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Gratteri a Lamezia: «Le minacce? Val bene rischiare per dare speranza a migliaia di persone»

Il procuratore di Catanzaro: «Il potere non vuole gente libera». «Sull’omicidio dei netturbini speriamo si possa fare di più»

Pubblicato il: 25/06/2022 – 7:06
di Alessia Truzzolillo
Gratteri a Lamezia: «Le minacce? Val bene rischiare per dare speranza a migliaia di persone»

LAMEZIA TERME «Che vita sarebbe se vivessi senza aver fatto quello che andava fatto. Vuol dire che val bene rischiare per dare speranza a migliaia di persone». Non si è sottratto alla domanda più intima di tutte il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, quella sul suo rapporto con la morte alla luce di una vita sempre più serrata dalle misure di sicurezza e dalle notizie di nuove minacce ordine dalla criminalità organizzata. Tra le centinaia di persone presenti ad ascoltarlo a “Trame”, festival dei libri contro le mafie, si era levato inizialmente un preoccupato, quanto scaramantico, sussulto di protesta contro un argomento troppo intimo, troppo nefasto.
«C’è la consapevolezza che il rischio è aumentato – risponde il magistrato senza scomporsi –, bisogna rimanere freddi, non c’è alternativa, bisogna andare avanti». Un lungo applauso ha mostrato il palpabile affetto della gente. 

La gaffe della Scuola superiore della Magistratura e della Dna (e l’ironia di Gratteri)

Gratteri taglia corto e con ironia sulla recente – quanto in realtà grave – notizia del mancato invito dei due procuratori distrettuali calabresi al corso organizzato dalla Scuola superiore della magistratura e dalla Direzione Nazionale Antimafia sui “30 anni della Dna, delle Dda e della Dia”.
«Sicuramente si sono dimenticati di invitare, sarà stata una svista», dice Gratteri. Intanto ieri la questione ha suscitato non poche perplessità vista l’assenza, tra i relatori, non solo dei capi delle due procure antimafia più attive nella lotte alla ‘ndrangheta ma l’assenza di magistrati calabresi in generale. 

«L’improcedibilità è una aberrazione giuridica»

«Da cittadino italiano sono adirato perché da un po’ di anni stava aumentando la credibilità della gente nella magistratura e nelle forze dell’ordine. Abbiamo portato avanti operazioni importanti». A rischiare di fare saltare lo sforzo di decenni sono le recenti riforme sulla giustizia. Riforme varate da un governo di larghe intese composto dalla stragrande  maggioranza delle forze politiche. Quelle stesse forze politiche che da destra a sinistra chiamano Gratteri per chiedere consigli – «Io sono il consulente gratuito di tutti», dice. Eppure tutti compatti nel varare leggi come l’improcedibilità che Gratteri non esita a definire «una aberrazione giuridica». La riforma che prende il nome dal ministro della Giustizia Marta Cartabia, e che entrerà n vigore dal primo gennaio 2025 prevede che il processo d’appello potrà durare al massimo due anni e quello di Cassazione 12 mesi. Se si supera questo limite il procedimento decade, vale a dire che il processo finisce senza che venga emessa alcuna sentenza. A nulla è valso, spiega il procuratore, l’allarme lanciato dai procuratori di Corte d’Appello i quali hanno pronosticato, dati alla mano, che il 50% delle sentenze di condanna emesse in primo grado, in appello saranno improcedibili. «Sarà come se la sentenza di primo grado non ci fosse mai stata». Verrà data priorità ai reati con detenuti, reati di associazione mafiosa, e quelli contro la persona.
E l’omicidio colposo, contemplato in tanti casi di morte sul lavoro?
Inutile è stato cercare di scuotere le coscienze quando il procuratore è stato convocato in commissione Giustizia, prima che venisse approvata la legge. Gratteri ha portato degli esempi concreti come il caso di un operaio che muore su un cantiere. In primo grado verranno condannati i responsabili. In secondo grado arriva la tagliola dell’improcedibilità e il procedimento cade nel vuoto. «A questa povera vedova cosa diciamo?», ha chiesto Gratteri ai nostri parlamentari. Niente da fare: oggi come oggi «per avere ristoro – spiega il magistrato – la vedova dovrà fare una causa civile». Senza contare che l’improcedibilità “favorirà” i condannati in reati ambientali, concussione e corruzione, per fare alcuni esempi.

«Tutti questi referendum erano inutili»

Gratteri non si è mai voluto esprimere prima del risultato del voto degli ultimi referendum. Ieri ha Lamezia, per la prima volta, a partita conclusa, lo ha detto senza remore: «Tutti questi referendum erano inutili».
Un esempio? «La separazione delle carriere (tra magistrati requirenti e giudicanti, ndr) è esattamente il contrario di ciò che il sistema giudiziario ha bisogno», ha detto Gratteri, il cui auspicio, ha spiegato, è che nel suo ufficio possano arrivare almeno cinque giudici a fare i pm, una risorsa vista la loro esperienza nella costruzione della prova da sostenere in giudizio.

«Cosa portiamo in dote per i 30 anni delle stragi?»

