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«Così si muore sui barconi». Il racconto di un 16enne fuggito dall’Egitto e accolto a Mendicino

«La barca si è fermata in mezzo al mare, siamo rimasti per giorni senza acqua». La fuga dall’Africa e l’infanzia difficile

Pubblicato il: 25/03/2023 – 17:00
di Fabio Benincasa
«Così si muore sui barconi». Il racconto di un 16enne fuggito dall’Egitto e accolto a Mendicino

MENDICINO Un viaggio lungo mesi, prima di raggiungere un porto (in)sicuro e salpare a bordo di un barcone carico di speranza. Sono migliaia i migranti minorenni (molto spesso non accompagnati) che lasciano l’Africa affidando la propria vita nelle mani di scafisti senza scrupoli, assetati di denaro e piegati alle logiche dei rispettivi padroni. A bordo dei barconi, spesso arrangiati, bambini con il viso da adulti si dichiarano pronti a sfidare le insidie del mare. Chi raggiunge i barchini, nella stragrande maggioranza dei casi, rischia la vita: come racconta – al Corriere della CalabriaAbdul (nome di fantasia, ndr): 16enne egiziano ospitato nel centro “Sai Msna” di Mendicino guidato dalla Cooperativa Sociale Il Delfino.

La vita in Egitto

Ai microfoni del Corriere della Calabria, grazie al prezioso supporto di un traduttore e all’autorizzazione dei tutori legali, Abdul confessa i motivi che lo hanno spinto ancora minorenne ad abbandonare l’Egitto per raggiungere l’Italia. «Guidavo un mezzo privato senza patente, non avrei potuto farlo e per questo motivo la polizia mi fermava di continuo. Ero costretto a pagare per continuare a lavorare». Abdul non è riuscito ad andare avanti negli studi. «Ho concluso la scuola media, poi sono stato costretto ad abbandonare perché il lavoro non mi consentiva di studiare. Mio padre era fuori per lavoro, in Arabia Saudita, mia madre è casalinga e avevo bisogno di portare denaro a casa».

Le morti, i pericoli, il viaggio

Abdul raccoglie le sue (poche) cose e decide di imbarcarsi. Il padre fa ritorno in Egitto, la madre non è più sola. Il 16enne entra in contatto con chi organizza i viaggi della morte, gli promettono una barca e un approdo sicuro. Quanto basta per convincere un ragazzino desideroso di un futuro migliore. «Siamo arrivati in una città ai confini tra l’Egitto e la Libia – racconta – abbiamo trovato delle macchine ad attenderci e da lì abbiamo raggiunto la Libia. Quando siamo arrivati, siamo scesi per risalire su altre auto a bordo delle quali abbiamo raggiunto un grande garage e rimanendo in attesa dell’arrivo delle barche. Siamo rimasti fermi per quasi un mese e abbiamo iniziato ad avere paura». «Se non partiamo, portateci indietro», dice Abdul insieme ad altri connazionali in attesa di salpare. Chi si occupa del viaggio chiede ancora di attendere e dopo una settimana, arriva finalmente i barconi. Sono tre ed accoglieranno circa 700 migranti ciascuno. L’arrivo sulla spiaggia è seguito dalle prime ore di navigazione. Subito il primo intoppo: si rompe il motore e la barca si ferma in mezzo al mare. «Un ragazzo a bordo diceva di essere meccanico, ha tentato di sistemare il guasto ma senza successo». In soccorso giunge una delle altre imbarcazioni e un altro migrante si propone con successo di risolvere il problema. Passano solo 24 ore e il motore smette di funzionare. La paura di non farcela aumenta, quella di restare prigionieri del mare costa la vita ad un migrante. «E’ morto dalla troppa paura», sussurra Abdul nascondendo il viso con una mano. Non è l’unica drammatica scena catturata dagli occhi del giovane egiziano. La morte del migrante scatena una crisi di panico e «un ragazzo finisce in acqua, non so se è stato spinto o se abbia tentato di suicidarsi e altri ragazzi si sono buttati per tentare di salvarlo. Ma non ci sono riusciti, è morto anche lui». La situazione sembra precipitare, gli scafisti chiedono a chi è a bordo di cedere le propri bottigliette riempite di acqua naturale. Sarebbero servite a sistemare il guasto. Tutti, compreso Abdul, cedono alla richiesta. Come avete fatto a dissetarvi? «Abbiamo riempito le bottiglie con l’acqua del mare ed aggiunto un dattero per renderle bevibili». Il 16enne egiziano e i circa 700 migranti resteranno in acqua per circa otto giorni, prima di raggiungere la costa calabrese soccorsi dalla Guardia Costiera.

«Non penso di tornare in Egitto»

Cosa sogna un ragazzino scampato (più volte) alla morte, costretto ad abbandonare la propria casa, gli affetti, la propria terra? Abdul, oggi vive nella residenza di Mendicino e condivide la sua storia con altri giovani africani. Frequenti i corsi messi a disposizione dalla struttura animata dallo straordinario lavoro degli operatori. Sempre vigili e attenti. «Dopo quel terribile viaggio, non penso di tornare in Egitto», confessa il 16enne. Abdul trattiene le lacrime quando immagina di poter continuare a vivere in Italia, anche in Calabria. «Mi basta una vita tranquilla ed un lavoro per aiutare la mia famiglia». Il ricordo della famiglia riaccende la luce nei suoi occhi, Abdul sorride. Ce l’ha fatta!

(f.benincasa@corrierecal.it)

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