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l’intervista

Agrumicoltura, Salimbeni: «Per essere competitivi servono ricerca e una nuova pianificazione»

Il presidente del Consorzio di tutela delle clementine: «Le nostre arance sono le migliori, ma scontiamo handicap su trasporti e distribuzione»

Pubblicato il: 16/03/2022 – 7:25
Agrumicoltura, Salimbeni: «Per essere competitivi servono ricerca e una nuova pianificazione»

LAMEZIA TERME Agricoltura e, nel caso specifico, agrumicoltura d’eccellenza. È questo il tema dell’intervista di Danilo Monteleone a Giorgio Salimbeni, presidente del Consorzio di tutela delle clementine, nel corso della più recente puntata di “In primo piano”, l’approfondimento che va in onda su L’altro Corriere Tv.
In una regione vocata per natura all’agricoltura ed in un’area, come quella del nord-est calabrese qual è la Sibaritide, il prodotto di punta è la clementina, da tempo riconosciuta col marchio Igp, indicazione geografica protetta.
«L’Igp – spiega subito Salimbeni – viene riconosciuta dal Ministero tramite la Regione, laddove ci sono specifiche di qualità dovute alle condizioni pedoclimatiche che fanno sì che quella produzione, in quel territorio, abbia un valore assoluto rispetto ad altri».
Tra i temi trattati, l’agricoltura 2.0, quella abbracciata dalle nuove generazioni, le opportunità, la qualità del prodotto e la competitività con gli altri Paesi.
«Oggi tramite Ismea si offre la possibilità ai giovani – sottolinea Salimbeni – di poter partecipare ai bandi per fruire dei terreni inutilizzati. La politica ha fatto il suo, adesso tocca alle imprese recepire queste azioni. In generale c’è l’esigenza produrre di più, come il frumento o le fonti glutiniche necessarie e sufficienti a produrre pasta di qualità. La pasta è l’emblema della produzione, insieme al pomodoro e gli agrumi. Ha un impatto primario in tema di valore della produzione e valore commerciale».

Trasporto, la distribuzione e gli investimenti: l’anello debole della catena

L’anello debole della catena, ad ogni modo, sembra essere il trasporto e la distribuzione dei prodotti. «Considerando i costi del carburante è difficile programmare. Nel tempo l’Italia – spiega il produttore – ha dismesso il trasporto su altri mezzi, puntando esclusivamente sulla gomma. Il trasporto ferroviario si ferma a Roma, nonostante le nostre città siano dotate di stazioni che sono avvertite solo come un fastidio».
Il vero problema nella produzione delle clementine, è però determinato dagli investimenti nel settore: impianti vetusti e competitività non al passo con i tempi.
«In Calabria solo 25-30 mila ettari sono dedicati agli agrumi, non molto considerando gli altri Paesi, il nord Africa, la Spagna, quelli extraeuropei. In Italia la produzione agrumicola si concentra in Calabria con le clementine e in Sicilia con l’arancia rossa. Oltre alle clementine, la nostra terra è anche particolarmente vocata per le arance a polpa chiara. I consumi e i gusti cambiano nel tempo, ma bisogna ammettere che le nostre arance sono le migliori, con la differenza che per le clementine è stata riconosciuta l’indicazione geografica protetta, per le arance questo processo non è partito, e mi riferisco alle arance a polpa bionda che sono le migliori. Perché le arance non sono tutelate? Hanno un calendario più ampio ed i produttori commercializzano prima le clementine e poi le arance per formazione culturale. La maggior parte delle nostre arance vengono acquistate dai siciliani».
«La Calabria è la California d’Italia – insiste –. Siamo sullo stesso meridiano ed è tutta vocata all’agricoltura con un patrimonio incredibile; siamo esposti a levante e ponente con un clima straordinariamente favorevole», ma «non esiste il ricambio generazionale. Non sono un politico, tuttavia l’idea di Jole Santelli di creare un Made in Calabria poteva essere vincente: le patate in Sila, gli ortaggi, le fragole del Lametino. Siamo nati in una terra straordinaria, che vanta eccellenze assolute ma non abbiamo la capacità, ad oggi, di vendere con la consapevolezza che quello che stiamo vendendo è un prodotto eccezionale».
«Un conto è la validità del prodotto – sottolinea il produttore della Piana di Sibari – un altro è la consapevolezza della qualità, ma siamo nel campo della formazione culturale. Ci sentiamo figli di un Dio minore e non è così. Non abbiamo prodotti invidiati in tutto il mondo».

«Competitivi solo con la qualità»

Per puntare alla qualità, però, servirebbero investimenti nella ricerca e nuovi impianti che andrebbero a compromettere – nell’attesa – il volume d’affari. «Le condizioni pedoclimatiche ideali sono quelle dei terreni alluvionali e le nostre pianure sono così. Dal punto di vista delle piante e delle cultivar, purtroppo, in Italia e in Calabria non ci sono enti preposti alla ricerca che producono cultivar interessanti. La patria di questo tipo di attività di ricerca è la Spagna, per un motivo molto semplice: mentre la nostra maglia poderale è di circa tre ettari, in quei territori è notevolmente superiore. Dopo un viaggio in Spagna sono tornato con la convinzione che non era la Spagna a farci concorrenza, ma siamo noi a fare concorrenza alla Spagna. Loro sono imprenditori innovativi mentre noi abbiamo ragione di esistere se e solo se riusciamo ad avere un quid qualitativo superiore. E siccome le condizioni ce lo consentono, dobbiamo riprendere quel valore qualitativo che gli impianti avevano 20 anni fa. Il problema è che la riconversione varietale oggi non è semplice da attuare, perché rispetto ai decenni scorsi, la rendita non è cresciuta e l’euro è stato un danno».

Nuova linfa dalla programmazione

Giorgio Salimbeni è dell’idea che sia necessaria una nuova programmazione regionale. «Se esiste l’Igp, se si ritiene che abbia una valenza per il sistema Calabria, avrebbe diritto di cittadinanza una quota parte dedicata al miglioramento delle condizioni. Nella piana di Sibari, quella ritenuta maggiormente vocata e quella che ha digerito meno l’Igp, l’età media degli impianti (le coltivazioni, ndr) è tra i 50 ed i 70 anni. Se le piante fossero più giovani, la produzione sarebbe notevolmente differente».
Sembra essere questo, dunque, il momento giusto. «Con le modifiche climatiche in atto, con l’aumento delle salinità del terreno a causa delle piogge scarse, potrebbe essere questo il momento propizio per ringiovanire le coltivazioni con l’obiettivo di ottenere una qualità superiore. È il momento giusto – conclude Salimbeni – per una nuova pianificazione che offra a tutti gli operatori le stesse condizioni, per ripristinare la fertilità del terreno, impiantare cultivar risanate, pur considerando che per entrare in produzione le nuove piante necessitano di 5-6 anni». (redazione@corrierecal.it)

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