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inchiesta Medoro

L’uomo dal passato «impenetrabile» legato «mani e piedi» al boss Luigi Mancuso

L’inchiesta della Dda di Milano prende piede dalla figura di Antonio Orlando Virgillo al quale, pur non essendo indagato, il gip dedica ampi capitoli. Dal favoreggiamento della latitanza di Pantale…

Pubblicato il: 01/08/2022 – 15:23
di Alessia Truzzolillo
L’uomo dal passato «impenetrabile» legato «mani e piedi» al boss Luigi Mancuso

CATANZARO «Questo soggetto è fedelissimo di mio zio Luigi Mancuso […] legatissimo legatissimo, di mani e di piedi. Di questo ne ero strasicuro, sia perché l’ho visto, sia perché ne parlavano in famiglia, perché mi facevano capire: “Questo non si tocca”, punto». 
L’uomo del quale parla il collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, nel corso di un interrogatorio a luglio 2019, è Antonio Orlando Virgillo, 57 anni. L’uomo non è indagato nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Milano denominata “Medoro” ma nell’ordinanza di custodia cautelare il suo nome ritorna di frequente e viene riportato anche nel corso di un interrogatorio del collaboratore Mancuso.
Il gip lo sottolinea nel corso di un capitolo a lui dedicato nella premessa dell’ordinanza: «Virgillo è uno dei soggetti dai quali ha preso le mosse la presente attività d’indagine. Pur non essendo il Virgillo destinatario di richiesta di misura cautelare, appare utile soffermarsi su tale soggetto, atteso che è proprio grazie al monitoraggio di costui e di Prenesti (Antonio Prenesti, detto Totò Yoyò, considerato referente dei vibonesi a Milano, ndr), che è stato possibile risalire agli odierni indagati e ricostruire la loro rete relazionale». 

L’uomo dal passato «impenetrabile» per la Dda di Milano ma molto noto agli inquirenti calabresi

Virgillo viene descritto come un soggetto dal passato «quasi impenetrabile», un uomo prudente «capace di lasciare all’oscuro sui suoi spostamenti anche i suoi familiari più stretti».
«Virgillo – scrive il gip di Milano – risulta nullatenente. Ad eccezione della patente di guida e di una vecchia carta d’identità, non risulta intestatario di utenze domestiche, di autovetture, di un abbonamento qualsiasi. Costui, seppur insediatosi da decenni a Milano – come testimoniato peraltro da alcuni risalenti controlli del territorio operati a suo carico – risulta di fatto irreperibile all’anagrafe del Comune dal 2001».
Nonostante per gli investigatori milanesi Virgillo sia quasi un mistero, l’uomo in Calabria era stato a lungo monitorato e attenzionato dalle forze dell’ordine e dalla Dda di Catanzaro.
Non solo. Nel 1984 era stato arrestato dai carabinieri di Nicotera per favoreggiamento con l’accusa di avere agevolato la latitanza di Panteleone Mancuso detto “l’Ingenere”, padre del collaboratore Emanuele Mancuso.
Per tale fatto, Virgillo fu condannato in via definitiva ad un anno di reclusione.
Nel 2005 fu tra i 109 indagati nell’operazione antidroga della Dda di Catanzaro “Decollo”, finì in carcere con l’accusa di di aver fatto parte di un’associazione finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Misura cautelare poi annullata dal Riesame.
È stato più volte notato in compagnia di Pantaleone Mancuso, detto “Luni Scarpuni” esponente apicale dell’omonima cosca; i fratelli Giuseppe Antonio e Pasquale Gallone, vicini a Luigi Mancuso (in particolare Pasquale considerato il braccio destro del boss e condannato a 20 anni di reclusione nell’ambito del processo abbreviato di “Rinascita”); lo stesso Virgillo è stato controllato, due volte, nel 1989, in compagnia del boss Luigi Mancuso.
Nel 2018 ha partecipato al matrimonio della nipote di Luigi Mancuso (anche il boss era presente all’evento).
E, per quanto riguarda le vicende che attengono all’inchiesta “Medoro”, la convivente di Virgillo risulta essere la proprietario dell’appartamento ove risiedono l’indagato Luigi Aquilano e la moglie Rosaria Mancuso, figlia di Antonio Mancuso cl. 38, esponente di vertice dell’omonima cosca».
Luigi Aquilano, originario di Tropea ma residente a Milano, è indagato dalla Dda di Milano per associazione mafiosa, considerato il promotore e organizzatore dell’associazione milanese, in stretti rapporti con la cosca di Limbadi, anche in forza del proprio matrimonio, è accusato di pianificare, organizzare e gestire personalmente il traffico di sostanza stupefacente, coordinando tutte le fasi di contrattazione, acquisizione e successiva cessione, impartendo disposizioni immediatamente precettive agli associati. 

