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Diritto allo studio, mezzo miliardo in meno alla Calabria. I numeri della discriminazione

In 12 anni la regione ha subito il taglio maggiore di investimenti in Italia: -25,6%. Mentre 8 studenti su 10 non hanno mense e palestre

Pubblicato il: 25/02/2023 – 16:00
di Roberto De Santo
Diritto allo studio, mezzo miliardo in meno alla Calabria. I numeri della discriminazione

COSENZA Meno infrastrutture e meno tempo pieno. A cui fa da corollario una riduzione progressiva degli investimenti dello Stato nella filiera dell’istruzione. Tutto questo in un contesto che vede perdere di anno in anno alunni per il crollo demografico. È un quadro decisamente a tinte fosche quello che disegna l’ultimo studio realizzato dalla Svimez e presentato qualche giorno addietro a Napoli in occasione dell’incontro “Un paese due scuole” per comprendere il divario di formazione esistente tra le scuole del Paese. Una forbice che si è andata dilatando nel tempo e che ha portato come conseguenza, stando ai dati dell’Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno, negli ultimi dieci anni a profonde diseguaglianze territoriali.
Divari che di fatto penalizzano profondamente chi vive in regioni ancor più a corto di infrastrutture ed investimenti come la Calabria. Numeri e dati dimostrano come di fatto quell’Autonomia differenziata, temuta da molti per il futuro, è già applicata da anni.

In Calabria: mense, quelle sconosciute

Secondo i dati Svimez, otto alunni delle scuole primarie statali su dieci in Calabria non possono beneficare di alcun servizio mensa. In numeri assoluti si contano 60mila piccoli studenti senza quel diritto. Un dato leggermente superiore alla media del Sud (79%) ma decisamente distante da quello che possono beneficiare i loro coetanei più fortunati del Centro-Nord. Nelle regioni di questa area del Paese, sempre stando ai dati elaborati dalla Svimez, gli studenti senza mensa scendono a meno della metà: 46% del totale. Un diritto dunque di fatto negato nei numeri.

Meno ore: diritto all’istruzione compresso

Le conseguenze immediate della mancanza di infrastrutture che permetterebbero ad esempio l’attivazione del servizio mensa per gli studenti calabresi, si traduce in minore possibilità di apprendere. Le ore di formazione garantite dall’orario continuato, infatti, si assottigliano. Creando un divario di formazione tra le aree del Paese. Se nel Centro-Nord quasi un bambino su due accede al tempo pieno a scuola, nel Sud ad appena il 18% degli alunni è concesso questo diritto.
In Calabria neppure un quarto degli studenti (24,4%) ha questo “privilegio”.  Secondo la Svimez, un alunno che vive nel Mezzogiorno, frequenta la scuola primaria per una media annua di 200 ore in meno rispetto al suo coetaneo che cresce nel Centro-Nord, che coincide di fatto con un anno di scuola persa per il bambino del sud. Meno ore di scuola, dunque, minore diritto all’istruzione rispetto alle aree più ricche del Paese. Un meccanismo contorto che si traduce in una seria ipoteca anche per il futuro.

Formazione sportiva dimenticata

In Calabria l’83% degli studenti frequenta una scuola sprovvista di palestra

E ai deficit che caratterizzano il divario territoriale si somma anche la penuria di impianti sportivi registrata nelle scuole primarie del Mezzogiorno. Così risulta che il 66% degli alunni delle scuole primarie del Sud non frequenta scuole dotate di una palestra. Ancora peggio va, chi vive in Calabria. Nella regione infatti sono 65mila alunni che non hanno una scuola dotata di palestra. In termini percentuali si traduce in oltre 8 studenti su dieci: 83%.
Nel Centro-Nord, gli allievi della primaria senza palestra, invece, raggiungono il 54%. Dati che immediatamente fanno comprendere la distanza siderale tra le due aree che di fatto si trasformano in due Paesi diversi. «Questi divari nelle infrastrutture scolastiche – rilevano gli analisti della Svimez – frenano anche la diffusione della pratica fisica e sportiva, con conseguenze negative per la salute, la spesa pubblica e lo stile di vita della popolazione, con particolare riferimento ai minori. Nel Meridione quasi un minore su tre nella fascia tra i 6 e i 17 anni, infatti, è in sovrappeso, rispetto ad un ragazzo su cinque nel Centro Nord. Nel Centro Nord il 42% della popolazione adulta pratica sport regolarmente e il 26,8% saltuariamente». «Nel Mezzogiorno invece – sottolineano – le percentuali si invertono: la maggioranza pratica sport saltuariamente (33,2%) mentre la minoranza lo pratica abitualmente (27,2%). Il divario si riflette sulla percentuale di sedentari, con particolare riferimento per i minori: 15% nel Centro Nord e 22% nel Centro Sud». Secondo i ricercatori della Svimez, infine «ancor più allarmante è il dato sulle aspettative di vita»: nel Mezzogiorno sono inferiori di tre anni rispetto a quelle degli adulti centro-settentrionali.

