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La droga e le armi rivendute: gli affari degli Anello secondo Mantella. «In Svizzera facevano la vita da nababbi»

Il racconto in aula bunker del pentito: «Le pistole arrivavano in Posta nel Dash». Lo spaccio era gestito «degli scagnozzi di Vincenzino Fruci»

Pubblicato il: 31/03/2022 – 15:21
di Giorgio Curcio
La droga e le armi rivendute: gli affari degli Anello secondo Mantella. «In Svizzera facevano la vita da nababbi»

LAMEZIA TERME «Erano attivissimi nel settore delle sostanze stupefacenti, trattavano droga insieme, con lo stesso modus operandi, ma non di spaccio. Qui parliamo di blocchi, di ingrosso. Ecco, facevano i cosiddetti passaggi». È un fiume in piena il collaboratore di giustizia, Andrea Mantella, ascoltato in aula bunker nel corso dell’ultima udienza del processo “Imponimento” contro la cosca Anello-Fruci. 

I pacchi di droga

Rispondendo alle domande del pm Chiara Bonfadini, il pentito vibonese delinea quelle che sarebbero le connotazioni delle attività di acquisizione della droga, gestite dal clan con a capo Rocco Anello. «Gli Anello e i Bonavota – racconta Mantella – mettevano insieme la cifra e poi compravano a “chicche”, ovvero un pacco che corrispondeva ad un chilo. E ne compravano 100, 150 pacchi, 80, 90 a 900, 1.000 o 1.300 euro all’ingrosso e poi, insieme, la piazzavano nelle piazze di Roma o in Piemonte, ad un prezzo di 13, 14 o 15mila euro, sempre all’ingrosso». «I principali artefici erano Pasquale Bonavota, ancor prima di Domenico, insieme agli Anello, in particolare Rocco e Tommaso Anello. Parliamo del periodo tra il 2000, il 2001. Ancor prima dell’omicidio di Raffaele Cracolici insomma, erano già legati dal traffico di droga dai primi anni duemila, Salvatore Arona che è lo zio di Pasquale Bonavota, Rocco e Tommaso Anello». Per Mantella si trattava in particolare di cocaina, droga che «arrivava dal Perù, dalla Colombia, e poi sbarcava nel porto di Genova, questo è il segmento Garcea» – spiega Mantella – «Onofrio Garcea, broker della droga che era cugino dei Bonavota, ecco». «Io ovviamente mettevo anche la mia parte, i miei 40, 50 o 60mila euro e compravo pure io questi pacchi». «Certo, c’erano anche dei periodi in cui non c’era la necessità oppure c’era poca richiesta e quindi stavamo in stand-by. Per conto degli Anello era solitamente Vincenzino Fruci a portare i soldi per poi darli ad Onofrio Garcea. La nostra base era il “casale”, il casale di Nicola Bonavota a Sant’Onofrio mentre il cibo arrivava dal Mocambo. C’era sempre Vincenzino Fruci in questi pranzi».

La coca tra Lamezia, Catanzaro, Roma e Piemonte

«La cocaina poi  – racconta Mantella – gli Anello la piazzavano sulle loro piazze, a Lamezia, a Catanzaro, avevano un’amicizia particolare con gli Alvaro, con i Morabito oppure la davano ai siciliani, anche in quantitativi importanti, ne vendevano 4 o 5 chili e poi facevano questo passaggio, guadagnavano tra gli 8 e i 10mila euro l’uno». Mentre dello spaccio sul territorio poi «se ne occupavano gli scagnozzi di Vincenzino Fruci, gente che lavorava per lui, per la cosca Anello. Con gli assuntori facevano scambi con mobili antichi, argenteria, monili d’oro che poi veniva spedita in Svizzera». «Ma spacciavano anche i figli di Rocco e Tommaso Anello, all’epoca però erano pischelli. Siamo nel 2008 o 2009». 

La marijuana dall’Albania e le piantagioni di Acconia

Per quanto riguarda invece la marijuana, Mantella descrive innanzitutto quelli che sono i canali di approvvigionamento. «La prendevano dalla vicina Albania – spiega Mantella al pm – dagli stranieri insomma, oppure facevano qualche acquisto importante dalla cosca Accorinti, di Peppone Accorinti di Zungri, da un tale che è stato ucciso pure, che interessava a Tommaso Anello». «So che gli Anello erano anche produttori – spiega poi Mantella – non so di preciso dove avevano le piantagioni, non sono mai andato sul posto, ma so che le facevano nella zona di Acconia, da quelle parti lì, della stessa Filadelfia». «So che le curavano i fratelli Fruci, questa volta non solo Vincenzino ma anche Giuseppe Fruci, e c’era anche Michienzi e comunque si avvelenavano di queste persone». Per il trasporto invece «la droga o si nascondeva nei doppi fondi, se era un pacco piccolo, oppure se era marijuana, più voluminosa, si prendeva un furgoncino per trasportare cavalli, un trailer, si metteva la paglia, il fieno e si trasportava, addirittura spesso con il puledrino dentro».


