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Ospedali senza medici e cure “lontane”, così i calabresi pagano la sanità tre volte

Le opportunità negate agli ospedali di montagna e i viaggi della speranza. Sapia: «Battaglia che si doveva e dovrebbe condurre»

Pubblicato il: 02/11/2022 – 7:41
di Emiliano Morrone
Ospedali senza medici e cure “lontane”, così i calabresi pagano la sanità tre volte

Stefano è tornato a casa. Da poco ha subito un intervento di chirurgia oncologica che «con un minimo di dotazioni poteva essere eseguito anche a San Giovanni in Fiore», secondo due medici dell’ospedale di un’altra regione in cui l’uomo è stato operato. «In Calabria – si sfoga il paziente – avevo fatto il giro delle sette chiese, senza ottenere alcuna diagnosi. In particolare, a uno studio privato avevo sborsato centinaia di euro, ricevendo risposte vaghe, dubbie ed incomplete. Ho dovuto ripetere gli accertamenti fuori, nel reparto che mi ha preso in carico. Ora sono rientrato e devo sbattermi da una parte all’altra per gli esami necessari. È una vergogna: così si legittima la discriminazione tra ricchi e poveri».

L’ospedale di San Giovanni in Fiore

«Il calabrese paga la sanità tre volte»

«La storia di Stefano è la regola. Il calabrese – dice uno specialista che lavora nel pubblico in Emilia-Romagna – paga la sanità tre volte: prima per le indagini strumentali da privati del proprio territorio, poi per i viaggi della speranza e infine per proseguire le cure nel luogo in cui risiede, nel quale mancano percorsi definiti e il malato deve spesso percorrere centinaia di chilometri, conoscere qualcuno ovvero andare a casaccio o dove lo mandano i medici che lo seguono. Tante volte, in Calabria il malato non è manco assistito, specie se ha una patologia tumorale. Noi lo operiamo e la Regione di provenienza ci paga il conto. Poi il paziente va via e magari lo rivediamo quando si è aggravato, perché nella sua zona i controlli sono organizzati male, il più delle volte senza monitoraggio e connessioni tra servizi ospedalieri e territoriali».

«Chirurgia possibile negli ospedali montani»

Il regolamento vigente sugli standard ospedalieri dà modo – ci aveva detto Giuseppe Brisinda, chirurgo della Fondazione Agostino Gemelli – di attivare con posti letto e di terapia intensiva l’unità di Chirurgia generale in ciascuno degli ospedali montani, che in Calabria sono quattro: Acri, San Giovanni in Fiore, Soveria Mannelli (nella foto sopra) e Serra San Bruno. Si tratta di presìdi ospedalieri ridimensionati nel 2010, con il decreto numero 18 del presidente della giunta regionale, all’epoca Giuseppe Scopelliti, in qualità di commissario del governo all’attuazione del Piano di rientro dai disavanzi sanitari. «Allora – racconta un ex dirigente sanitario – quasi nessuno aveva capito che ne era stata prevista la chiusura. Dopo un’attenta analisi, si riuscì ad evitarla. Furono tecnici della materia – sottolinea – a trovare la soluzione che permise di mantenere in vita i quattro ospedali montani della regione», di fatto, non negli atti ufficiali, diventati ospedali di comunità, cioè strutture intermedie a prevalente gestione infermieristica.

Una battaglia «che si doveva e dovrebbe condurre»

«Qui, all’ospedale di San Giovanni in Fiore, non si può fare un’ecografia addominale», confida un sanitario di turno, che aggiunge: «Vuole sapere perché? Non c’è più un medico che possa eseguirla». «L’alternativa – aggiunge un altro operatore in camice – è il privato, dopo il pensionamento di alcuni medici del posto. Come vede, ormai è rimasto poco». Le cause di questa situazione sono datate e piuttosto ignorate, osserva l’ex deputato Francesco Sapia. «Acri, San Giovanni in Fiore, Serra e Soveria – dettaglia – presentano carenze analoghe e si reggono in piedi con misure temporanee: le prestazioni aggiuntive da 500 a 1000 euro a turno, il ricorso alle cooperative di medici oppure a specializzandi o appena specializzati, comunque privi di autonomia operativa. Salvo eccezioni, le rappresentanze politiche calabresi hanno accettato con meccanica rassegnazione che i territori interni fossero spogliati dei servizi di base. Le fratture politiche hanno avuto la meglio sulla battaglia, sposata soltanto da qualche sindaco in carica, che si doveva e dovrebbe condurre per modificare gli standard assistenziali sulla scorta dei dati epidemiologici, dell’orografia e delle condizioni di viabilità e vulnerabilità sociale delle zone montane della Calabria. I giovani medici non vogliono lavorare negli ospedali periferici, perché lì la sicurezza delle cure e la crescita professionale non sono affatto garantite. Soprattutto, il numero chiuso dei corsi di laurea in Medicina è un limite enorme alla disponibilità di nuovi medici e, oltre a favorire il mercato dei corsi di preparazione, alimenta il fenomeno dei professionisti in affitto, caratterizzato da grande lucro e dall’innegabile rischio di prestazioni inadeguate».

