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i soldi dei clan

Non solo bitcoin. Così la ‘ndrangheta punta sull’innovazione finanziaria

Le cosche calabresi sperimentano anche i Monero. «Si aggiornano sui metodi di riciclaggio a livello globale». L’allarme della Dia sui “non fungible token”

Pubblicato il: 09/04/2022 – 11:11
di Pablo Petrasso
Non solo bitcoin. Così la ‘ndrangheta punta sull’innovazione finanziaria

LAMEZIA TERME Una pubblicazione del Cesi (Centro studi internazionali) spiega che, nell’ambito delle criptovalute, «la peculiarità criminale della ‘ndrangheta di riciclare e mascherare i propri proventi illeciti infiltrandosi e sfruttando business apparentemente legittimi ha consentito l’evoluzione di un ecosistema di riciclaggio talmente sofisticato da aver introdotto anche degli esperimenti con le criptovalute, confermando le elevate competenze in ambito finanziario e tecnologico dei suoi affiliati. La ‘ndrangheta, infatti, si colloca come nodo centrale della potenziale rete dello sfruttamento degli strumenti forniti dal FinTech (gli strumenti tecnologici forniti dall’innovazione finanziaria, ndr) acquisendo, anche in questo settore, il ruolo di pioniere tra le organizzazioni criminali internazionali». 

I pagamenti per i narcos e la necessità di far perdere le tracce del denaro

L’ipotesi degli analisti è che «la poliedricità degli attori coinvolti in affari illeciti» con i clan calabresi ne facilitino «l’attività di aggiornamento delle metodologie di riciclaggio di denaro a livello globale». Sembra la traduzione di una delle frasi cult del boss Nicolino Grande Aracri: «A me mi servono i cristiani buoni, mi servono… mi servono avvocati, ingegneri, architetti». Qui il capo del clan di Cutro non nomina tecnici e broker finanziari, ma il senso della ricerca rimane: le cosche, per inabissarsi assieme ai proventi delle loro attività criminali, hanno bisogno di colletti bianchi.  
È, infine, la stessa natura globale della holding ‘ndranghetista a esigere l’utilizzo di metodologie che le permettano di schermare i movimenti finanziati. Ancora dall’analisi del Cesi: «In Costa Rica, Repubblica Dominicana, Brasile e Venezuela le ‘ndrine hanno stabilito basi logistiche e strutture operative che consentono un rapido e continuo approvvigionamento di cocaina, la predisposizione di trasporti sicuri e la gestione diretta degli affari, garantendo la costanza dei pagamenti in favore dei cartelli narcos colombiani e messicani. Negli Stati Uniti e in Canada hanno instaurato rapporti imprenditoriali e commerciali in grado di gestire importanti flussi di sostanza stupefacente proveniente dal Centro e Sud America. Inoltre, intere aree di Olanda, Belgio e Germania si sono progressivamente caratterizzate per la presenza stabile di “locali” di ‘ndrangheta, direttamente collegati alle strutture originarie presenti e operative in Calabria. In aggiunta, l’organizzazione ha rafforzato l’infiltrazione nella rete logistica dei trasporti e nel commercio di merci legale, per ottenere un valido supporto alla conduzione dei traffici internazionali di stupefacenti transitanti per i più importanti scali portuali europei». Ed è «nel solco di queste relazioni che si fanno sempre maggiore spazio strumenti sofisticati che consentono di far perdere le tracce del denaro». 

Dai bitcoin ai monero. L’allarme del capo della Dia in Commissione antimafia 

bitcoin_monero_ndrangheta

Nell’aprile 2019 appare la prima traccia mediatica dell’utilizzo dei bitcoin da parte dei clan della Locride per il pagamento di alcune partite di cocaina acquistate in Brasile. Ne fa menzione in conferenza stampa il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho. Per il Cesi «la dimestichezza dell’organizzazione mafiosa in questo settore è tale da aver già superato l’utilizzo dei Bitcoin, sperimentando la criptovaluta Monero. Monero è un sistema di pagamento virtuale basato sulla blockchain, inaugurato nell’aprile del 2014 che fornisce informazioni pubbliche minime sulla transazione a tal punto da permettere scambi di valuta on line totalmente anonimi e non tracciabili. Queste caratteristiche rendono Monero uno strumento altamente inflazionato nel settore degli acquisti illegali nella dark net».
Parole che riecheggiano nella relazione semestrale della Dia. «A testimonianza dell’interesse delle consorterie criminali alle più moderne tecnologie e in particolare a tutti gli strumenti che permettono un rapido e invisibile passaggio di denaro si evidenzia il loro ricorso a pagamenti effettuati con criptovalute quali i Bitcoin e più recentemente i Monero che non consentono il tracciamento e sfuggono al monitoraggio bancario». La fonte citata dalla Direzione investigativa antimafia è l’audizione del direttore della Dia Maurizio Vallone davanti alla Commissione parlamentare antimafia. 

