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la testimonianza

‘Ndrangheta stragista, «per la liberazione di Moro ci furono interlocuzioni con il clan Piromalli»

Sentito il collaboratore di giustizia Girolamo Bruzzese. Che propone l’elenco dei boss con doppia affiliazione a ‘Ndrangheta e Cosa nostra

Pubblicato il: 10/02/2023 – 16:41
di Mariateresa Ripolo
‘Ndrangheta stragista, «per la liberazione di Moro ci furono interlocuzioni con il clan Piromalli»

REGGIO CALABRIA Il ruolo della ‘ndrangheta nel rapimento di Aldo Moro, altri dettagli in merito all’ormai famoso “summit” di ‘ndrangheta al quale avrebbero partecipato Bettino Craxi e Silvio Berlusconi, informazioni sulla “doppia affiliazione” a Cosa nostra e ‘Ndrangheta che alcuni esponenti di spicco avrebbero acquisito. E poi le armi, un vero e proprio arsenale da guerra, nelle disponibilità dei clan. Pistole, fucili e tritolo. Talmente tanto, ha raccontato il collaboratore di giustizia Girolamo Bruzzese, «da poter buttare giù una montagna».
Nel corso dell’udienza di questa mattina del processo d’appello “‘Ndrangheta stragista” a Reggio Calabria, il figlio di Domenico Bruzzese, esponente di primo piano della cosca Crea di Rizziconi, è stato ascoltato su temi che, stando a quanto afferma, non avrebbe approfondito perché: «Nei giorni in cui sono stato sottoposto ad interrogatorio ho vissuto giorni particolarmente difficili e in quelle condizioni fisiche non sono riuscito a contestualizzare bene i ricordi. Sono stato male, sono intervenuti anche i medici».
Alla base delle «dichiarazioni impregnate di amnesie», come lui stesso le ha definite, ci sarebbero stati «stress» e «preoccupazioni», spiega il pentito, fratello di Marcello Bruzzese, assassinato in un agguato nel 2018.

Graviano: «Non ho avuto la possibilità di leggere nulla»

È iniziata con alcune dichiarazioni spontanee di Giuseppe Graviano l’udienza di questa mattina del processo che vede alla sbarra il boss palermitano imputato insieme a Rocco Santo Filippone per il duplice omicidio dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo avvenuto nel 1994. A inizio udienza, davanti alla Corte d’assise d’appello di Reggio Calabria, presieduta da Bruno Muscolo, Graviano ha riferito di problematiche relative all’utilizzo del dispositivo per consultare alcuni documenti. «Non ho avuto la possibilità di leggere nulla. I file non sono tutti caricati e non so se funzionano. Non ho avuto nemmeno le trascrizioni. Non ho letto nulla, né dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, né la sentenza di primo grado», ha detto Graviano. Difficoltà che la procura si è impegnata a risolvere, ma ha spiegato il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, «non credo che a Graviano siano impediti i diritti garantiti a tutti gli altri imputati in tutta Italia. La richiesta – ha detto – era di accedere ai contenuti vocali, il pc a sua disposizione è assolutamente idoneo a questo scopo». Prima di ascoltare il collaboratore di giustizia Girolamo Bruzzese, che attraverso una lettera indirizzata a Lombardo aveva chiesto di essere risentito in aula, è stata acquisita per l’utilizzazione a fine probatorio una nota in merito alla quale doveva essere sentito il commissario capo della Dia Michelangelo Di Stefano.

