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Ucciso a 25 anni per un defogliatore per olive. I legali della famiglia di Salvatore Pangallo: «Le prove raccontano la verità»

A Locri a processo zio e cugino. «Gli spari continuarono anche dopo». La replica alla tesi difensiva: «Insisteremo sulla balistica»

Pubblicato il: 17/10/2022 – 6:57
di Mariateresa Ripolo
Ucciso a 25 anni per un defogliatore per olive. I legali della famiglia di Salvatore Pangallo: «Le prove raccontano la verità»

LOCRI È «paradossale» parlare di «un incidente» o della «non volontà di uccidere». Ne sono convinti gli avvocati che compongono il collegio difensivo della famiglia di Salvatore Pangallo, il 25enne barbaramente ucciso ad Africo dopo una feroce lite con il cugino e lo zio. È in corso, davanti ai giudici della Corte d’Assise di Locri, il processo che vede imputati Santoro e Pietro Favasuli, padre e figlio, rinviati a giudizio per concorso in omicidio aggravato dalla premeditazione e futili motivi. Accuse che, secondo i legali delle parti civili, gli avvocati Marilena Barbera, Mari Vazzana e Antonino Tuscano «sono sostenute da corredo probatorio inconfutabile».

L’omicidio e il movente: «Ucciso per un defogliatore per olive»

Era lunedì 9 novembre 2020 quando nelle campagne di Africo, in provincia di Reggio Calabria, si consumava l’omicidio di Salvatore Pangallo e il ferimento del padre, Costantino Pangallo. Il ragazzo venne raggiunto da un colpo di pistola che gli fu fatale. A sparare il giovanissimo cugino, oggi 25enne, Pietro Favasuli, arrestato qualche giorno dopo insieme al padre, Santoro Favasuli. I due, si costituirono al termine di serrate ricerche condotte dai carabinieri sotto il coordinamento della Procura di Locri. Durante le indagini emersero subito i difficili rapporti che intercorrevano tra le due famiglie e che erano sfociati in una violentissima lite. Alla base di essa un macchinario per la pulitura delle olive.

La ricostruzione: «Gli spari verso la vittima continuarono anche dopo averlo colpito»

Ascoltato in aula nel corso dell’udienza dello scorso 12 ottobre, Pietro Favasuli ha dichiarato di non aver sparato per uccidere il cugino, ma solo per «bloccare tutti» durante la lite che era degenerata. Una ricostruzione definita «paradossale» dai legali della famiglia. «Le accuse – dichiarano al Corriere della Calabria gli avvocati Barbera, Vazzana e Tuscano – sono sostenute da corredo probatorio inconfutabile, paradossale poter affermare ad un incidente o alla non volontà di voler uccidere». Salvatore, spiegano, era «un ragazzo disarmato, in difficoltà di difesa e di sfuggire al colpo».

Salvatore Pangallo, la vittima

I legali, poi, entrano nei dettagli e contestano la tesi della difesa: il 25enne «fu colpito mentre era a terra, non può trattarsi di non volontà di uccidere, poco spazio ha la tesi alternativa, poiché, gli spari verso la vittima continuarono anche dopo averlo colpito, Salvatore si alza a sangue caldo e scappa verso casa a trovare riparo, ma Favasuli Pietro continua la sua spietata sparatoria». Prova di questa ricostruzione, secondo i legali della famiglia, «ne sono i bossoli ritrovati sulla scena del delitto. Le prove raccontano, se ne prenda atto».

I legali della famiglia: «Insisteremo sulla balistica per fare chiarezza»

L’avvocato Marilena Barbera
L’avvocato Mari Vazzana

A Locri la prossima udienza si terrà il prossimo 21 ottobre. «Insisteremo sulla balistica per fare chiarezza», spiegano gli avvocati della famiglia, che sottolineano: «Una giovane vita spezzata per futili motivi non può trovare giustificazione alcuna. Siamo fiduciosi con la famiglia della vittima nella giustizia, Salvatore ha avuto la disgrazia di assistere alla sua morte e alla fine dei suoi sogni, agonizzante cercava di salvarsi dalla furia omicida, adesso la giustizia farà il suo corso, affinché possa avere la sua morte, giustizia piena. Giovani vite distrutte, solo esempio di giustizia può smuovere le coscienze».

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