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inchiesta “reset”

Così i clan cosentini imponevano la sicurezza sulla costa tirrenica. «In cambio lasciavamo un regalo»

Il pentito Giuseppe Montemurro racconta il business dei clan bruzi sulla costa. «Spendevamo il nome di Rango, Patitucci e Muto»

Pubblicato il: 10/11/2022 – 8:00
di Fabio Benincasa
Così i clan cosentini imponevano la sicurezza sulla costa tirrenica. «In cambio lasciavamo un regalo»

COSENZA L’inchiesta denominata “Reset” coordinata dalla Dda di Catanzaro ha disvelato, ancora una volta, la portata del business delle cosche cosentine sui sistemi di vigilanza letteralmente imposti agli esercizi pubblici di gran parte della costa tirrenica. Chi indaga è particolarmente interessato a comprendere i motivi che hanno convinto i clan ad interessarsi al settore. A tratteggiare, in un verbale del 2015, i contorni del modus operandi dei sodalizi bruzi è Giuseppe Montemurro, oggi collaboratore di giustizia.

L’ingresso nella società di vigilanza

«Nel corso del 2007 – racconta il pentito – avevo perso il lavoro di fotografo, per cui venivo avvicinato da una persona che gestiva una società di vigilanza e iniziavo a occuparmi di procacciargli i clienti e di gestire la vigilanza presso i locali pubblici. Già all’epoca imponevamo i servizi di vigilanza in una serie di locali, a Cosenza, a Rende e sul tirreno cosentino». La scelta della società che garantiva il servizio non era contemplata, ma imposta. «Decidevamo il numero delle persone da impiegare e ci
autorizzavano a spendere il nome di Mario Gatto e Adolfo D’Ambrosio quali esponenti di spicco del clan Lanzino.
Al netto delle spese, il 50% dei proventi confluiva nella bacinella del clan». Montemurro interromperà, in seguito ad un diverbio con un collega, il rapporto con la società di vigilanza salvo poi ritornare sui suoi passi e trovare, quale referente, Francesco Patitucci.

Il subentro di Patitucci e la pax

Patitucci, per anni al vertice degli “Italiani”, era considerato «un numero uno». Lo stesso boss comunicherà a Montemurro di aver costruito un percorso di pace fra tutti i gruppi, «nel senso che aveva riunito attorno ad un tavolo Lanzino, Franco Presta, Franco Bruzzese, Giovanni Abruzzese e Michele Bruni. Lo stesso Patitucci aveva un referente cetrarese, che consentiva «a che noi gestissimo sulla costa il servizio di vigilanza attraverso il pagamento di una somma di denaro, “un regalo”». Montemurro è parte attiva del gruppo e nell’imporre i servizi di vigilanza, spendendo il nome di Patitucci, «non ero mai da solo ma, di volta in volta, accompagnato da qualcuno».

L’idea imprenditoriale

Il servizio garantisce lauti guadagni e l’impegno della società di vigilanza con i vari locali cosentini procede a gonfie vele. Ma all’inizio dell’estate del 2014, Montemurro intravede la possibilità di aumentare gli introiti, attraverso l’imposizione della vigilanza sulla costa tirrenica. «Frequentavamo un lido a San Lucido io, Adolfo Foggetti, Ettore Sottile, Tonino “Banana” e Maurizio Rango (…) a disposizione di Foggetti, tantoché facevamo ciò che volevamo senza pagare alcunché». «In mia presenza – continua il pentito – il titolare del lido ha consegnato 1.000 euro a titolo estorsivo a Foggetti. Lì è nata l’idea di imporre i servizi di vigilanza tra San Lucido e Torremezzo». I membri del gruppo si attivano e anche Rango «che parlava a nome di Francesco Patitucci» lavora per convincere una famiglia del posto a concedere uno spazio agli “Italiani”. «Conveniva che noi gestissimo la vigilanza in quanto avremo assicurato la metà dei proventi e così è stato. Sempre nel mese di giugno di quell’anno, tentammo un abboccamento con Luigi Muto, che raggiungemmo in un ristorante». L’incontro però viene casualmente scoperto da un carabiniere di Cetraro. «Ricordo che nel mentre eravamo seduti arrivò il maresciallo che ci notava, pertanto ci demmo alla fuga. Venimmo raggiunti in auto da Gigino Muto che era a bordo di un’auto guidata dal suo autista, iniziammo a parlare senza raggiungere nessun accordo. In un secondo momento si svolse un nuovo incontro, venimmo convocati al cospetto di Luigi Muto presso una casa diroccata tra la marina e il paese di Cetraro e all’incontro partecipò Maurizio Rango che si fece forte del fatto che poteva parlare a nome di Patitucci, tanto da convincere Luigi Muto a stringere
lo stesso accordo che avevamo raggiunto già sulla costa, cioè assumere i servizi di vigilanza fino a Diamante riconoscendo ai Muto il 50% dei proventi. La stretta di mano anticiperà l’imposizione dei servizi della società di vigilanza e Montemurro insieme ai soci si rivolge ai gestori «questa volta a nome di Rango, Patitucci e Luigi Muto».

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