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l’analisi storica

«Principium sanguinis: il rito dei vattienti tra presente e futuro»

Dopo l’abbattersi di una apocalisse della memoria che aveva condannato il rito dei vattienti alla dimenticanza, scriverne estorce con drammatica violenza quelle parole che non possono essere pronu…

Pubblicato il: 07/04/2023 – 20:27
di Antonio Macchione*
«Principium sanguinis: il rito dei vattienti tra presente e futuro»

Dopo l’abbattersi di una apocalisse della memoria che aveva condannato il rito dei vattienti alla dimenticanza, scriverne estorce con drammatica violenza quelle parole che non possono essere pronunciate, consumando concetti e sentimenti dopo averli trasformati in un fiume debordante dispensatore di nuova vita. Poiché anche la scrittura, che conduce sul baratro alla fine della Storia, arricchisce la narrazione di quegli elementi necessari al varo di nuovi itinerari di conoscenza.

La prudenza euristica imporrebbe una ulteriore pausa di riflessione per consentire all’onda del cambiamento, di sedimentare e rendere evidenti le nuove frontiere. Solo allora converrebbe riprendere in mano la penna e progettare nuove sintesi. Ma per consentire ai tanti pellegrini che affolleranno la via Crucis nocerese in questi giorni occorre fornire delle coordinate che li orienti tra sentieri accidentati da miti ed evidenze rituali spesso impercettibili. Ma, soprattutto, per non limitarsi a ritrarre l’aspetto esteriore ed estetizzante del rito fornendo chiavi interpretative capaci di condurli a coglierne il riflesso dell’animo profondo.

Alla ripresa del ciclo rituale il cambiamento va solidificandosi sotto gli occhi di tutti, anche se non si percepisce quale sarà la sua onda lunga. Ma qualche riflessione sulla sua genesi è possibile!

Da almeno un decennio, o poco più, la Settimana Santa nocerese ha iniziato ad allentare il cordone che la legava a un passato antico e colmo di atmosfere romantiche, in cui il tempo appariva come sospeso tra un presente senza storia e l’eternità. Di contro, si riesuma un passato ancor più favoloso e ricolmo di miti arcaizzanti impiegato come impalcatura del cambiamento. Un’inedita dinamica mitopietica che elabora anche un proprio lessico per identificare le condizioni della possibilità di un rito così forte com’è la flagellazione a sangue, che scandalizza e fa parlare di sé nella farisaica arena della ‘rete’.

Fino a poco più di un secolo fa i vattienti erano illetterati contadini, operai e piccoli artigiani, ma anche ‘giovin signori’ che in nome di generici ideali ‘antichi’ e di un forte sentimento del divino – Ernesto Pontieri già nel 1921 parla di voto o devozione – si flagellavano a sangue in onore della Vergine Addolorata come imitazione di Cristo. Partecipare a quel dolore era necessario per nutrirsi di speranza ed esorcizzare una condizione di grave subalternità culturale. Ora che il grande contenitore etnografico e storiografico della subalternità è colmo, a battersi sono anche studenti, qualche professionista ma soprattutto tanti giovani alla ricerca di un passato di cui, tuttavia, mal si percepisce la complessità. Un’età dell’oro che per la verità non è mai esistita, ma di cui si ha un assoluto bisogno come antidoto contro la noia esistenziale del subito e dell’immediato, consumati senza tempo e anche contro tempo, frutto di una globalizzazione senza regole, che non è stata scalfita neppure dall’attuale pandemia la quale, anzi, ha amplificato gli effetti nefasti aumentandone le ombre.

I protagonisti delle ritualità pasquali noceresi, in particolare i vattienti del primo scorcio del terzo millennio, sono totalmente diversi e non sembrano condividere più alcun valore con quelli che «per adempiere un voto, o sciogliere la disciplina» si flagellavano a sangue ‘soltanto’ un secolo fa, e poco dopo. Il punto di svolta, probabilmente, è da individuarsi con l’uscita della nota pellicola cinematografica firmata da Gualtiero Jacopetti, Mondo cane (1962), in cui Nocera e i suoi riti vengono per la prima volta assimilati alle altre stranezze del mondo contemporaneo teso nello sforzo progressista, e già di per se omologante, della industrializzazione. Essi, infatti, sono interpretati come residui di cattivo gusto di un tempo oramai lontano e sorpassato, quel Medioevo in cui, è bene ricordare ai benpensanti, fioriscono movimenti di profonda spiritualità che trasformano la periferia di ben due imperi (qual era la Calabria) nella «verde Galilea d’Italia».

