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«Ti brucio l’azienda con la benzina». Le minacce dell’aspirante deputato legato al clan Piromalli

Nell’ordinanza dell’inchiesta “Radici” il racconto della ‘ndrangheta che si muove sotto traccia. E dei boss trasformati in manager assetati di investimenti. Il giro di fatture per riciclare i soldi…

Pubblicato il: 26/10/2022 – 20:04
«Ti brucio l’azienda con la benzina». Le minacce dell’aspirante deputato legato al clan Piromalli

BOLOGNA «Io piuttosto che ridarti indietro l’azienda te la brucio con la benzina». Espressione non proprio commendevole per un futuro (aspirante) deputato. Eppure a luglio 2019 Francesco Patamia, arrestato dalla Guardia di Finanza di Bologna nell’operazione “Radici”, lo diceva a una persona ritenuta vittima di estorsione. Sono i tempi in cui Patamia non è ancora passato a quello che nelle carte viene definito il «progetto politico» che lo porterà a spostarsi a Bruxelles e a fondare il movimento “Europei Liberali”, prima di tentare la scalata a un seggio parlamentare. Gli inquirenti della Dda di Bologna contestano allo stesso Patamia (candidato alle recenti elezioni politiche per “Noi Moderati”), in concorso con il padre Rocco e un altro indagato, anche l’aggravante mafiosa, per aver agito mediante l’uso della forza intimidatrice, di assoggettamento e di omertà con riguardo alla ‘ndrangheta. Il nodo sono i presunti rapporti tra i Patamia e i loro investimenti e la cosca dei Piromalli.
Gli indagati – è l’accusa – costrinsero la vittima ad accettare condizioni diverse e più gravose da quelle pattuite in occasione della stipula del contratto di cessione di un ramo d’azienda, con sede del Ravennate. «Se ti rivolgi a un avvocato sappi che ci saranno delle conseguenze» è un’altra delle frasi intimidatorie agli atti dell’inchiesta. Secondo gli investigatori, «i Patamia e i loro incaricati non esitavano a farsi forza delle loro origini richiamandosi alle locali forme di criminalità organizzata». Il gruppo avrebbe la «costante presenza» a Cervia di Giuseppe Maiolo, detto “il ragioniere”, «esponente certificato da sentenza passata in giudicato del clan di ’ndrangheta dei Piromalli».

Le mafie sotto traccia. «Divise in piccole “cellule” con i boss come manager»

Sono episodi, quelli narrati nelle 300 e più pagine dell’ordinanza di custodia cautelare che confermano le frequenti affermazioni dei magistrati antimafia sulla ’ndrangheta silente. «Questa indagine – spiega il comandante della Guardia di Finanza dell’Emilia-Romagna, generale Ivano Maccani – conferma che in territori come quello dell’Emilia-Romagna le mafie esistono, le mafie operano e lo fanno sotto traccia, lo fanno senza chiasso, senza rumore». E, nello specifico lo fanno «suddivisi in piccoli gruppi, quelle che possiamo definire piccole “cellule”, guidate da boss che assumevano la funzione di manager. Manager assetati di investimenti».

Il giro di fatture per riciclare il denaro arrivato dalla Calabria

L’inchiesta “Radici” ruota attorno a una serie di investimenti illeciti, molti dei quali avvenuti in piena pandemia, soprattutto nelle province di Ravenna e Forlì Cesena. Un ampio campo di interventi finanziari: negozi, bar e società nel campo dell’edilizia, della ristorazione e dell’industria dolciaria. Nelle indagini i finanzieri hanno ricostruito un «vorticoso giro» di aperture e chiusure di società che, formalmente interessate a prestanome, venivano utilizzate come mezzo per riciclare il denaro che arrivava dalla “casa madre” in Calabria.
Questo era possibile grazie all’utilizzo di fatture false, spesso preordinate al trasferimento di ingenti somme di denaro e al compimento di distrazioni patrimoniali. Le cellule che agivano in Emilia-Romagna erano autonome, ma considerate vicine alle ‘ndrine dei Piromalli di Gioia Tauro e dei Mancuso di Limbadi. Alcuni degli indagati sono responsabili di diversi episodi di intimidazione e minacce, e in alcuni casi di violenze ai danni degli imprenditori che si sono rifiutati, o hanno tentato di farlo, di “obbedire” alle richieste delle cellule. Nell’inchiesta sono finiti anche un commercialista e un avvocato, entrambi d’origini calabresi, che operano su Modena, entrambi interdetti per un’anno dall’esercizio della professione, che per gli investigatori agivano come ‘consiglieri’ dei gruppi.

La denuncia del sindaco di Cesenatico sugli investimenti anomali

L’indagine è partita dalla segnalazione di vari investimenti anomali, nel campo della ristorazione, da parte del sindaco di Cesenatico, Matteo Gozzoli. Parlando con gli investigatori nel luglio del 2019, il primo cittadino spiega inoltre che Rocco Patamia, padre di Francesco, si sarebbe rivolto in maniera minacciosa a un agente della polizia municipale, chiedendo «se avesse figli». Il sindaco sottolinea che già a partire dall’estate del 2018 aveva segnalato al prefetto di Forlì-Cesena che molte delle attività della della famiglia Patamia erano state cedute, tra le quali un ristorante e una piadineria. L’unica attività ancora attiva, per Gozzoli, sarebbe stato un hotel, acquistato dalla famiglia Patamia e poi affittato nel novembre 2018 con una «gestione sui generis», perché si tratta di «un albergo rimasto chiuso anche durante le festività pasquali e in occasione della Sette Colli, gara ciclistica che richiama turisti dedicati nel Comune. Al momento – sottolinea il sindaco – l’attività parrebbe ancora chiusa e per quanto attiene al territorio la gestione è anomala».

Il “basso profilo” non cancella del tutto gli episodi violenti

Seppure silenziosa e sotto traccia, i presunti esponenti della ‘ndrangheta in Emilia Romagna, sottolinea il gip Domenico Truppa, «per ottenere il risultato programmato dall’associazione, non si sono fatti scrupoli nel corso del tempo di utilizzare quelle modalità, prima minatorie e, successivamente, coercitive, nei confronti dei pochi soggetti che hanno manifestato reazioni (seppur legittime) potenzialmente dannose verso l’intera associazione o verso il singolo». La frase compare in un passaggio dell’ordinanza. Il giudice evidenzia una «assoluta professionalità criminale» da parte degli indagati «nell’agire mediante condotte estremamente efficaci, tant’è che i vari episodi violenti» sono «caratterizzati dall’assenza di formale denunce da parte delle vittime, che hanno preferito subite una condotta ingiusta ed economicamente penalizzante, piuttosto che rischiare di patire le ripercussioni paventate». Per altro verso «a fronte di carature criminali di spiccato rilievo è emersa nel corso dell’indagine «la necessità di mantenere un “basso profilo” tale da non attirare l’attenzione». (ppp)

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