datori di lavori, oltre al fatto che per 39 lavoratori l’assunzione risulta avvenuta successivamente in contrasto con la dichiarazione che “alla data del 23/12/2009 sono dipendente regolarmente assunti”». In questo senso, un «determinante apporto» avrebbe avuto Braganò, presunto responsabile di «omissioni dirette a celare i reali rapporti di impiego dei lavoratori». I dipendenti, «dopo un periodo di circa due-tre settimane di corso di formazione e un breve periodo di affiancamento, venivano collocati nelle varie postazioni presso le quali svolgevano autonomamente le mansioni di operatori addetti ai call center, mentre sulle buste paga era impropriamente indicata la mansione di “corso di formazione”». Un risparmio per l’azienda, che pur considerandoli lavoratori a tutti gli effetti continuava a retribuirli sotto forma di rimborso spese.

«È doveroso che un dirigente pubblico verifichi» prima di erogare fondi

Emerge anche il ruolo dei dirigenti di servizio della Regione Michelina Ricca e Cosimo Cuomo, che hanno sottoscritto il decreto di erogazione della prima annualità «attestando che “è stata verificata, altresì, la permanenza della condizioni che, danno diritto al beneficio dell’incentivo”, pur avendo omesso i necessari controlli. In particolare, con riferimento ai 18 lavoratori si è visto che dalla semplice lettura attenta dei modelli C/2 era rinvenibile l’assenza dei presupposti per l’agevolazione». Insomma, per sventare il «danno» sarebbe stato sufficiente «il semplice esame della documentazione». Questa la chiosa del collegio: «È doveroso aspettarsi da un dirigente pubblico – soprattutto se si appresta a legittimare esborsi pubblici – la rappresentazione della portata delle proprie dichiarazioni e i rischi connessi alla mancata o superficiale verifica di quanto attestato, soprattutto se di immediata percezione come nel caso in esame, che risultano accettati con la conseguente adozione del provvedimento lesivo dell’interesse pubblico». (p.petrasso@corrierecal.it)

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