E, allora, chi sono i Vattienti oggi?

Sono anime che attraverso il sacrificio cruento della flagellazione e l’effusione rituale del proprio sangue fanno la comunità!

Il principium sanguinis è lontano dagli stereotipi ermeneutici del perché ci si batte: molti di loro hanno addirittura dimenticato quel motivo (ammeso che ve ne sia stato uno), perché il rito si sostanzia di una dinamica ineffabile ad ogni possibile razionalizzazione. Per cui appare assai obsoleto e fuorviante lo schematismo interpretativo del voto e della tradizione, così come altrettanto obsolete sono la struttura devozionale e la sovrastruttura della subalternità con cui si è cercato di addomesticare la storiografia rituale.

I protagonisti del rito scelgono di ‘vattersi’ per varcare e controllare il limes della morte, per rigenerarsi e rigenerare, sommando il sacrificio per scrivere una, due, tre, quattro, cinque, dieci, cento passioni che si giustappongono, diventando Storia di un giorno speciale in cui la Comunità nocerese si ritrova e condivide un valore che non verrà mai meno: quello di un legame ineffabile scritto con l’ottimo dei sughi, col pharmacum immortalitatis:

«Dicono che del sangue umano suole farsi una lampada che si chiama lucerna della vita e della morte, che io stimo favolosa. Della quale così scrive Ernesto Burgravio: “Questa lampada o lucerna accesa una volta arde continuamente finchè quell’uomo, del cui sangue si fa, porta lo spirito vitale. E nel medesimo punto che egli spira l’anima, ella ancora nell’istesso punto s’estingue. Sappi di più che se la fiamma sarà piena di luce e levata, tranquilla ed immota, quell’uomo non patisce cosa alcuna la quale gli sia grave al corpo né all’anima. Ma se si vede altrimente sorgere e scintillare più depressa o nebulosa o languida, è indizio di tristezza, d’ansietà e d’altri effetti in lui”».

(Nicolò Serpetro)

Il sangue che arde nella lucerna benché sottoposto a mutamenti continui e improvvisi, apparentemente illogici o insensati, diventa «il segno leggendario più sottile e inquietante, ma anche la proiezione più diretta e inequivoca che annoda fantasticamente il sangue alla vita, alle sue passioni, ai suoi turbamenti». E se nelle antiche società il sangue era depositario della dialettica ambivalente di vita e di morte e la sua effusione liberava corpo e spirito dalla malignitas corruttrice, nell’antica fisiologia partecipava di una doppia natura: sede dell’anima stessa e il suo flusso irrorava le funzioni vitali come il più perfetto e sublime dei termometri dell’esistenza.

«Nell’orizzonte magico il sangue o il richiamo a esso conferisce decisività e potere invincibile al rituale, alla formula o alla pozione, secondo le dettagliate prescrizioni presenti nella cultura tradizionale. Nel diritto folklorico la memoria di sangue ispira istituti particolarmente cogenti e ancora saldi nelle culture agri-pastorale e contadina attuali. Numerosi altri rapporti interpersonali, anche non regolamentati dall’ordinamento giuridico popolare, sono comunque segnati dall’elemento sangue e dai legami che in suo nome si istituiscono e si radicano».

(Luigi Maria Lombardi Satriani)

Così anche nel sapere alchemico il sangue è considerato alla stregua dell’oro potabile, potente ricostituente, quintessenza di filtri e pozioni che iuventutem inducunt. Da qui il vampirismo melanconico suggerito da Marsilio Ficino, l’uso smodato di sangue animale previsto nei ricettari medievali dove abbondavano i sanguinacci: un talismano eccezionale per ridare forza alla vita languente.

