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Sentenza d’appello

“Via col vento”, confermate pene ai boss di Steccato di Cutro e Limbadi

Otto anni e 6 mesi per Giovanni Trapasso e Pantaleone Mancuso; 5 anni e 3 mesi a Giuseppe Errico. Sentenza ridotta per Riccardo Di Palma

Pubblicato il: 08/06/2022 – 11:42
“Via col vento”, confermate pene ai boss di Steccato di Cutro e Limbadi

CATANZARO Ha tenuto anche in Appello il castello accusatorio del processo scaturito dall’inchiesta “Via col vento” sull’ingerenza delle cosche nell’affare dell’eolico. Nel troncone crotonese, sono state confermate in secondo grado 3 condanne eccellenti, mentre è stata riconosciuta una sola riduzione di pena.
La Corte d’appello di Catanzaro (collegio presieduto da Maria Rosaria Di Girolamo, a latere i giudici Assunta Maiore e Giuseppe Perri) ha così inflitto la pena a 8 anni e 6 mesi di carcere per colui che è ritenuto il boss di San Leonardo di Cutro (Crotone), Giovanni Trapasso, 74; stessa pena per Pantaleone Mancuso (detto “Scarpuni”) di 61 anni considerato il “rais” di Limbadi (Vibo Valentia); altri 5 anni e 3 mesi dietro le sbarre sono stati sentenziati per Giuseppe Errico, di 68 anni, imprenditore di Cutro; mentre per il patron della “Molisana trasporti” Riccardo Di Palma, di 50 anni, industriale di San Lupo (Benevento) la pena a 5 anni e 3 mesi è stata ridotta a 8 mesi di detenzione (con condanna sospesa).
Nella decisione della Corte, infatti, non vengono ragguagliati gli estremi per accusare l’imprenditore di illecita concorrenza ed estorsione aggravata dalla mafiosità «per non aver commesso il fatto», ma viene contestata a Di Palma l’estorsione ai danni della parte civile, rappresentata da Massimiliano Arcuri.
L’indagine parte dalla Dda di di Reggio Calabria, guidata da Giovanni Bombardieri e mise in luce l’ingerenza delle cosche nell’affaire dell’eolico. Per competenza territoriale, essendo coinvolte persone appartenenti a diverse province calabresi, i fascicoli con le posizioni degli indagati sono state inviate ai tribunali competenti: Reggio Calabria, Catanzaro e Crotone.
I carabinieri hanno dato inizio all’inchiesta nel 2012. Secondo quanto emerso, in 4 province su 5 – Reggio Calabria, Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia – i clan Paviglianiti di San Lorenzo, nel Reggino, Mancuso di Limbadi e Anello di Filadelfia, entrambi nel Vibonese, e Trapasso di Cutro, nel Crotonese, avrebbero di fatto gestito la costruzione dei parchi eolici. Un’ingerenza resa possibile grazie alla connivenza di amministratori e imprenditori.
Ogni settore legato all’eolico – sostiene l’accusa – era controllato dai clan: dagli hotel al trasporto materiali, dal montaggio delle turbine alla costruzione di strade, dalle forniture alla vigilanza sui cantieri. Quando non poteva gestire gli affari direttamente, la criminalità guadagnava subappalti. Senza contare le estorsioni imposte attraverso il sistema delle sovrafatturazioni e dei pagamenti di indennità. E i colossi dell’energia si piegavano.

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