Il rapimento Moro

«Mio padre e Teodoro Crea mi confermarono che ci fu un ruolo della ‘Ndrangheta». Un coinvolgimento delle ‘ndrine calabresi in uno degli episodi che più ha segnato la storia d’Italia. Il racconto di Bruzzese in aula va oltre. «La ‘Ndrangheta – ha detto – ha avuto un ruolo nel rapimento, successivamente qualche politico ha chiesto l’intervento della ‘Ndrangheta nella sua liberazione. L’interlocuzione fu con la famiglia Piromalli. Peppe Piromalli – ha spiegato ancora – era amico di tale Carmelo Cortese, a sua volta amico di Licio Gelli». In merito al rapimento Moro, Bruzzese aveva inoltre spiegato nella missiva: «Il fermo avvenuto nel 1976/1977 a Roma, presso il ristorante Il Fungo dell’Eur, dei soggetti Giuseppe Piromalli, Paolo De Stefano, Pasquale Condello, Mammoliti Saverio e l’esponente della banda della Magliana, era un preliminare atto al rapimento Moro».

«Mi trattenni dal riferire il nome di Berlusconi»

Nuovi dettagli poi in merito al summit che si sarebbe svolto in un agrumeto dove il padre del collaboratore di giustizia avrebbe trascorso la latitanza. A quella riunione, ha raccontato Bruzzese, – avvenuta «dopo l’omicidio di Aldo Moro» e «prima delle elezioni politiche del ‘79» – avrebbero partecipato i vertici della ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro e avrebbero preso parte Craxi e Berlusconi. «Era una domenica», ha detto Bruzzese, riferendo anche che l’uomo che lo accompagnò lì poteva farlo solo in quel giorno della settimana perché «gli altri giorni lavora». Rispondendo alle domande, il collaborazione ha poi spiegato: «Non ho riferito prima di questi avvenimenti perché era un periodo carico di stress, sentivo un peso enorme sulle responsabilità che avevo sulla base di quelle dichiarazioni. Ma nonostante quello che la mia famiglia ha passato sono sempre andato avanti». Parlando inoltre delle dichiarazioni rese in altri verbali, il collaboratore di giustizia ha detto: «Nei riguardi della famiglia Bruzzese è stata attuata una sorta di vendetta trasversale e quindi mi trattenni nel riferire il nome di Berlusconi. Poi lo riferì, ma se non è stato verbalizzato io non lo so».

La “doppia affiliazione”

Un doppio filo legava alcuni esponenti di spicco con ‘ndrangheta e Cosa nostra. Lo racconta ancora Bruzzese. Una “collaborazione” che definisce “doppia affiliazione”, con riferimento a «Paolo De Stefano, Peppe e Mommo Piromalli, Nino Pesce, Pino Mammoliti, Luigi Mancuso, Pino Piromalli, Nino Molè, Nino Gangemi, qualcuno degli Alvaro». «Questi soggetti – ha raccontato – avevano un ruolo di vertice apicale anche nella mafia. Mommo Piromalli, che al tempo era al vertice di tutta la ndrangheta reggina, era tenuto molto in considerazione dai palermitani Bontate e Badalamenti».

«I Mancuso dovevano consegnarci 10 chili di tritolo»

«La ‘ndrangheta è un corpo unitario», ha detto Bruzzese raccontando poi delle armi nelle disponibilità dell’organizzazione criminale. Armi da guerra, come kalashnikov, pistole e grossi quantitativi di tritolo in possesso delle cosche Mancuso e Piromalli. «Il materiale esplodente veniva acquisito ed era nella disponibilità di tutte le famiglie». «Ricordo che Guerino Avignone disse che questi ne possedevano abbastanza da tirare giù mezza montagna», ha scritto nella lettera Bruzzese, che in aula ha poi rbadito di essere stato nelle campagne di Limbadi in una proprietà di un parente di Giuseppe Mancuso, «perché questi ci doveva consegnare circa 10 chili di tritolo, 30 detonatori e 100 metri di miccia a lenta combustione».
Il traffico di armi, a detta del collaboratore di giustizia, sarebbe stato gestito dal figlio di Santo Rocco Filippone: «Ha commercializzato nel reggino un notevole quantitativo di armi da guerra», ha detto il pentito parlando in particolare di Ak-47, ottenuti grazie «a collegamenti con la Sacra corona unita». (redazione@corrierecal.it)

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