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«Il diritto all’aborto cancellato e il rischio di perdere le conquiste di civiltà giuridica»

«La sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, ribalta la storica decisione conosciuta come sentenza “Roe v. Wade” che, dal 1973 ad oggi, ha garantito l’accesso all’interruzione volontaria di…

Pubblicato il: 25/06/2022 – 12:02
di Chiara Penna*
«Il diritto all’aborto cancellato e il rischio di perdere le conquiste di civiltà giuridica»

«La sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, ribalta la storica decisione conosciuta come sentenza “Roe v. Wade” che, dal 1973 ad oggi, ha garantito l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza su tutto il territorio nazionale statunitense.
Prima di tale pronuncia, infatti, l’aborto era disciplinato da ciascuno Stato dell’Unione con legge propria ed in almeno 30 Stati era previsto come reato di common law, cioè non poteva essere praticato in nessun caso.
Nel 1972, però, alla Corte suprema degli Stati Uniti, veniva chiesto se la Costituzione federale riconoscesse il diritto all’aborto anche in assenza di problemi di salute della donna, del feto e di ogni altra circostanza che non fosse la libera scelta della donna.
Ne caso specifico si trattava, infatti, di una ragazza molto giovane, sposata con un uomo violento e incinta per la terza volta contro la sua volontà.
La decisione venne presa il 22 Gennaio 1973 con una maggioranza di 7 giudici a favore e 2 contrari e si fondava su un’ interpretazione del Quattordicesimo Emendamento secondo cui esiste un diritto alla privacy inteso come diritto alla libera scelta di ciò che attiene alla sfera più intima dell’individuo.
La Corte suprema riconosceva, pertanto, il diritto all’aborto semplicemente in un’ottica di limitazione dell’ingerenza statale, non definendo assolutamente, come diversamente e strumentalmente alcuni sostengono, l’aborto come diritto assoluto.
Al singolo Stato, infatti, restava comunque il dovere di intervenire in talune circostanze, che coincidevano in particolare con il tempo di gestazione secondo due principi: il primo, che rendeva l’aborto possibile per qualsiasi ragione la donna lo volesse, fino al punto in cui il feto fosse in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero materno, anche con l’ausilio di un supporto artificiale, il secondo, in caso di pericolo per la salute della donna, anche qualora il feto fosse già in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero materno.
Tornando allora alla decisione odierna, essa muoveva dalla richiesta formulata da parte dello stato del Mississippi e posta all’attenzione della Corte Suprema, proprio poiché con una legge si intendeva abolire quasi ogni forma di interruzione di gravidanza dopo 15 settimane di gestazione.
Tale legge, però, non era entrata in vigore proprio perché nei tribunali di grado inferiore – secondo quanto prevede la procedura – era stato presentato appello, sostenendo che essa si poneva in violazione con quanto stabilito, appunto, nella storica sentenza ‘Roe v. Wadè.
Con il superamento della decisione in questione, dunque, di fatto da domani, il diritto all’aborto a livello federale sarà eliminato ed avrà perso così il suo livello di Costituzionalità, poiché ogni singolo stato americano potrà decidere nuovamente di adottare la legislazione che preferisce e senza vincoli, con effetto quasi immediato in tredici stati in cui le leggi statali limitano già in maniera molto stringente l’aborto.
A dire il vero, tale prenuncia era prevedibile ed annunciata, dal momento che su 9 giudici della Corte, sei sono quelli nominati dai Repubblicani – fra cui tre indicati dall’ex presidente Donald Trump – e solo tre erano nominati dai Democratici, già apertamente contrari.
Quello che preoccupa, però, è che il decano della Corte suprema, il giudice ultraconservatore Clarence Thomas ha argomentato ritenendo che si “dovrebbero riconsiderare” passate decisioni in materia di accesso alla contraccezione, relazioni intime tra persone dello stesso sesso e nozze omosessuali.
In particolare, quelle prese di mira dal giudice, sarebbero le sentenze “Griswold”, “Lawrence” e “Obergefell”, poiché relative a casi riconducibili al diritto fondamentale alla privacy e all’eguale protezione dei diritti.
Al momento, si può tirare un sospiro di sollievo poiché pare che nessuno dei Colleghi si sia allineato a tali esternazioni, ma certamente anche solo doverle leggerle non può che far sorgere un velo di inquietudine. Se infatti – si spera – si è comunque ben lontani dalla realtà distopica del romanzo di Margaret Atwood, simili idee, nonché alcune discutibili affermazioni di giubilo provenienti esponenti dei partiti conservatori nostrani, riportano inevitabilmente alla mente l’ipotetico futuro de Il racconto dell’Ancella, in cui la democrazia è caduta a favore di un governo teocratico totalitario che proibisce alle donne ogni forma di libertà e condanna l’omosessualità. Ad ogni modo, non si può far altro che ammettere, comunque la si pensi, che la sentenza in questione è certamente di natura ideologica e politica, poiché attraverso un meccanismo che non rispecchia molto gli equilibri e segue logiche non democratiche – se si considera come avviene la nomina dei Giudici della Corte Suprema – riconduce gli Stati Uniti indietro di cinquant’anni in tema di tutela dei diritti fondamentali.
Le conseguenze sul piano culturale, purtroppo, non sono affatto da sottovalutare neanche oltreoceano ed invitano certamente le forze progressiste a vigilare, perché il rischio di perdere senza accorgercene conquiste di civiltà giuridica e diritti che per noi sembravano inviolabili e immodificabili è sempre in agguato».

*Avvocato penalista e criminologa

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