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Il colosso dell’energia e i legami con lo “zio” Luigi Mancuso. «Il “capo” faceva affari con la ‘ndrangheta»

Il ruolo di Orazio Romeo, patron di Sp Energia siciliana. La conversazione con D’Amico sulle stragi di mafia e i rapporti con i clan calabresi

Pubblicato il: 03/01/2023 – 6:57
di Pablo Petrasso
Il colosso dell’energia e i legami con lo “zio” Luigi Mancuso. «Il “capo” faceva affari con la ‘ndrangheta»

VIBO VALENTIA Orazio Romeo ha ereditato l’impero di rifornimenti di benzina a marchio Sp Energia Siciliana nel 2009. La sua successione al cavaliere del lavoro Sebastiano Pappalardo non è stata esattamente un trionfo. Sp, ammiraglia degli affari della famiglia catanese nel settore dei distributori di carburante, è fallita nel 2020, travolta da debiti milionari dopo 50 anni di attività. Romeo è l’imprenditore che tiene i contatti con il gruppo vibonese D’Amico, considerato dalla Dda di Catanzaro la diretta emanazione della cosca Mancuso nel business dei prodotti petroliferi. Quei rapporti costeranno al patron di Sp una condanna a cinque anni nel processo Petrolmafie. Nella sentenza pronunciata con il rito abbreviato, viene ritenuto «indubbio che Romeo avesse consapevolezza della contiguità dei D’Amico alla cosca Mancuso, e nonostante ciò abbia proseguito gli affari illeciti consentendo agli esponenti del sodalizio di avere degli introiti derivanti dal contrabbando dei prodotti petroliferi in questione». I giudici ritengono «che i rapporti tra Romeo e i D’Amico» siano stati «mediati dagli esponenti della cosca stessa», visto che l’imprenditore siciliano «appare come soggetto “vicino” al sodalizio in questione, e che ne cura gli interessi di natura economica».

Le «pretese economiche» dello “zio” Luigi Mancuso sul business petrolifero

Al centro dei ragionamenti del collegio c’è la figura di Luigi Mancuso, lo “zio”. È a lui, «capo indiscusso della provincia di ‘ndrangheta del Vibonese, che sarebbe stata destinata «parte» degli affari ricavati dallo smercio dei prodotti petroliferi. E sarebbe sempre il capobastone di Limbadi ad aver stretto «un accordo a monte» con Giuseppe D’Amico per la «corresponsione (…) di una quota parte dei proventi dell’attività di contrabbando».
Non viene ipotizzato un «coinvolgimento (di Mancuso, ndr) diretto nell’affare». Le sue «pretese economiche», piuttosto, «integravano la richiesta di una tangente da corrispondere al capo locale per l’avallo dell’affare». Lo proverebbe l’interessamento di Silvana Mancuso, sorella di Luigi, per le attività di D’Amico, «con richieste di incontro e di aggiornamento». «A che punto siete? Ci dobbiamo vedere? Deve scendere qui l’amico nostro? (…) ma voi state lavorando? (…) a che punto siete con i lavori? (…) eh, sono qua a Vibo io… da Squillace… ci vediamo? Urgentemente!», sono alcune delle sollecitazioni registrate dagli inquirenti.
«La richiesta, costante, era quella di sapere se l’amico nostro della Sicilia avesse iniziato con i D’Amico un lavoro», appuntano i giudici. E quell’amico, «non è altri che Orazio Romeo», come emerge dalle intercettazioni agli atti. Il 28 settembre 2018, gli investigatori monitorano un incontro tra Romeo e i fratelli D’Amico e successivamente tra lo stesso imprenditore catanese e Silvana Mancuso. «Dopo appena due giorni», la Mancuso riparte con il pressing, che andrà avanti «anche nei mesi successivi». Richiama «gli accordi presi “al bar Cristal”», in base ai quali Romeo «si era impegnato a rifornirsi di carburante dai D’Amico e avrebbe “scorporato” il debito che D’Amico aveva con lui». D’Amico coglie il tono aggressivo della donna e la invita «a usare toni più diplomatici con Romeo per non pregiudicare gli affari in corso». «Uno la guerra la può vincere con l’aggressione o con l’intelligenza… qua dobbiamo andare con l’intelligente perché lui ha… questo ha la parte finale nostra… che ci può prendere a noi il materiale, sennò a chi glielo diamo», spiega Giuseppe D’Amico.