Ma il sangue è anche strumentum per consolidare relazioni sociali e parentali, normando antiche pratiche di disamistade.

«Vicende storiche determinate, temperie culturali diverse hanno caratterizzato variamente tale intinerario conferendo a esso [il sangue n.d.a] cadenze e linguaggi specifici, ma non ne hanno annullato il tracciato complessivo, che intende costituirsi come una sorta di ponte tra il caduco e l’Eterno, la finitudine e l’Infinito, la sofferenza e la Fonte del riscatto, il dolore e la Gioia, la fralezza e la Potenza, la carenza e la Pienezza, l’assenza di significato e l’Origine di senso, la morte (e la minaccia di essa) e la Vita, l’essere e l’Essere, l’uomo e Dio».

(Luigi Maria Lombardi Satriani)

E poi il culto incruento del sangue come bagno mistico e fons salutis riaffermato dalle pratiche penitenizali dell’agite disciplinam, al canto del De Profundis o del Miserere. I cui effetti, testimonia la notevole documentazione coeva, modellavano le ritualità legate al triduo pasquale, continuate anche nell’età moderna sino alle soglie della contemporaneità, di cui i Vattienti di Nocera Terinese, insieme ai Battenti di Verbicaro (CS), ai Penitenti dell’Assunta in Guardia Sanframondi (BN) e ai Los picaos di San Vicente de la Sonsierra (nel nord della Spagna), rappresentano probabilmente gli ultimi epigoni.

Il sangue è, allora, il filtro per guardare in controluce la crisi della presenza, il “ci sono” perennemente esposto al rischio del “non esserci” che spinge il vattente a mettere in atto varie strategie allo scopo di difendere la propria presenza nella storia mantenendola al cospetto del mondo. Del resto in quest’ambito, come ha dimostrato lucidamente Ernesto De Martino, pratiche e riti magici costituiscono i principali strumenti di cui si serve già l’uomo delle civiltà “primitive” per riscattare la propria presenza dalla crisi e dunque per agire nel mondo, piuttosto che lasciarsi agire da esso.

Se, dunque, il sangue continua a rappresentare il fil rouge che riannoda a un passato oramai trasfigurato in mito, assumendo la funzione di medium tra il presente e l’eternità, la novità del rito nocerese all’inizio del terzo millennio risiede nella sua straordinaria capacità di adattamento alle mutevoli esigenze della modernità, anche quelle più sfuggenti e impercettibili e, persino, quelle che vengono imposte da un’algida legislazione che ignora scientemente il tratto culturale di riti come il nostro. Anzi è proprio in questa prospettiva che esso dimostra di poter attraversare in tempo reale i cinque continenti suscitando reazioni contrastanti e ponendosi, agli occhi di una vasta ed eterogenea platea di osservatori, come elemento residuale di un mondo che può soltanto magicamente rivivere ‘in forma rituale’ a Nocera Terinese, una remota e sconosciuta periferia del mondo che, in un particolare giorno dell’anno, si fa centro del mondo e motore della Storia.

Soltanto manifestazioni come queste riescono a far ritrovare il senso di autenticità della Storia viatico per il futuro. Perché un passato attualizzato ogni anno, in forma rituale, non è una proposta insensata o un anacronismo, ma un giacimento di risorse cui attingere per il presente; un patrimonio da salvaguardare, per immaginare i mondi futuri.

In questo senso il giudizio critico dovrebbe essere un esercizio morale attraverso cui ripensare noi stessi e la quotidianità senza alcun infingimento, né nostalgici ricordi ma solo per trarre dalla memoria il carburante del cambiamento.

«2. Del sangue può essere predicata ogni cosa e il suo contrario. L’ambivalenza sembra essere, quindi, la sua principale caratterizzazione. In quanto radicalmente ambivalente, ogni opposizione può costituire una sua connotazione. La prima opposizione predicabile è vita-morte. Il sangue è, quindi, principium vitae e principium mortis».

(Luigi Maria Lombardi Satriani)

*storico

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