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«Bambina indottrinata con principi criminali». Sospesa la responsabilità genitoriale alla ex del collaboratore Mancuso

Il Tribunale per i minorenni ha incaricato i Servizi sociali di intensificare i rapporti padre-figlia. Ma tra carte e realtà c’è un abisso

Pubblicato il: 05/08/2022 – 11:55
di Alessia Truzzolillo
«Bambina indottrinata con principi criminali». Sospesa la responsabilità genitoriale alla ex del collaboratore Mancuso

ROMA Il Tribunale per i Minorenni di Roma ha sospeso Nensy Vera Chimirri, 30 anni, dall’esercizio della responsabilità genitoriale nei confronti della figlia di quattro anni che la donna ha avuto con il collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, 34 anni, figlio di uno degli esponenti di spicco del potente clan di ‘ndrangheta di Limbadi, Pantaleone Mancuso alias “L’Ingegnere”.
Il Tribunale, al momento, ha rigettato la richiesta di allontanare la minore dalla madre ma ha incaricato i Servizi sociali territorialmente competenti «di elaborare un progetto di intervento intensificando la frequentazione padre-figlia, anche con eventuali pernotti, in vista di un eventuale collocamento della minore presso il padre, laddove ne maturassero i presupposti; i Servizi – prosegue il decreto del Tribunale – segnaleranno l’eventuale fattibilità di un progetto di collocamento della bimba con in struttura con il padre e riferiranno entro il 31 ottobre 2022».
Il decreto, sulla carta, parla di una madre inadeguata, un modello di vita diseducativo che non ha mai seguito le indicazioni imposte dal Tribunale, cioè di intraprendere un percorso di revisione critica e interrompere ogni contatto con gli ambienti familiari. Ambiente giudicato «pericoloso».
Ma la realtà qual è?

Parole e realtà

La realtà è che la donna non si è mai pentita. Chimirri è ufficialmente fuori dal Programma di protezione – quindi non ha più un nome di copertura e non deve sottostare più ai vincoli e alle regole dettati dal Programma di protezione – vive con la bambina. Dubbi sorgono anche sui mezzi di sostentamento della donna, che ormai non dovrebbe più percepire assegni di mantenimento.
Nella realtà il padre, che collabora con la giustizia da ormai quattro anni, che si è affrancato dall’uso di sostanze psicotiche fin dal 2018, che si è allontanato dal contesto familiare nonostante le numerose pressioni subite (attraverso anche la strumentalizzazione della bambina), che ha intrapreso un percorso per inserirsi nel mondo nel lavoro… riesce a vedere la figlia per due/tre ore alla settimana. E, all’atto pratico, è impossibile che possano essere messi in pratica i dettami del decreto del Tribunale dei minori – «eventuali pernotti, in vista di un eventuale collocamento della minore presso il padre» – questo perché la bimba, che è sottoposta, come il padre, a programma di protezione, vive lontana dal padre e deve essere accompagnata dal Nop (nucleo operativo di protezione) la cui sede è lontana sia dal padre che dalla figlia.
Dunque, sulla carta, Emanuele Mancuso ha mantenuto un percorso virtuoso, è l’unico dei genitori che, al momento gode della potestà genitoriale – anche se limitata -, ma non può vedere la figlia che una volta alla settimana.

Quelle parole “profetiche” «Tua figlia te la scordi»

D’altronde non sono lontane le parole irridenti di Peppe De Certo, compagno della sorella di Emanuele Mancuso, e della stessa sorella Desiree Mancuso che tra l’invito a comprare una corda e gli insulti quali «vomito umano» rivolgono al collaboratore messaggi dal tenore «tua figlia te la scordi… hai perso zio… proprio ora che pensi che hai vinto». Una chat recente sulla quale gli inquirenti stanno cercando di fare luce.

La dura analisi della Procura dei minori di Roma

Il pubblico ministero della Procura dei minori di Roma ha evidenziato come dagli atti emerge che «la Chimirri rappresenta una fonte di pericolo per l’incolumità psichica della minore che viene indottrinata con principi criminali e che viene usata dalla madre quale strumento per condizionare la scelta di dissociazione dal contesto criminale intrapresa da Emanuele Mancuso». Il pm evidenzia come durante una videochiamata la bambina utilizzasse coltelli da cucina e si sia rivolta al padre chiamandolo «uccello canterino».

