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SETTE GIORNI DI CALABRESI PENSIERI

Il cosentino nella trincea di Palermo, le trombe identitarie di Fiorita e quell’applauso a De Cicco

Paolo Guido e la cattura di MMD. La permalosità del papas. Le nostre Meraviglie di Calabria. I tormenti calabri di Fdi. L’amicalità amorale a Palazzo dei Bruzi. Il meglio (e il peggio) della settimana

Pubblicato il: 21/01/2023 – 6:55
di Paride Leporace
Il cosentino nella trincea di Palermo, le trombe identitarie di Fiorita e quell’applauso a De Cicco

Il giornalista Sergio Dragone ha ritenuto opportuno correggere il tiro di questa rubrica sulle iniziative intraprese dal sindaco di Catanzaro per difendere le prerogative della sua città.
Agli elogi ricevuti sul mio giornalismo ricambio nei confronti di un collega colto, netto e deciso nelle sue posizioni.
Mi pare che questa volta Sergio sia andato troppo presto alla carica come i dragoni di Napoleone alla battaglia di Waterloo. Se io e Filippo Veltri, senza aver concordato nulla, in due diversi articoli su testate diverse abbiamo visto in Fiorita il fantasma del rapporto Battaglia a Reggio del 1970 evidentemente abbiamo un problema.
Non ho scritto di temere una rivolta violenta di Catanzaro. Se mai ho ravvisato che la tragedia del passato si trasformasse in farsa.
La posizione di Fiorita ha avuto un crescendo rossiniano su Medicina a Cosenza e fusione dei due ospedali di Catanzaro. Il sit in piazza del 22 settembre, l’appello del 23 dicembre e quello più recente di chiamare a raccolta “gli ordini professionali, gli intellettuali, le forze delle società civile” unite ad un patto con la città con l’opposizione ci sono sembrate miscele alla Battaglia.
I titoli delle testate di diverso orientamento? “Fiorita dichiara guerra a Medicina all’Unical”, “Catanzaro alza le barricate” “Fiorita mette l’elmetto”. Se aggiungiamo l’improvvisa intemerata estiva con l’annuncio di voler intitolare al capoluogo l’aeroporto di Lamezia terme tre indizi costituiscono una prova sul fatto che il sindaco pigia speso sui pistoni di una tromba identitaria. Non mi sfugge che gli intellettuali di riferimento del sindaco quali Dragone e Massimo Tigani Sava hanno sempre, come lo stesso Fiorita, posto la vertenza come interesse generale di una nuova Calabria.
Gli esiti però non sono stati felici per le rivendicazioni calabresi. Il triplice fischio decretato dal presidente Roberto Occhiuto con il video di lunedì scorso ha chiuso la partita in modo netto «a favore di quello che serve alla Calabria». Tutte le regioni hanno da 3 a 4 atenei per due milioni di abitanti che lavorano in rete.
Apprendo che Catanzaro non sarà sede della Procura distrettuale europea. Nessun magistrato vuole venire in Calabria. Chi ha buon senso e ragionamento dovrebbe adoperarsi a versare olio invece di aceto sulle nostre ferite per costruire un tempo nuovo.
Voto 5 a noi calabresi. Sempre pronti a interpretare i capponi di Renzo, spesso avversari del bene comune regionale. Con la stima di sempre a Sergio Dragone.

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Messina-Denarook

Un magistrato poco aduso alle vetrine è Paolo Guido, 55 anni, calabrese di Cosenza, togato che ha catturato con le sue indagini Matteo Messina Denaro. Segnalo che i colleghi del Corriere della Calabria a 15 minuti dalla notizia dell’anno, sono stati in grado per primi, per conoscenza e non per agenzia, di informare i lettori del rilevante dato locale. Non dò voto ma assegno plauso al buon giornalismo di vecchia scuola.
Su Paolo Guido due notizie. La prima. Non ha mai voluto esercitare il suo ruolo a Cosenza o in Calabria. Quella che dovrebbe essere una regola è un sano principio di questo magistrato schivo e pragmatico che ha scelto la trincea di Palermo. La seconda. Nel 2012 non ha voluto firmare l’avviso di conclusioni indagini sulla Trattativa Stato-Mafia. Era convinto non ci fossero prove necessarie per vincere il processo. Il metodo Falcone. A chi ha arrestato MMD che voto posso dare? “Dieci” legittimo e dichiarato.