Alla memoria, alla lotta, al sacrificio di magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino «cosa portiamo in dote per i 30 anni delle stragi?», si chiede il procuratore. La risposta è: riforme come l’improcedibilità.
«Purtroppo i morti – dice Gratteri – non possono parlare e finché siamo vivi dobbiamo parlare noi. Altrimenti siamo complici». Falcone e Borsellino sono due dei protagonisti del libro “Non chiamateli eroi”, scritto dal procuratore insieme al professore Antonio Nicaso. «Falcone e Borsellino erano invidiati perché guardavano in prospettiva e vedevano le cose 20 anni prima degli altri. Erano combattuti, derisi, diffamati e calunniati anche all’interno delle istituzioni. Eppure, quando sono morti, i Gattopardi non hanno esitato a salire sui palchi per commemorarli. C’era gente che simulava di essere amica di Falcone, andavano a porgergli la mano e lui, dopo aver dato la mano ad alcune persone, dopo si puliva sulla gamba destra del pantalone». Borsellino, racconta Gratteri, rispetto a Falcone era più riservato, più duro, decisionista, senza fronzoli. La vedova di Borsellino racconta che quando il marito andava a Roma, tornava di umore sempre più nero. Aveva un’agenda rossa nella quale segnava i particolari degli incontri che aveva avuto. Io quando vado a Roma, vado a chiedere uomini e mezzi. Immagino che anche lui andasse a chiedere uomini e mezzi». Non sappiamo come andarono quegli incontri a Roma perché qualcuno, tra le macerie ancora fumanti e nello scenario apocalittico causato dalla bomba che lo ha ucciso, ha avuto come unico obbiettivo quello di aprire lo sportello della Croma celeste del magistrato per impossessarsi di quella agenda rossa. Chi ha quella agenda ha avuto e ha potere. «Fino a quando non si trova quella agenda non ci deve essere pace in Italia – ha commentato Gratteri –. La commemorazione di Falcone e Borsellino si doveva fare con una legislazione antimafia seria che rendesse non conveniente delinquere».

Quelle notizie «documentalmente false»

Quando si è presentato davanti alla quinta commissione del Csm, che lo ha esaminato perché in lizza per il posto di procuratore alla Dna, Gratteri ha depositato preliminarmente i dati che certificano che, sotto la sua guida, non risulta esservi stata nessuna ingiusta detenzione per le indagini condotte dalla Procura di Catanzaro.
Il magistrato sa che deve difendersi a ogni piè sospinto soprattutto dall’attacco di «testate giornalistiche che mi diffamano quotidianamente». Il magistrato non risparmia stoccate anche ai vari ordini dei giornalisti sparsi per il Paese che permettono che taluni «giornali scrivano notizie documentalmente false».

«Il potere non vuole gente libera»

Si sa, il procuratore Nicola Gratteri parla senza infingimenti. Non risparmia le sua considerazioni, da uomo slegato da ogni asservimento, al mondo politico di questi tempi. A questo governo di larghe intese che fa passare anche le riforme più aberranti fino al suo rappresentante, il presidente del consiglio dei ministri Mario Draghi «che nel suo discorso di insediamento non ha pronunciato una parola contro la mafia», salvo poi leggere il testo della relazione della Dia il giorno dopo una staffilata di Gratteri ospite a La7. Draghi si è limitato alla lettura di una relazione già abbondantemente commentata dai giornali e «senza proposte concrete per la lotta alla mafia», ha detto Gratteri.
«Il potere non vuole gente libera. Il potere vuole che ci sia qualcuno sopra la tua testa che possa comandarti», ha affermato il procuratore di Catanzaro che si considera una persona che ama moltissimo questa terra, «un inguaribile romantico» che pensa che lottare serva anche a non uccidere la speranza di tanti giovani che vogliono un’Italia diversa, non fatta di faccendieri, di gente incompetente che non sa scrivere in italiano e occupa posti di potere. «Penso alla bellezza, alla pulizia, a un mondo migliore», dice Gratteri portando a esempio gli uomini che hanno fatto la nostra Costituzione e che sono protagonisti nuovo libro scritto con Nicaso: “La Costituzione attraverso le donne e gli uomini che l’hanno fatta”. Il procuratore pensa a esempi come Sandro Pertini, partigiano poi presidente della Repubblica, che litigò con la propria madre perché gli aveva trovato una raccomandazione per salvargli la vita. «Gente che amava l’Italia e la difendeva con i denti», dice il procuratore.

Il caso Lamezia

A Lamezia non si può non parlare degli omicidi che l’anno segnata nel tempo, come quello del giudice Ferlaino, del sovrintendente Salvatore Aversa e dei due netturbini Francesco Tramonte e Pasquale Cristiano.
Dalle carte che il procuratore ha letto sul caso Ferlaino emerge come «lui che era massone si opponesse a che la ‘ndrangheta entrasse nella massoneria».
Del sovrintendente Aversa, Gratteri dice che la sua morte è maturata in seno al grande potere delle mafie a Lamezia Terme. Mafie con un filo diretto con le cosche di San Luca. «Aversa combatteva quasi a mani nude. C’era la metà delle forze dell’ordine che ci sono oggi».
«Sull’omicidio dei due netturbini (avvenuto nel 1991, ndr) ho un po’ di rabbia – dice il procuratore – perché ritengo che non fosse difficile risolvere questo caso. Speriamo che si possa fare di più». Nicola Gratteri rimarca il rapporto costante di collaborazione con la Procura di Lamezia Terme, guidata da Salvatore Curcio. E invita la popolazione a denunciare a non fermarsi. «Il mio ufficio è un pronto soccorso, vengono persone disperate». Persone che da qualche anno sanno con chi parlare. (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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