Il divario di investimenti

Passando inoltre a setaccio il “paper” della Svimez, emerge un progressivo processo di disinvestimento della filiera dell’istruzione adottata dall’Italia. Un processo che ha penalizzato anche in questo caso soprattutto il Sud. Tra il 2008 e il 2020, appuntano i ricercatori, la spesa complessiva in termini reali si è ridotta del 19,5% al Sud, oltre 8 punti percentuali in più del Centro-Nord. Ancora più marcato il differenziale a svantaggio del Sud nel calo della spesa per investimenti, diminuiti di quasi un terzo contro “solo” il 23% nel resto del Paese.
Ed in questo caso il prezzo più salato l’ha pagato la Calabria. In quel lasso di tempo preso in esame dalla Svimez, la spesa complessiva della Pubblica amministrazione (che comprende Scuola ed Università) realizzata in Calabria è stata inferiore di oltre mezzo miliardo (per l’esattezza 566 milioni di euro). Che in termini percentuali si traduce in oltre un quarto della spesa (-25,6%) in meno nel confronto 2008-2020. Il dato più alto in assoluto in Italia (-14,3%) e distante dalla perdita subita dal Centro-Nord: appena l’11,2%. Un divario che cristallizza diseguaglianze anticipando nei fatti gli effetti temuti dell’autonomia differenziata.

Licursi: «Scuola su misura per contrastare le criticità di contesto»

C’è bisogno di investimenti mirati per superare i divari. La scuola da sola non basta. Ne è convinta assertrice Sabina Licursi, professoressa associata di Sociologia generale al dipartimento Scienze Politiche e Sociali dell’Università della Calabria. La docente dell’Unical, individua una «generale difficoltà del sistema scolastico a favorire il superamento delle disuguaglianze di partenza»
E sui rischi dell’autonomia differenziata Licursi dice: «L’istruzione, come la sanità, ha un valore così strategico per la qualità della vita sociale e democratica del nostro Paese che non può non essere un sistema unitario».

Sabina Licursi, professoressa associata di Sociologia generale all’Università della Calabria

Professoressa, la Svimez denuncia un divario nel diritto allo studio nel Paese che è legato alla penuria di infrastrutture che parte già dalle primarie. E la Calabria ne paga uno dei prezzi più alti. È così?
«È proprio così, il rapporto Svimez mette in evidenza l’esistenza di profondi divari nelle infrastrutture scolastiche e nell’accesso al tempo pieno tra macro-aree del Paese e tra regioni. Le conseguenze sono diverse, dirette e indirette. Innanzitutto, le ore di scuola frequentate mediamente dagli allievi della scuola primaria risentono del luogo di residenza: in Calabria, e nel Mezzogiorno in generale, sono di meno. Questo pone una rilevante questione rispetto all’accesso ai servizi socio-educativi e di istruzione uguali per tutti. Inoltre, le attività che non è possibile svolgere nelle scuole calabresi per deficit strutturali, pensiamo al fatto che il numero di scuole dotate di palestre è bassissimo, si correlano positivamente a stili di vita non salutari. Ancora, dove non c’è il tempo pieno viene anche meno un’importante possibilità di conciliazione cura-lavoro per le famiglie. Aggiungiamo che esistono anche divari nello stesso territorio regionale, tra aree urbane, solitamente più infrastrutturate, e aree interne o periferiche, dove, ad esempio, lo spopolamento ha lasciato edifici scolastici semivuoti e il degiovanimento della popolazione induce spesso alla formazione di pluriclassi».