«Polemiche sterili, beghe interne, improduttività e la prospettiva della chiusura»

sapia deputato
Francesco Sapia

Sapia ritiene «sterili le polemiche politiche che si leggono sui social». E rilancia: «Lo stato di abbandono degli ospedali montani ha radici lontane. Il punto vero è che in rari casi le rappresentanze politiche del territorio hanno avanzato proposte di riqualificazione dell’assistenza ospedaliera e territoriale. Spesso gli attori in campo non hanno mai chiarito come rilanciare i servizi e su che cosa investire e puntare. C’è un’ossessiva ripetizione di ovvietà. Pochi entrano nel merito delle questioni e tracciano un percorso condivisibile. Purtroppo, quando viene indicata una direzione precisa, come nel giugno scorso avvenuto a San Giovanni in Fiore con la visita dell’allora sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, a livello locale ne consegue una discussione politica dai contenuti scadenti e dalle prospettive ancora peggiori. Per esempio, si insiste a ragione sulla necessità di altri medici, che non è spuntata ieri, ma non si pensa affatto a come creare le condizioni che li convincano a venire, a costruire reparti produttivi che contribuiscano a ridurre l’emigrazione sanitaria. Il privato agisce invece all’opposto: investe in diagnostica e specialistica e in breve recupera le spese affrontate, anche grazie ad ambiguità e incapacità nel pubblico. Se – avverte Sapia – guardiamo i numeri dei piccoli ospedali pubblici, il quadro è pessimo e ne indica il possibile epilogo naturale: la dismissione. Tra gli episodi di malasanità, il cattivo rapporto costi/benefici, le beghe interne che denunciai invano e la frequente impossibilità di gestire il paziente acuto, c’è da aspettarsi il trionfo delle cliniche private, che già si promuovono con efficaci campagne di reclutamento dei pazienti».

«Momento favorevole, occorrono coraggio, alleanze politiche, buone idee e volontà chiare»

Che cosa fare? «Servono coraggio – scandisce Sapia – e alleanze forti, al di là delle singole appartenenze. La congiuntura è favorevole, forse irripetibile: i governi regionale e nazionale sono dello stesso colore politico. Inoltre, i commissari delle aziende del Servizio sanitario regionale, che stanno lavorando per risolvere i problemi ereditati, potrebbero essere riconfermati in virtù della probabile proroga del secondo decreto Calabria. Se si perderà tempo, gli ospedali montani della regione saranno chiusi per mancanza di medici. È il momento di investire risorse per tutelare la salute delle comunità servite da queste strutture, nelle quali andrebbero attivate delle unità di Chirurgia generale, anche per interventi oncologici. Sondalo, in Lombardia, è un paesino con un ospedale pubblico provvisto, addirittura, di Cardiologia interventistica. Ciò dimostra che con la volontà politica e la competenza tecnica si possono superare tutti gli ostacoli, come già successo per l’apertura della Cardiochirurgia pubblica di Reggio Calabria, che compirà sei anni di attività nel prossimo dicembre. Bisognerebbe: finirla con le strumentalizzazioni; dialogare con i sindaci e sostenerli; impegnare tutte le somme necessarie al raggiungimento degli obiettivi; valorizzare le professionalità esistenti; trovare primari in gamba e assicurare loro autonomia e strumenti validi; mettere da parte l’improvvisazione e le rendite di potere; superare la convinzione secondo cui gli ospedali montani devono occuparsi soltanto degli anziani; creare ambiti sanitari più omogenei e quindi prescindere, nella loro ridefinizione, dai confini provinciali; lavorare con un cronoprogramma all’integrazione effettiva tra servizi ospedalieri e servizi territoriali, tenendo conto delle difficoltà economiche e pratiche dei cittadini».
Avrà un seguito il ragionamento dell’ex parlamentare, che nella precedente legislatura si era dedicato anzitutto ai bisogni della sanità calabrese? (redazione@corrierecal.it)

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