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L’urlo di Masciari: «La revoca della scorta è una condanna a morte»

Il testimone di giustizia: «Ho creduto nello Stato e ho perso tutto. Io e i miei familiari non siamo pratiche amministrative»

Pubblicato il: 20/10/2022 – 7:15
L’urlo di Masciari: «La revoca della scorta è una condanna a morte»

CATANZARO «Chiedere che venga ancora riconosciuta, anzi aumentata, la misura di protezione tramite scorta non è per me l’adesione a una moda o a un capriccio; la mia è una richiesta che parte da un oggettivo e concreto rischio che si è palesato nel momento stesso in cui ho scelto di denunciare affidandomi alla legge dello Stato». Lo scrive Pino Masciari, l’imprenditore testimone di giustizia per il quale il ministero dell’Interno ha avviato la procedura di revoca della tutela personale, in una memoria scritta fatta recapitare alla Prefettura della provincia in cui risiede, che pochi giorni fa gli ha fatto pervenire la decisione del competente ufficio del Viminale. Con le sue dichiarazioni, Masciari, imprenditore edile originario di Catanzaro, ha determinato la condanna a pesanti pene di importanti boss della ‘ndrangheta. Ora scrive che la revoca delle misure di sicurezza per lui e per i suoi familiari equivale a una condanna a morte. «Tengo particolarmente a sottolineare – scrive Masciari nella memoria di cui l’Agi ha letto il contenuto – che i miei figli non hanno mai, in tutti questi anni, potuto vivere un’esistenza normale, poiché tale scelta ha pregiudicato la loro serenità, minata costantemente dalla paura e dal sentimento di pericolo, emozioni gravose e non adatte alla loro giovane età».
Masciari chiede, dunque, il mantenimento delle misure a suo tempo decise a tutela sua e della sua famiglia e scrive parole molto dure.

Masciari: «Siamo persone, non pratiche da evadere»

«L’eventuale revoca delle misure di sicurezza, nella concretezza – spiega – assume il significato di condanna a morte di un uomo e di un padre che ha creduto nello Stato, ha perso le aziende e il lavoro, gli affetti e la sua terra ed è stato fatto vivere per tutti questi anni da esiliato sacrificando la moglie e i figli. La mia vita – fa rilevare – quella di mia moglie e dei miei figli non può essere valutata e trattata così come si fa con le pratiche amministrative. Nelle vostre mani c’è la mia esistenza e quella della mia famiglia. Per alto senso civico e per la difesa dei valori costituzionali ho denunciato esponendo me stesso e la mia famiglia a rischi incalcolabili ma ero certo che lo Stato sarebbe stato al mio fianco finché ne avessi avuto bisogno, non finché fosse “stato avviato un procedimento amministrativo”. Siamo persone… non pratiche e atti da evadere. Non è difficile – aggiunge – ricordare nomi e vicende di altre persone vittime di ritorsione mafiosa, colpite proprio nel momento in cui lo stato gli ha voltato le spalle o quando c’è stata una disattenzione nel sistema di protezione».

«Il luogo in cui vivo è noto da tempo…»

«Il luogo in cui vivo, con la mia famiglia, è da tempo noto … se la logica non mi inganna – scrive Masciari in una lunga memoria inviata alla Prefettura di Torino riportata dall’Ansa – la sospensione del sistema tutorio dovrebbe voler dire che io e la mia famiglia non siamo più in pericolo o meglio che lo stato non ci ritiene in pericolo. Ricordo che la ‘ndrangheta non dimentica… non sarebbe accettabile che all’indomani di una eventuale tragedia sentirsi dire che non si era valutato correttamente il rischio perché si tratta della vita delle persone! La ‘ndrangheta non è consueta notificare atti di archiviazione di volontà di vendetta ai diretti interessati quindi io, Pino Masciari, non ho modo di sapere quali siano le attuali intenzioni di rivalsa nei miei confronti. Sappiamo però bene tutti che la ‘ndrangheta aspetta proprio il momento in cui si è abbassata la guardia per colpire. Quindi quali elementi ulteriori dovrei fornire più di quanti non già in possesso delle autorità per confermare l’attualità delle possibili ritorsioni a danno mio e della mia famiglia?».

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