Imponimento, i verbali di Mantella


Gli affari in Svizzera e le armi 

Il racconto di Andrea Mantella, incalzato dalle domande del pm Bonfadini si incentra, poi, sui presunti affari in Svizzera del clan Anello-Fruci. «Gli Anello – racconta Mantella – hanno un locale di ‘ndrangheta sia a Filadelfia che in Svizzera. Avevo appreso la notizia di un certo Bartuca, cognato degli Anello. Lì, sempre riguardo allo stupefacente, dove c’era una specie di piazza di spaccio, si avvalevano di un compare noto come Melo, un loro parente, dei loro affiliati, compaesani e residenti in Svizzera, amici di infanzia, compravano ristoranti, alberghi, pizzerie, qualche night». «Praticamente in Svizzera, quando ci andavano, facevano la vita da nababbi, insomma». «C’era una sorta di megalomania, questa sorta di “essere affermato”, un modo di imporsi ed essere potente. Nel tuo paese cammini con il trattore, a Milano con la Ferrari. Se cammini con la Ferrari nel tuo paese, il giorno dopo hai i carabinieri sotto casa, a Milano non ti vede nessuno».

Kalashnikov e pistole

Gli affari della cosca Anello si estendevano, inoltre, anche al settore delle armi. «I fratelli Anello – spiega Mantella – trafficavano grosse partite di armi, sempre attraverso la Svizzera, la Iugoslavia e dalla parte dei Balcani. Qualche movimentazione si faceva pure dal Piemonte, c’era questo interscambio di armi, una compravendita. Era di fatto lo stesso sistema utilizzato per il traffico di droga, uguale». Per il collaboratore di giustizia, gli Anello «compravano i cosiddetti “pezzi” a basso prezzo, e poi ovviamente il valore veniva vistosamente maggiorato, si trattava di Kalashnikov, di fucili d’assalto. Dalla Svizzera invece arrivavano pistole, erano dalla Cecoslovacchia le calibro 9, pistole a tamburo, Smith & Wesson». Mantella spiega poi al pm la natura degli affari: «I Kalashnikov se li prendevano a 2-300 euro, poi li vendevano a mille e cinque, duemila mentre con le pistole ci guadagnavano di più perché erano più commerciabili». «Le pistole – spiega – non erano conservate solo per azioni di fuoco ma anche per portarsele dietro. Si pagava a 3-400 euro e si rimetteva sul mercato a 2000 euro».

Le armi rivendute

Le armi, una volta acquistate dagli Anello, venivano rivendute ad altre consorterie criminali. «Tra loro c’erano i Iannazzo attraverso Tonino Davoli – racconta Mantella – e poi rifornivano i siciliani, ma sempre seguendo un principio: non si dovevano vendere le armi a una potenziale cosca che poteva mettersi contro di te, insomma, per farti la guerra con le tue stesse armi». E poi racconta un episodio: «I miei ex parenti Giampà di Lamezia Terme volevano uccidere Rocco Anello, io ero presente pure a questo chiarimento, che Rocco Anello aveva fornito delle armi ai Iannazzo di Sambiase». Le armi poi, secondo Mantella, sarebbero state cedute ad altre cosche calabresi nel crotonese. «Rocco Anello – spiega il pentito – ha avuto dei problemi con suo fratello perché ha rifornito di armi attraverso i Bonavota, al gruppo di Arena di Isola Capo Rizzuto e anche in questo caso hanno rischiato di essere a sua volta attaccati dal gruppo avverso degli Arena, ossia i Grande Aracri, e poi hanno pattuito che la famiglia Anello non doveva più interessarsi del Crotonese».

La spedizione delle armi nel Dash 

Il collaboratore vibonese racconta poi diversi episodi particolari, legati alle modalità di spedizione delle armi. «Siamo andati un giorno io e Francesco Fortuna a casa di Fruci ma non c’era, e lo abbiamo aspettato così davanti al salone di bellezza della compagna. Poi è arrivato e ci ha detto di seguirlo. Andò però all’ufficio postale e noi siamo rimasti meravigliati. I fustini non avevano certo la scritta fuori, erano incartati. Non so però come facevano a farli arrivare lì, forse avevano qualcuno che li agevolava, ma non l’ho mai capita questa cosa». «So solo che arrivavano dal Piemonte, e mi ha detto poi di farli spedire in caso direttamente a questo ufficio. Non so i Bonavota come hanno fatto, a sua volta anche loro se le sono fatte spedire queste armi dal Piemonte, con le stesse modalità che Fruci aveva suggerito». (redazione@corrierecal.it)

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