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Il “resettaggio” delle società per sfuggire alle inchieste. Così il “Sistema Alvaro” lavorava per prendersi Roma

Il locale di ‘ndrangheta attivo anche dopo gli arresti del 10 maggio scorso. Il metodo utilizzato per “spogliare” le società a rischio e ripulirle. La pasticceria finanziata in contanti e la rete d…

Pubblicato il: 09/11/2022 – 15:27
di Pablo Petrasso
Il “resettaggio” delle società per sfuggire alle inchieste. Così il “Sistema Alvaro” lavorava per prendersi Roma

ROMA Il “locale” di ‘ndrangheta attivo a Roma «ha continuato a operare anche dopo l’esecuzione delle ordinanze cautelari personali e reali del 10 maggio 2022». La data è quella del giorno in cui la Capitale si è svegliata con la notizia di arresti e sequestri. E ha scoperto che due rami della criminalità organizzata calabrese si erano uniti per dare alla luce un nuovo clan. Quella che gli investigatori della Dda di Roma definiscono una «nuova struttura criminale “periferica”, organica, autonoma ma collegata con quella della “casa madre”». A guidarla è la diarchia formata da Vincenzo Alvaro e Antonio Carzo. Proprio di “Sistema Alvaro” parlano i magistrati antimafia, perché le attività del “locale” sarebbero andate avanti «continuando a seguire l’ordine dato da Vincenzo Alvaro» anche quando era chiaro che il cerchio delle indagini fosse sempre più stretto. Nell’ordinanza di custodia cautelare si riepilogano gli step investigativi: la «scoperta delle microspie nel ristorante Binario 96 (4 dicembre 2017)»; l’ordinanza cautelare «a carico di Giuseppe Spagnuolo, detto Pinu U Banditu, da parte del gip di Catanzaro per associazione mafiosa, dove si faceva riferimento agli affari romani di quello con gli uomini della costola alvariana della Locale di ‘ndrangheta (gennaio 2018)». E poi la «fuga di notizie di indagini su arresti della Procura di Roma contro il clan Alvaro-Palamara-Carzo, informazioni ricevute nel febbraio del 2018 da Antonio Carzo» e, ancora, la «fuga delle notizie di indagini bancarie della Dia, su delega della dda di Roma, presso la Bpm legate alle società del gruppo Alvaro (maggio 2018)». Sono eventi in seguito ai quali Alvaro ordina «di procedere a nuove simulazioni, prima tra tutte il suo licenziamento dalla Cala Roma srl, e di fingere in caso di indagini che tale lavoro fosse stato un accordo di mera rappresentanza a vendere ì prodotti della società; quindi, di slegare la posizione della Marlene Cingone dalla Station Food srl – Binario 96 (ma anche dalla Fish Roma srl), recidendo il filo rosso che poteva condurre nuovamente alle proprietà occulte di Vincenzo Alvaro, a quelle dei suoi soci occulti, e ai prestanome, quali consapevoli intestatari fittizi, in quelle società».

I quattro passaggi del “Sistema Alvaro”

È in questo contesto che il “sistema Alvaro” «tenterà di far scomparire quote sociali e aziende riferibili all’ala alvariana del Locale di ‘ndrangheta, e che seguiranno un copione ben preciso, cioè un modello tipizzato». Gli atti offrono un esempio del «copione»: si parte con la «cessione della locazione dell’immobile in cui opera l’azienda appartenente alla società a rischio di individuazione da parte delle indagini di polizia giudiziaria della Dda di Roma». Secondo step: «nuova locazione da parte di una diversa società neo costituita, con altri prestanome del clan Alvaro-Palamara come titolari fittizi delle quote sociali, teste di legno quali legali rappresentanti delle stesse e capitali di avviamento di oscura provenienza non certamente propri degli intestatati fittizi privi di redditi dichiarati». Terzo passaggio: «richieste di autorizzazioni amministrative e di nuove licenze, a nome della neo costituita società, ma di fatto negli stessi beni aziendali della precedente società ritenuta compromessa, compreso avviamento, segni distintivi etc.., senza che questa si opponesse a tale spoglio». Ultima fase: «inizio di esercizio dell’attività gestita dalla neo costituita società, di fatto nella stessa azienda spogliata a quella a rischio di indagine della Dda di Roma». È così che il “locale” romano «pensava di poter recidere ogni contatto societario, personale, ogni tracciabilità finanziaria e qualsiasi passaggio documentale che potesse compromettere la società neo costituita attraendola nell’alveo delle indagini». Il “sistema Alvaro” lavorava a un resettaggio che liberasse le nuove aziende «da qualsiasi peso», in modo da «sfuggire a eventuali misure di prevenzione patrimoniali».