Il nuovo fronte: i “non fungible token”

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Le considerazioni, però, aprono un altro fronte: «Sul piano delle nuove minacce in tema di riciclaggio devono essere considerate le descritte procedure di e-commerce dei non fungible token allorquando potrebbero essere volte a nascondere la provenienza illecita dei capitali utilizzati per le transazioni. Peraltro tali pratiche online svolgendosi in un ambito non ancora normato e per il quale non sono previsti obblighi puntuali in capo ai suoi attori (operatori/utenza) potrebbero agevolmente costituire una nuova ed appetibile opportunità per perseguire lo scopo illegale in argomento da parte delle mafie».
Sono i “Non fungible token” (Nft) la nuova sfida. «La comunità finanziaria e le principali riviste specializzate di FinTech (tecnofinanza) – secondo la Dia stanno rivolgendo particolare attenzione verso investimenti in Nft. Un fenomeno sul quale nel settore ci si pone recentemente spesso e con scetticismo. Le sue dimensioni sono in costante crescita anche nel 2021 così riporta il “Nft Report 2020” recentemente pubblicato da “Atelier Bnp Paribas” e Nonfungible.com” laddove si documenta che il mercato dei non fungible token ha superato il volume d’affari dei 250 milioni di dollari grazie allo sviluppo di beni di consumo e servizi offerti in esclusiva dalle principali case internazionali di articoli di lusso, di moda e dello sport».
“Non-fungible token”, tradotto in italiano, è “gettone non replicabile”: il riferimento è a un prodotto di natura digitale creato in rete per identificarlo in maniera non modificabile e quindi consentire al proprietario di sfruttare tutti i vantaggi legati alla sostanziale “certificazione” della sua unicità, specie in chiave commerciale. Diversamente dalle criptovalute che per quanto non rappresentino monete o banconote intese in senso tradizionale costituiscono tuttavia comunque mezzi di pagamento digitali fungibili, un Nft è un bene non replicabile e proprio nella sua unicità si radicano le potenzialità alla base del suo crescente sviluppo.
«Preliminarmente – si legge ancora nella relazione semestrale – si precisa che un Nft non è un bene originale ma soltanto la sua versione unica digitale e pertanto può avere ad oggetto un’opera d’arte, una fotografia, un messaggio, un video, un gioco, un tweet o un brano musicale tutto quanto insomma può essere riprodotto digitalmente certificandone l’unicità». La Dia rileva l’avvento sul mercato degli Nft nel 2017 e la «crescita esponenziale contrassegnata da importi vertiginosi legati a vendite on line destinate soprattutto a collezionisti d’arte». Un contesto nel quale «ha avuto vasta eco il recente annuncio degli eredi di Pablo Picasso di porre in vendita 1.010 pezzi di arte digitale raffiguranti opere in ceramica dell’artista mai esposte» e anche la «vendita per 2,9 milioni di dollari di un Nft del primo tweet della storia datato 21 marzo 2006 creato da Jack Dorsey fondatore ed ex Ceo di twitter». 

Aggiornare la lotta al riciclaggio di denaro

relazione semestrale dia ndrangheta

Il problema in prospettiva sta nell’e-commerce degli Nft esso è inscindibilmente legato «a una blockchain, ovvero ad un registro digitale condiviso ed immodificabile in cui vengono memorizzati i dati delle opere – la loro certificazione virtuale – e le relative transazioni senza che nessuno possa alterarli, manipolarli o eliminarli, talché da assicurare la tracciabilità dei trasferimenti». In sostanza, il processo si presta, secondo gli investigatori della Dia «a fenomeni che spaziano dalla contraffazione al riciclaggio anche in considerazione che lo sviluppo esponenziale dell’uso degli Nft non è accompagnato da una parallela regolamentazione normativa del settore. Quest’ultimo aspetto è originato anche dalla difficoltà di radicare territorialmente le attività illustrate e quindi di potersi riferire alle relative regolamentazioni nazionali che invero non appaiono molto evolute al momento così come quelle internazionali di specie. Proprio sul fronte della lotta al riciclaggio non possono pertanto escludersi possibili condotte che avvalendosi delle procedure di realizzazione e commercio degli Nft siano finalizzate a cancellare l’origine illecita dei capitali muovendosi in un mercato non normato e per il quale non sono previsti puntuali obblighi in capo agli operatori del settore e all’utenza». (p.petrasso@corrierecal.it)

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