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inchiesta “propaggine”

I “consigli” di Vincenzo Alvaro «per chi voleva investire a Roma». Nella Capitale «c’è pastina per tutti»

Il presunto boss era un punto di riferimento. «Ho fatto un fallimento di un miliardo e mezzo ed è andato in prescrizione»

Pubblicato il: 11/05/2022 – 15:14
di Mariateresa Ripolo
I “consigli” di Vincenzo Alvaro «per chi voleva investire a Roma». Nella Capitale «c’è pastina per tutti»

REGGIO CALABRIA «Adesso lui fa le veci del padre! Hai capito? Perché il padre è anziano», «quando c’è un problema tra famiglie… chiamano lui! Capito?…lui si incontra con le altre famiglie, si mettono a tavolino e discutono del problema fino a risolverlo! perché non ci devono stare problemi!…Capito come stanno…passa tutto da lui!». A parlare di Vincenzo Alvaro – figlio di colui che «negli anni Novanta ricopriva il ruolo di capo-locale di Cosoleto», Nicola Alvaro –  in una intercettazione, è uno degli indagati della maxi-operazione “Propaggine” che su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma e della Dia ha portato all’arresto di 43 persone tra Lazio e Calabria e al sequestro di 12 società. Nell’indagine, coordinata dai procuratori aggiunti Michele Prestipino e Ilaria Calò e dai pm Giovanni Musarò e Francesco Minisci, emergono i dettagli sul modus operandi di quella che è considerata la prima locale ufficiale di ‘ndrangheta nella Capitale. L’organizzazione era guidata da una “diarchia”; un sodalizio mafioso con al vertice Vincenzo Alvaro e Antonio Carzo, entrambi appartenenti a storiche famiglie di ‘ndrangheta originarie della provincia reggina.

«Ha preso il posto del padre»

Appartenente al ramo “Cudalonga” della famiglia, originaria di Cosoleto, Alvaro si era trasferito a Roma nel 2001, «nel 1999 venne coinvolto nell’indagine “Prima” e dopo quattordici mesi di custodia cautelare venne scarcerato; venne assolto in appello (…) quando gli venne notificata la misura della sorveglianza speciale nel 2001 decise di trasferirsi con la famiglia a Roma con l’autorizzazione a lavorare». «Voleva rifarsi una vita» insieme a tutta la sua famiglia. Così Alvaro, che nella capitale era stato assunto come aiuto cuoco in un bar, aveva motivato la volontà di partire. Stando alle indagini, però, il suo ruolo era ben diverso: «Era figlio di uno storico boss della ‘ndrangheta» che – viene detto nelle intercettazioni – «al tempo delle faide del dopoguerra…ha riunito tutte le famiglie…e ha creato la pace, ha fatto fare la spartizione» e del quale aveva preso sostanzialmente il posto per ragioni anagrafiche». Una famiglia, quella degli Alvaro, che a Reggio Calabria ebbe, dunque «effettivamente un ruolo decisivo nel raggiungimento della pax». 

Il potere “riconosciuto” a Roma: «C’è pastina per tutti»

Il gruppo capeggiato da Alvaro – scrivono gli inquirenti – si era “fatto conoscere” nella capitale e «anche prima dell’autorizzazione ricevuta (nel 2015, ndr) dal Carzo Antonio a formare la locale di ‘ndrangheta a Roma: agiva già tramite metodo mafioso, era rispettata, era temuta, aveva il riconoscimento di altre organizzazioni criminali, con cui aveva concluso accordi». A Roma, afferma Giuseppe Penna – «soggetto, scrivono gli inquirenti, formalmente organico alla ‘ndrangheta, perché fornisce un costante contributo per l’operatività dell’associazione» – c’era «pastina per tutti». E che «su Roma c’era da guadagnare per tutti», secondo le indagini, Vincenzo Alvaro lo aveva capito molto bene. Era così diventato «un autentico punto di riferimento non solo per tutti gli altri sodali, ma anche per soggetti appartenenti ad altre cosche e che intendono investire sul territorio della capitale». «Partecipa – si legge nell’ordinanza del gip di Roma Gaspare Sturzo – personalmente alle affiliazioni e al conferimento di nuove doti di ‘ndrangheta, mantiene i contatti con personaggi di vertice di altre cosche, di cui si serve anche per riscuotere crediti delle attività commerciali fittiziamente intestate o per ottenere vantaggi illeciti nel settore ittico o in quello del ritiro delle pelli e degli olii». Alvaro, detto “zio”, rappresentava questo secondo le indagini, e aveva creato «un vero e proprio sistema occulto di accaparramento e gestione di attività economiche nella città di Roma».

Il sistema delle intestazioni fittizie e gli investimenti

In una conversazione captata nel 2017 Alvaro spiegava al cugino «quanto fosse conveniente fare ricorso allo strumento dell’intestazione fittizia, essendo difficile essere arrestati per tale reato, che comunque successivamente si sarebbe con ogni probabilità prescritto»: «Bisogna trovare un polacco, un rumeno, uno zingaro a cui regalare 500/1000 euro a cui intestare sia le quote sociali 44 e le cose e le mura della società……poi tutte queste cose che dicono e ti attaccano sono tutte minchiate… io ho fatto un fallimento di un miliardo e mezzo e ho la bancarotta fraudolenta… mi hanno dato tipo l’art. 7 e poi mi hanno arrestato… mi hanno condannato… e ancora devo fare l’appello…vedi tu…è andato in prescrizione… le prescrizioni vanno al doppio delle cose». Il suo settore di «competenza» era «quello relativo agli investimenti di ingentissime somme di denaro». Il gruppo, infatti, si era infiltrato in svariate attività commerciali – «intestate a compiacenti prestanome, atteso che il nome di Alvaro non era “spendibile”» – nei settori ittico, della panificazione, della pasticceria, del ritiro delle pelli e degli olii esausti, riciclando anche montagne di denaro sporco. E sono diverse le intercettazioni in cui Alvaro elenca «una serie di investimenti che avrebbe fatto, secondo l’assunto accusatorio, con denaro provento di illeciti, non giustificabile dagli accertamenti reddituali disposti, e che si caratterizzavano per essere stati concentrati tutti sul territorio romano». Oltre un milione di euro, secondo le indagini per acquisire e controllare le aziende «Oasi Dolciaria, Taverna Mithos (poi abbandonato), Binario 96, in nessuna delle quali figurerebbe soggettivamente come socio o amministratore». «Io non ho messo chiacchiere… – dice Alvaro, che «stava incessantemente pianificando e realizzando nuove acquisizioni di attività commerciali» in una conversazione – io ho messo soldi là sopra».

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