Accuse pesanti

Di certo la conflittualità tra Mancuso e la Chimirri è molto accesa e questo non manca di sottolinearlo anche il Tribunale.
Le accuse che i due si rivolgono sono al vetriolo e il decreto le mette nero su bianco.
Il collaboratore, attraverso l’avvocato Antonia Nicolini, ha lanciato gravi accuse anche nei confronti del legale di Chimirri, arrivando a definirlo «un “canale informativo” tra la donna e la famiglia Mancuso». Dice poi «che la madre della bambina non avrebbe abbandonato i progetti delinquenziali rendendosi responsabile di nuovi reati». Secondo Mancuso la ex compagna manterrebbe contatti con «i parenti calabresi e in particolare con l’ambiente criminale consentendo anche alla figlia di conservare una relazione con tali soggetti».
Dal canto suo Chimirri ha sporto denuncia-querela nei confronti di Mancuso per atti persecutori affermando di non utilizzare alcun account social dal 2019, quando è entrata a far parte del programma di protezione.

La battaglia più dura

La battaglia di Emanuele Mancuso per tenere sua figlia lontana da ambienti malavitosi ha avuto inizio una settimana prima che la bimba nascesse, quando il ragazzo ha deciso di saltare il fosso e collaborare. Mancuso ha subìto il ricatto e le pressioni della famiglia.
Ma la battaglia più lunga e più dura per il collaboratore di giustizia è quella per poter fare il padre. Una dura lotta che il 34enne ha ingaggiato sia con l’ex compagna che, a tratti, anche con lo Stato.
Il giovane aveva 30 anni quando ha deciso di dire addio alle proprie origini e di entrare nel programma di protezione. Era stato arrestato nel corso dell’operazione “Nemea” con l’accusa di tentata estorsione e danneggiamento. La sua compagna, Nensy Vera Chimirri non lo ha mai seguito in questa scelta, al contrario, una sentenza in abbreviato del 5 marzo 2021 la condanna a 4 anni di reclusione «per i reati di violenza privata e favoreggiamento personale aggravati dal metodo mafioso quali condotte esercitate al fine di costringere Emanuele Mancuso a ritrattare le dichiarazioni rese e abbandonare il percorso di collaborazione». Secondo l’accusa, la donna ha tramato con la famiglia del collaboratore usando la piccola appena nata come arma di ricatto per farlo tornare sui suoi passi. 

Tutela con armi spuntate

Quando la bambina, a maggio 2019, è stata inserita nel programma di protezione, sua madre ha deciso di seguire la figlia pur non aderendo spontaneamente allo speciale programma di protezione nel quale è stata ammessa de plano dalla Commissione centrale. Programma revocato dalla Commissione centrale con una delibera del 20 aprile 2022.
Il decreto del Tribunale dei minori aderisce alle considerazioni del pubblico ministero e il giudizio nei confronti della donna è molto duro.
«Il Tribunale – è scritto nero su bianco nel decreto – ritiene che debba essere sospeso l’esercizio della responsabilità genitoriale di Chimirri Nensy nei confronti della figlia, alla quale la madre, evidentemente, non è in grado di assicurare un corretto accudimento; la donna, infatti, ha mantenuto uno stile di vita e valoriale non compatibile con una genitorialità competente, rimanendo vicina alle logiche del contesto criminale del quale ha fatto parte e non ha aderito alle indicazioni del Tribunale, così cagionando alla bambina una condizione di elevato pregiudizio e di rischio psico-evolutivo. È, quindi, evidente l’incapacità genitoriale della Chimirri che continua a offrirsi come modello di vita diseducativo».
La Procura aveva chiesto l’allontanamento della madre dalla minore ma il Tribunale ha ritenuto necessario un aggiornamento da parte dei Servizi sociali, di specialisti e della struttura che ospita madre e figlia.
Lo Stato dovrebbe tutelare i minori e i collaboratori ma spesso le armi sono spuntate.
Lo stesso Mancuso, è scritto anche nell’ultimo decreto, non ha mancato di denunciare il Servizio sociale affidatario e gli operatori della casa famiglia nella quale si trova la figlia per avere violato l’onere della vigilanza e della tutela dell’integrità della bambina. La contesa è durissima e ancora non è stato scritto l’ultimo capitolo. (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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