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una storia vera

“La figlia del clan”: «Sono una Pesce e devo buttare sangue fino a quando muoio»

l libro di Danilo Chirico con Giuseppina Pesce: la donna che spezzò la ‘ndrangheta dal di dentro

Pubblicato il: 18/05/2026 – 15:18
di Paola Suraci
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“La figlia del clan”: «Sono una Pesce e devo buttare sangue fino a quando muoio»

REGGIO CALABRIA Ci sono storie che non aspettano di essere raccontate. Che arrivano da sole, si siedono davanti a te e ti guardano negli occhi. E la cosa straordinaria è che a portarla non è stato un giornalista con il taccuino in mano, non è stata una fonte cercata con pazienza. È stata lei. Giuseppina Pesce, figlia di uno dei clan più potenti della ‘ndrangheta, collaboratrice di giustizia, donna con un altro nome e un’altra faccia davanti al mondo — è stata lei a scegliere quando, come e a chi aprire la porta. E quella porta, una sera, l’ha aperta a Danilo Chirico.

Un giornalista che quella terra la conosce da dentro

Chirico non è uno che studia la ‘ndrangheta dai palazzi di Roma attraverso le carte processuali. È un reggino nato nel 1977, cresciuto negli anni in cui Reggio Calabria contava i suoi morti come un bollettino di guerra — settecento caduti in sei anni di faida tra i clan più potenti della Calabria. Era lì, adolescente, il 6 ottobre 1991, quando la Marcia della Pace Perugia-Assisi — unica volta in sessant’anni — lasciò il suo percorso umbro e si trasferì a Reggio Calabria. Il corteo partì dai cancelli delle Omeca e percorse sette chilometri fino ad Archi, il quartiere dei boss, scelto come destinazione simbolica per dire basta. Decine di migliaia di persone sfilarono insieme in quello che sarebbe diventato il momento fondativo dell’antimafia sociale calabrese. Quel giorno formò Chirico come uomo prima ancora che come giornalista. Da quella radice civile nasce daSud, che Chirico ha fondato e guidato per vent’anni e di cui resta figura centrale: un laboratorio culturale che combatte le mafie con gli strumenti della cultura — libri, cinema, podcast, festival. Ed è proprio intorno a daSud che si consuma l’incontro più improbabile.

L’incontro: una sala, una falsa identità, una scelta

La serie “The Good Mothers” su Disney+, con Valentina Bellè nei panni di Giuseppina, aveva riacceso i riflettori sulla sua storia. Ma Giuseppina quella serie la guardò con occhi diversi — e rimase con qualcosa di irrisolto. Il ritratto che veniva fatto di suo padre non le somigliava. A quell’uomo, nonostante i processi e la distanza, resta legata da un filo impossibile da recidere del tutto. Poi arriva un evento pubblico di daSud: un festival cinematografico sulla mafia. Tra i film in programma c’era anche una storia che parlava di lei — di Giuseppina Pesce, della sua vita, della sua scelta. E lei, sotto falsa identità, in incognito come vive ogni giorno della sua esistenza, andò a vederlo. Si sedette in sala. Guardò. E poi cercò Danilo Chirico. Sul palco ci sono Chirico e Bellè in conversazione davanti al pubblico. In quella sala c’è anche lei — iscritta all’associazione con un altro nome, seduta tra gli altri come qualunque altra persona. Ascolta. E a un certo punto decide. Quando finisce l’evento cerca Chirico in modo riservato, si svela, gli dice chi è. Questo è il vero inizio del libro La figlia del clan Un cognome da nascondere un destino da riscrivere, edizioni Piemme. Non fu lui a cercare lei. Fu lei a scegliere lui — a decidere il momento, l’interlocutore, le condizioni. Non una vittima passiva della narrazione, ma una donna che prende in mano la propria storia e decide a chi darla. Da quell’incontro ne seguirono altri, più lunghi, costruiti sulla fiducia che si guadagna lentamente. «Poco più di due anni fa — spiega Danilo Chirico — Giusy è venuta a cercarmi. Il nostro è stato un incontro sorprendente, con un seguito inaspettato».

Quello che i processi non raccontano

Il valore di questo libro sta nella capacità di restituire la dimensione ordinaria di una vita dentro la ‘ndrangheta. Non i colpi di scena, non le sparatorie. Ma il pranzo della domenica, il modo in cui si parla a tavola, le parole che si usano davanti ai bambini e quelle che non si usano mai. A spiegarlo è lo stesso Chirico: «La mia non è una famiglia mafiosa, quella di Giusy sì. Non è poco, certo. Anzi, è una gran fortuna. Eppure, mi verrebbe da dire, che la differenza è tutta qui. D’altra parte, sosteneva Giovanni Falcone, “i mafiosi non sono dei marziani; la mafia non è estranea al tessuto sociale che la esprime”. Parlano e mangiano come noi, i mafiosi, frequentano le stesse scuole e la stessa chiesa, gli stessi bar e ristoranti, guardano la stessa televisione e votano negli stessi seggi. Sentirsi diversi, così diversi, non serve a capire, né a sconfiggere le mafie. Ecco perché per entrare in questa storia, e capire i Pesce, bisogna sapere che prima ancora che una famiglia mafiosa sono una famiglia come quella di chiunque altro, capace di gesti d’amore e grandi ingiustizie, di cura e oppressione. A cui, certo, hanno aggiunto il potere, il denaro, il rancore, l’odio». Il padre di Giuseppina, Salvatore Pesce, non assomiglia al boss dei film. Va alle processioni, ascolta la radio, tiene una Bibbia rilegata in oro sul comodino. Ama i suoi figli a modo suo. Eppure porta condanne per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti e non ha mai mostrato un grammo di pentimento. Questa convivenza tra affetto domestico e crimine organizzato è il paradosso che Chirico riesce a tenere in piedi senza scioglierlo — perché è reale, vissuto, e semplificarlo significherebbe tradirlo. Tra le righe più strazianti del libro, Giuseppina dice: «Io ho denunciato, ho cambiato vita, ma io sono una Pesce e quindi devo buttare sangue fino a quando muoio». Non è rassegnazione. È la fotografia di una condanna che non finisce mai del tutto.

Una storia non lineare, piena di cadute

Giuseppina Pesce non è una protagonista monolitica. Il libro non la trasforma in eroina. Nel 2011 Giuseppina cedette alla pressione: ritrattò, decise di rientrare a Rosarno. Un arresto fortuito la bloccò e le salvò la vita — se fosse tornata al clan, non sarebbe più uscita. Tornò a collaborare definitivamente con la pm Alessandra Cerreti. Le sue dichiarazioni portarono all’arresto di numerosi familiari. Suo fratello oggi vuole vederla morta. Lei ha 46 anni, è nonna, vive sotto falsa identità in una località segreta. Questo è il libro più inatteso e difficile della carriera di Chirico — e lui di libri difficili ne ha scritti tanti, da “Dimenticati” sulle vittime della ‘ndrangheta fino alla “Storia dell’antindrangheta”. Ma qui c’è qualcosa di diverso: la voce di una donna che ha scelto lui, che gli ha aperto porte che non aveva mai immaginato esistessero, e che lui ha avuto la responsabilità di non tradire. Questo libro non parla di mafia. Parla di cosa significa nascere figlia. E di quanto coraggio serve, a volte, per smettere di esserlo.

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