«Resettare tutto». Il modello del boss applicato su sei società

Sono almeno sei le vicende societarie in cui il modello teorizzato dal boss di Sinopoli si ripete. E «in tutti questi giri di società, aziende, beni patrimoniali e somme di denaro contante, saranno di fatto implicati tanto i vertici delle due costole del Locale, come i partecipi più rappresentantivi dello stesso, o i loro familiari o altri soggetti loro fiduciari». È da una discussione tra tre indagati che si ricavano i princìpi cardine del sistema. È Sebastiano Cordiano, a dire che le linee guida erano di «resettare tutto» e quindi «fare una nuova società, come era stato già fatto, pochi mesi prima (aprile 2017) per la “pasticceria”, o meglio, per quello che era il bar pasticceria di via Siria ora Bar Pasticceria Iside, fatto transitare sotto il cappello societario della Global Service srl». «Come abbiamo fatto in pasticceria – dice Cordiano –. Facciamo una nuova società… e resetti tutto».

Il caso della pasticceria finanziata in contanti «con i soldi delle slot machine»

È un interrogatorio del 25 ottobre 2022, quello di Maurizio Valenzise – «che rivendica come propria l’iniziativa imprenditoriale» della pasticceria Iside –, a dare agli inquirenti lo spunto per ricostruire il “manuale del resettaggio” operato dal clan. Valenzise, infatti, «è stato costretto ad ammettere la partecipazione di fatto di Sebastiano Cordiano, Marco Pomponio e Giovanni Pitasi» all’impresa. Spiega poi che «conosceva da anni Vincenzo Alvaro e molti suoi parenti, prima che fossero tratti in arresto per mafia» e di non aver «mai saputo» dei problemi giudiziari di Alvaro né di aver mai trattato con lui. Sul punto, per gli investigatori, le sue dichiarazioni troverebbero «una concreta difficoltà a superare le prove delle intercettazioni in atti di numerose conversazioni, tra cui alcune a cui ha partecipato direttamente, dove si comprende chiaramente che Vincenzo Alvaro è il soggetto che ha deciso l’operazione Bar pasticceria Iside e che Maurizio Valenzise è stato “scelto” come imprenditore di riferimento». Altra osservazione degli inquirenti riguarda «la movimentazione finanziaria che Valenzise ha addotto a giustificazione della presa di controllo dell’azienda», che sarebbe «avvenuta con accertate forti immissioni di contanti, a suo dire, provenienti dalle giocate di slot machine, appartenenti e gestite da altre società di cui egli era socio e legale rappresentante e in assenza di qualsiasi giustificazione o fatturazione, e delle quali di fatto si appropriava del predetto contante riscosso e lo versava, anche in operazione frazionate sul conto Global Service srl dedicato alla gestione del Bar Pasticceria Iside». Queste circostanze confermerebbero come «la Global Service sia stata finanziata con complesse manovre in contanti di cui le fatturazioni, ora fornite dalla difesa, con data 31 dicembre 2017, cioè l’ultimo giorno di vita del Bar Pasticceria Iside, emessa dalla società di fatto già di fatto defunta Oasi dolciaria srl a carico della Global Service srl sembrano essere documenti postumi, anche in parte posticci, la cui precostituzione appare essere orientata a fine di un inquinamento probatorio ad uso e consumo di eventuali indagini di Pg». Tutti passaggi che portano gli inquirenti a una conclusione: «Adesso sappiamo cos’è il resettaggio, cioè l’utilizzo di una società nuova, l’acquisizione dei contratti di locazione e la distrazione dei beni, stigliature, insegne, ditta e avviamento dell’azienda in difficoltà appartenente alla società da abbandonare; e sappiamo come questo faccia parte del Sistema Alvaro». C’è quanto basta per avviare la fase due dell’inchiesta che ha svelato a Roma quali fossero le attività del suo primo “locale” di ‘ndrangheta. (p.petrasso@corrierecal.it)

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