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l’inchiesta

I patti mafiosi per infiltrare l’economia a Roma. «Troviamo uno zingaro e gli intestiamo la società»

Le intercettazioni del boss nell’inchiesta della Dda capitolina. Una rete di prestanome collegati alla ‘ndrangheta per mettere le mani sulle attività commerciali

Pubblicato il: 09/11/2022 – 12:56
I patti mafiosi per infiltrare l’economia a Roma. «Troviamo uno zingaro e gli intestiamo la società»

ROMA «Bisogna trovare un polacco, un rumeno, uno zingaro a cui regalare 500/1000 euro a cui intestare sia le quote sociali e le cose e le mura della società». È l’intercettazione, citata nell’ordinanza del gip, in cui a parlare è Vincenzo Alvaro, ritenuto dai magistrati ella Dda di Roma a capo del Locale di ‘Ndrangheta attivo da anni nella Capitale. Con lui a capo del sodalizio anche Antonio Carzio, entrambi legali alle famiglie di Cosoleto, centro in provincia di Reggio Calabria. Nel dialogo carpito Alvaro prosegue: «poi tutte queste cose che dicono e ti attaccano sono tutte minchiate…io ho fatto un fallimento di un miliardo e mezzo e ho la bancarotta fraudolenta…mi hanno dato tipo l’art. 7 e poi mi hanno arrestato…mi hanno condannato…e ancora devo fare l’appello…vedi tu…è andato in prescrizione…le prescrizioni vanno al doppio delle cose…», aggiunge.

I «patti mafiosi» per infiltrare l’economia a Roma

E c’erano veri e propri “patti mafiosi”, «volti a garantire gli accordi imprenditoriali per infiltrare l’economia romana». Lo scrive il gip di Roma Gaspare Sturzo nell’ordinanza cautelare nel quale descrive il modo in cui la ‘Ndrangheta locale ha infiltrato il territorio romano. Per tutti e 26 i destinatari della misura cautelare, «sussistono i gravi indizi cautelari, dal punto di vista soggettivo ed oggettivo come indicati dall’accusa», scrive il giudice. Tra gli arrestati anche i due boss Domenico Carzo e Vincenzo Alvaro. È evidente come «sussista anche l’aggravante dell’agevolazione mafiosa contestata – aggiunge il gip Sturzo – quanto al voler favorire l’associarsi di soggetti pluripregiudicati o già collegati con esponenti mafiosi calabresi della ‘Ndrangheta con Vincenzo Alvaro, capo del locale di ‘Ndrangheta capitolino anche nella costola alvariana, senza mai far figurare la presenza formale dello stesso, o quella degli stessi soci consapevoli della necessità di impiegare prestanome». «L’analisi sopra compiuta consente di dire come gli intestatari formali – prosegue il giudice – per ragioni di parentela o di provata vicinanza storica, fossero anche a conoscenza delle persone di cui erano prestanome e teste di legno nella gestione societaria e delle ragioni per cui erano stati utilizzate come mezzi di occultamento necessari».

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