Il gip esclude l’associazione mafiosa

C’è da sottolineare, in merito all’associazione mafiosa, che il gip ritiene non possa ritenersi configurabile tale reato «non essendosi ritenuta dimostrata l’esistenza di un sodalizio mafioso imperniato sulla famiglia Aquilano», poiché, tra l’altro, «dalle indagini – scrive il giudice – non si evince alcuna “alleanza” o “collegamento” giuridicamente rilevante con la cosca Mancuso». Infatti Luigi Aquilano, 44 anni, è stato tratto in arresto in relazione ai reati legati a produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope e tre ipotesi di estorsione (esclusa l’aggravante mafiosa).

Virgillo e i Di Giacco

Tornando a monte, nell’ordinanza “Medoro” il gip evidenzia che «gli “intimi” rapporti tra Virgillo e il boss Luigi Mancuso sono emersi anche nell’ambito dell’indagine “Rinascita-Scott”», la maxi inchiesta della Dda di Catanzaro. Inoltre il collaboratore Emanuele Mancuso identifica in fotografia Virgilio come uno dei Di Giacco: «Se non erro, questo soggetto qui è uno degli zii dei Di Giacco, io così ricordo». Il collaboratore specifica di riferirsi sia a Giuseppe che a Edoardo Di Giacco, entrambi nati a Tropea e residenti a Milano ed entrambi accusati dalla Dda di Milano di associazione mafiosa, in particolare Edoardo (partecipe del traffico di sostanza stupefacente, del recupero crediti nei confronti di Luca De Carlo, spartizione dei proventi delle attività delittuose). Il gip non ha disposto nei suoi confronti nessuna misura cautelare.
Emanule Mancuso racconta che «la famiglia Di Giacco di Badia, in particolare gli zii dei Di Giacco, oltre ad essere imparentati a con gli Spasari sono intimi – e sottolineo intimi – di Luigi Mancuso. Uno dei fratelli Di Giacco è imprenditore a Milano e l’altro è medico». Poi il collaboratore racconta che in una occasione aveva esploso dei colpi di arma da fuoco dinnanzi all’abitazione di Peppone Accorinti, boss di Zungri. Quando venne fatta una discussione chiarificatrice per appianare l’offesa arrecata ad Accorinti, Emanuele Mancuso racconta che era presente anche Antonio Orlando Virgillo che il collaboratore riconosce in un album fotografico.
«Questo era già lì per i fatti suoi, non so se era venuto per… si trovava là per caso, perché lì di gente, quando c’era mio zio di Luigi, ne andava e veniva, era come l’ Asldi un paese, che tutti devono prendere il ticket per poter parlare con Luigi».

Il Bar Brianza

Nonostante risulti nullatenente, le indagini avrebbero rivelato che Virgillo è l’effettivo titolare del Bar Brianza a Milano. Questo dato sarebbe emerso da un’intercettazione telefonica tra Virgillo e Aquilano dove quest’ultimo parla dell’«altro bar», dunque non si riferisce al locale che lo stesso Aquilano gestiva con la compagna di Virgillo, il “Sara Cafè”.
«Ah eh lo so, lì ci ho rimesso… ma là era un’altra situazione e…», dice Virgillo.
Secondo Emanuele Mancuso Virgillo «aveva aperto dei bar ai nipoti, e poi i nipoti si sono sperperati i soldi, e lui copriva i debiti che creavano, perché i nipoti giocavano alle schedine e queste cose qua, si sono mangiati un mare di soldi, una marea di soldi, hanno creato un sacco di boom su debiti di droga e cose varie, e lui gli ha chiuso i debiti».
Il gip scrive che «in buona sostanza, si è appreso che Virgillo – sebbene nullatenente – “aveva aperto dei bar ai nipoti, che poi i nipoti si sono sperperati i soldi, e lui gli copriva i debiti che creavano”. Questa frase, oltre a confermare sostanzialmente quanto riferito da Virgillo ad Aquilano in occasione del loro confronto, aggiunge tuttavia un particolare – come si vedrà a breve – decisivo ai fini della riconducibilità a Virgillo del bar Brianza, ossia che il predetto avesse “aperto dei bar ai nipoti”. Inoltre, coerentemente alla versione dei fatti fornita da Aquilano ( “ah, eh lo so.. lì ci ho rimesso… ma là era un’altra situazione e…”), anche ad Emanuele Mancuso era noto che la gestione del bar da parte di Virgillo si fosse conclusa con delle passività, con la precisazione che il cattivo andamento dell’attività era stato causato dai debiti contratti proprio dai “nipoti” di Virgillo anche per motivi legati all’approvvigionamento di stupefacente, attività – questa – che emergerà a tutti gli effetti anche nell’ambito della presente indagine». (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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