Il taglio degli investimenti tra il 2008 e il 2020 ha colpito soprattutto la Calabria: -566 milioni di euro

Sempre la Svimez segnala una riduzione della spesa negli ultimi dieci anni nel sistema d’istruzione in Italia e che anche in questo caso avrebbe colpito soprattutto il Sud e la Calabria, in particolare. Secondo lei perché si investe sempre meno sulla formazione scolastica nel Paese?
«La Svimez segnala un progressivo disinvestimento nella filiera dell’istruzione, con un’incidenza maggiore dei tagli della spesa per studente proprio nel Sud, con uno scarto tra il Sud e il Centro-Nord di circa 100 euro. Il Rapporto contiene ulteriori dettagli analitici che consentono di individuare un più generale arretramento dell’azione pubblica nelle politiche educative per il Mezzogiorno. Una scelta che troverebbe la sua giustificazione nell’interesse a investire dove ci sono più studenti ed è possibile conseguire economie di scala, ma che, tuttavia, tradisce il fine ultimo della scuola, ossia quello di essere, per tutti e ovunque, oltre che luogo di istruzione, anche strumento per favorire la formazione di cittadini consapevoli e responsabili e, in prospettiva, per contrastare povertà e emarginazione. Fenomeni, questi ultimi, che tendono a riprodursi proprio quando e dove si riducono gli interventi educativi. Il criterio che dovrebbe guidare gli investimenti pubblici nei servizi scolastici è quello dell’equità: più scuola e più qualità dei percorsi di istruzione dove i contesti offrono minori opportunità di crescita e sviluppo della abilità cognitive, relazionali ed emotive».

Dal suo osservatorio esiste anche una differenza nella formazione dei giovani tra Nord e Sud?
«L’uso ormai ampiamente diffuso di strumenti diretti a misurare gli apprendimenti degli studenti consente di avere a disposizione molti dati per riflettere sui divari territoriali. Le analisi comparative che spesso vengono elaborate e da cui è necessario partire devono servire, però, soprattutto per arrivare alla radice del problema. In altri termini, non ci si può fermare al gap di apprendimenti in matematica o in italiano tra studenti del Sud e studenti del Nord, ma bisogna chiedersi perché nel medio-lungo periodo si faccia fatica a colmarlo. La comparazione tra realtà scolastiche di uno stesso territorio, regionale o provinciale, consente di rintracciare una generale difficoltà del sistema scolastico a favorire il superamento delle disuguaglianze di partenza».

Quali sono queste diseguaglianze?
«In termini più specialistici, si può dire che sulla costruzione delle competenze di base degli studenti pesano ovunque i cosiddetti “fattori di contesto” (retroterra familiare, background migratorio, localizzazione della scuola, ecc.), ma che solo in alcune circostanze si attivano, a fare da contrappeso, i cosiddetti “fattori di agenzia”, ovvero le motivazioni, le competenze specifiche, la stabilità degli insegnanti e dei dirigenti, le reti di collaborazione con soggetti esterni. Questi ultimi, interni ed esterni alla scuola, possono fare la differenza, possono cioè superare i condizionamenti negativi di contesti critici e favorire la crescita culturale ed educativa dei più giovani, come l’esperienza di tante scuole in territori difficili del Sud, e non solo, dimostra. Allora, probabilmente, da queste evidenze bisogna partire per immaginare di costruire “scuole su misura”, che, senza rinunciare alla missione formativa, abbiano però più risorse da dedicare a investimenti continuativi per contrastare le criticità di contesto. La scuola da sola non basta. Dove le criticità di contesto sono intense c’è bisogno di interventi mirati, ad esempio a supporto delle famiglie che affrontano difficoltà economiche o di integrazione culturale, per riqualificare luoghi ghettizzanti e marginalizzati o dove sono presenti subculture criminali».

L’autonomia differenziata prevede anche la possibilità per le regioni di avere competenze sul sistema scolastico. Quali rischi intravede ad esempio per la Calabria?
«L’autonomia differenziata porta con sé il rischio elevatissimo di amplificare ulteriormente i divari territoriali esistenti. Il pericolo più evidente per la scuola pubblica è quello di ritrovarsi con tanti sistemi scolastici quante sono le regioni e di vederli funzionare con ritmi e qualità diversi anche in ragione delle risorse che i singoli territori potranno investire. Ciò non vuol dire che non occorra sostenere le specificità territoriali e favorire lo sviluppo di abilità istituzionali locali nel dare risposte differenziate a problemi diversi, ma è necessario evitare che la scuola risenta del livello di ricchezza dei territori invece che essere motore della crescita collettiva. L’istruzione, come la sanità, ha un valore così strategico per la qualità della vita sociale e democratica del nostro Paese che non può non essere un sistema unitario». (r.desanto@corrierecal.it)

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