Gli accordi tra Romeo, i D’Amico e la cosca di Limbadi

«In sostanza – scrivono i giudici – parte degli utili di Romeo (“su quello che lui guadagnava”) avrebbe dovuto essere computata a titolo di decurtazione del debito pregresso dei D’Amico con Romeo (che sarebbe la parte “per noi”) e Romeo avrebbe dovuto corrispondere una somma per ogni autobotte a Silvana Mancuso (che sarebbe la parte “per lei”); la restante parte sarebbe andata a costituire la somma effettivamente incamerata dall’imprenditore catanese (la parte “per lui”). È evidente quindi che i D’Amico avevano coinvolto Silvana Mancuso nell’affare con il Romeo, sebbene quest’ultimo avesse in definitiva omesso di corrispondere la quota parte della Mancuso. Nondimeno, i D’Amico si facevano mediatori della controversia, prendendo le parti della Mancuso». Questo meccanismo attesterebbe «ancora una volta, il coinvolgimento della famiglia Mancuso negli affari dei D’Amico e la suddivisione dei proventi percepiti dai secondi con la prima (che tuttavia non risulta avere alcun ruolo nel rapporto commerciale)». Dai rapporti con gli imputati Domenico Rigillo e Salvatore Giorgio riguardo all’approvvigionamento di carburante emergerebbero, poi, le «dinamiche associative in cui i D’Amico sono coinvolti con i Mancuso» assieme al fatto «che i canali di approvvigionamento di prodotto petrolifero che i D’Amico stessi riescono a reperire e mettono poi a disposizione avvenivano con l’apporto della consorteria». Sono elementi che portano i giudici a concludere che sia Giorgio che Rigillo «siano a conoscenza del fatto che D’Amico sia inserito all’interno di un circuito mafioso e si interfacci direttamente con il suo massimo esponente Luigi Mancuso. Tant’è che quando viene fatto riferimento allo zio (univoco riferimento a Luigi Mancuso), entrambi colgono subito il riferimento, senza porre alcuna domanda». Per i due, dunque, i giudici ravvisano l’aggravante dell’agevolazione mafiosa.

La conversazione tra Romeo e D’Amico che rievoca i tempi delle stragi di mafia. «In tre sono andati al tavolo»

E lo stesso vale per Orazio Romeo. L’erede della galassia Sp «aveva contezza dei soggetti con cui stava entrando in affari, già nel 2018». Il 27 novembre 2018, infatti, viene captata una conversazione nella quale Giuseppe D’Amico riferiva a Romeo che Luigi Mancuso, Giuseppe Mancuso cl. 49 inteso ‘‘Peppe ‘Mbrogghia” e Francesco D’Angelo inteso ‘‘Ciccio a ‘Mmaculata” avevano preso parte alle trattative con esponenti di Cosa Nostra, finalizzata a determinare l’orientamento della ‘ndrangheta calabrese circa l’opportunità o meno di aderire alla strategia stragista dei corleonesi». Quella trattativa avviata e chiusa prima del ripensamento dei vertici della ‘ndrangheta diventa una sorta di biglietto da visita nei rapporti tra imprenditori sulle due sponde dello Stretto. «Nooo ma che dici Orazio a gennaio ti faccio conoscere un personaggio che con i tuoi compaesani stavano a tavolino… questo si è seduto … si è seduto per lo Stretto, si è seduto per tante cose … Quando c’è stato il problema della Sicilia che hanno fatto tutte quelle casinate la… alla zona di Carini (…) tre sono andati al tavolo, al tavolo sono andati tre, lo zio, quello che conosci tu e mio suocero, capito?», è la frase valorizzata dai giudici. Quella conversazione li porta a concludere che «pare francamente innegabile che Romeo potesse anche solo dubitare del collegamento dei suoi interlocutori e sodali con la criminalità organizzata».

I rapporti mediati da Luigi Mancuso

Da una ulteriore conversazione «si deduce che i rapporti tra i D’Amico e Romeo siano stati, almeno originariamente, mediati da altri soggetti, intranei alla criminalità organizzata. E in particolare da Luigi Mancuso, per quanto concerne il fronte vibonese». Romeo, infatti, «sottolineava che, ogni qual volta era stato contattato per fornire un feedback circa i suoi rapporti con i D’Amico, lui aveva sempre dato un ritorno positivo, se non altro per evitare che i D’Amico potessero subire rimproveri da parte dello “Zio” Luigi Mancuso». È un’osservazione che «sottende il concetto che gli interlocutori di Romeo – che gli domandavano dei suoi rapporti con i D’Amico – avrebbero potuto veicolare eventuali lamentele al vertice della cosca Mancuso». L’erede del cavaliere Pappalardo, dunque, avrebbe avuto sin dal principio rapporti con la cosca di Limbadi. (p.petrasso@corrierecal.it)

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