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Un noto logo calabrese di panineria autoctona ha lanciato un nuovo prodotto chiamato “Ghiegghiu“, parola che definisce gli arbereshe locali. Ordinaria amministrazione fino al sermone su Facebook del papas Pietro Lanza che ha scritto: «Eleviamo la nostra protesta e chiediamo a chi ha avuto l’infelice idea di ritirarlo. L’identità non è un panino e non si può racchiudere in un termine usato in modo dispregiativo». Bella la risposta dell’azienda che ha invitato a mettere «da parte pregiudizi e tabù, abbeverandosi alla fonte inesauribile dell’ironia che, come scriveva Kierkegaard, è la via, non la verità». Una tesi condivisa dal celebre scrittore arbereshe Carmine Abate di Carfizzi: «Polemica basata sul nulla, figlia dei tempi social, io non mi sento offeso». In effetti il termine dispregiativo è ormai rimosso dai tempi che si diceva: “Si vidi nu lupu e nu ghiegghiu, spara prima aru ghiegghiu e dopo aru lupu”. A chi si è industriato con pepe per lanciare prodotto e comunicazione “8” per operazione riuscita, 9 ad Abate per lo sguardo alto, al papas 4 per non rendersi conto che il suo popolo e quello calabrese da tempo sono stessa faccia, stessa razza.

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Il portale “Meraviglie di Calabria” lanciato in queste ore con successo dalla nostra testata per raccontare la nostra regione e la calabresità, i prodotti di alta qualità messi in vendita online, la mostra “Fatti e arte”, la qualità istituzionale dei partecipanti alla conferenza stampa di presentazione a Cosenza non meritano un voto di parte ma il soddisfatto plauso di essere partecipe di un’editoria pulita che cerca nuove strade di finanziamento secondo i più virtuosi esempi internazionali.

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Giuseppe Valentino, politico reggino di Fdi, è stato fermato sul punto di diventare vicepresidente del Csm da un “pizzino” stampa che ha rivelato in zona Cesarini che è indagato per procedimento connesso all’inchiesta Gotha. La giustizialista Meloni non ha voluto difendere la presunzione d’innocenza. Forse Valentino doveva dire prima dello scheletrino che aveva nell’armadietto. Un bel “tre” al partito che non conosce l’anagrafe giudiziaria dei suoi rappresentanti. Essere vice di Mattarella non è come essere consigliere comunale di Brescia. Anche se il mercato dei seggi in quella città come ci racconta la vicenda del calabrese Giovanni Francesco Acri non è proprio buona politica.

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De-Cicco-cosenza

Un lungo applauso bipartisan a Cosenza ha salutato il ritorno in Consiglio comunale dell’assessore Francesco De Cicco scarcerato dagli arresti domiciliari per l’inchiesta Reset. Il politico è accusato di essere un prestanome di mafiosi. De Cicco, che si dichiara innocente, non è stato assolto ma è sottoposto all’obbligo di dimora a Cosenza. Al netto della presunzione d’innocenza è opportuno che resti assessore? Considerato che anche l’opposizione (che lo ha avuto assessore in precedenza) applaude, la domanda diventa retorica. Voto “tre” a tutti i consiglieri per amicalità amorale.

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Aveva ragione quella battuta di Benigni: «Il partito di Dante, il Pd, non ha vinto mai. Si sono scissi, c’erano troppe correnti: questo Pd sono 700 anni che non trova pace». Soprattutto in Calabria. Al congresso regionale il segretario Nicola Irto, nonostante assicurazioni date ai rappresentanti della mozione Cuperlo, non ha messo suoi esponenti nella Commissione. Seguirà ricorso. Intanto in una riunione di maggiorenti del Pd (in verità dei nani privi anche di giganti dove poggiarsi) ci si è preoccupati dell’inopportunità di legittimare «uomini e percorsi ormai superati». Cioè a dire non vogliamo Mario Oliverio. Politico non esente da errori ma certo non da mettere in salamoia. Meno male che doveva essere un congresso inclusivo. A Irto, Bevacqua e a tutto il cucuzzaro sopravvissuto voto “tre” per disonesta partigianeria.

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Ben altra aria politica in Senato per la presentazione del volume collettivo dedicato a Riccardo Misasi cui hanno presenziato e sono intervenuti autorevoli politici di ogni schieramento. Bella la scelta di far tenere la relazione principale al professore “peones” Franco Cimino. Voto “otto” al democristiano di lungo corso sempre fertile con il suo pensiero. Per Misasi finalmente un ricordo pubblico dalle istituzioni che ha servito.

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Raffaele Nigro, giornalista poco incline ai riflettori, è tornato brevemente di attualità con la sua morte. Alla firma più illustre e montanelliana del Novecento calabrese “dieci” alla memoria.

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VOTO 10 | Empio Malara

Empio Malara era cosentino ma era diventato archistar milanese. Massimo esperto dei Navigli. La sua morte è stata ricordata dall’Ansa e dal sindaco di Milano Giuseppe Sala. Cultura libertaria, ha firmato la Rende innovativa di Cecchino Principe degli anni ‘70. Contestata con caparbietà da Sandro Principe che in urbanistica non manca di tesi e argomenti. Voto “otto” a quella recente polemica pubblica di alto spessore. A Malara voto “dieci” da consegnare agli architetti che verranno.

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Al Tuttohotel awards, salone dell’ospitalità alberghiera di eccellenza, come migliore struttura calabrese premiata Chiara Barracco per Torre Camigliati in Sila. Voto “nove” a Old Calabria. Chi vuol investire nel turismo di alta qualità studi il modello. (redazione@corrierecal.it)

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