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La morte misteriosa del calciatore Vincenzo Cotroneo, tra ‘ndrangheta e “sgarro d’amore”

Nel marzo 2006 l’attaccante del Locri venne assassinato a Bianco in un agguato. Avrebbe dovuto sposarsi due mesi dopo

Pubblicato il: 17/04/2023 – 13:35
di Francesco Veltri
La morte misteriosa del calciatore Vincenzo Cotroneo, tra ‘ndrangheta e “sgarro d’amore”

COSENZA Vincenzo Cotroneo faceva l’imbianchino e l’attaccante. Soprattutto l’attaccante. Nel 2006 aveva 28 anni ed era considerato da tutti un calciatore fortissimo per le categorie cosiddette minori. Una decina di anni prima aveva militato nelle giovanili del Torino e di lui si diceva che sarebbe arrivato in alto. Poi qualcosa era andato storto e la sua carriera, dopo una parentesi in C2, era precipitata fino ai campi polverosi dell’Eccellenza e della Promozione. A lui, però, a Vincenzo, non è che importasse granché. Era andata così, poteva andare meglio, ma anche peggio. Ciò che contava era soltanto fare l’attaccante, e farlo bene. Solo quello.

Vincenzo Cotroneo

L’agguato

Il 19 marzo del 2006 è una domenica più o meno come le altre. Mancano pochi minuti alla mezzanotte ed Enzo, come lo chiamano tutti, sta tornando a casa dopo una festa di compleanno trascorsa insieme ad alcuni amici. Il giorno prima è sceso in campo per sfidare il Roccella. Ha vinto senza fare gol come invece gli capita spesso. Sta parlando al telefono con la sua fidanzata. La sposerà a maggio. Guida la sua Volkswagen Golf e racconta alla sua futura moglie com’è andata la serata. Poche parole, le solite parole che si dicono prima della buonanotte. E invece no, alla buonanotte quella notte Vincenzo non ci arriverà. Perché appena giunto in contrada Reale a Bianco, paesino della Locride in cui Vincenzo vive, una macchina con a bordo probabilmente due persone, si affianca alla sua. Questione di attimi, forse anche meno. Vincenzo ha giusto giusto il tempo di capire ciò che anche a lui deve sembrare assurdo, inspiegabile. «Mi stanno ammazzando» urla al telefono alla sua fidanzata. Una reazione umana, sconvolta, sconvolgente. Poi gli spari, nove, di pistola e fucile caricato a pallettoni che lo colpiscono dappertutto: alla testa, al torace, alle braccia e alle spalle. La sua macchina sbanda, si ferma di lato in mezzo alla strada mentre l’altra svanisce nel nulla, lasciando sull’asfalto una morte rapida, istantanea, balorda. Insieme al silenzio.

L’ipotesi di un legame con l’assassinio di Franco Fortugno

Dal giorno dopo in poi, di quell’agguato si dirà e si scriverà di tutto. Vincenzo, che non aveva mai avuto problemi con la giustizia, in quella settimana aveva due impegni importanti da assolvere: in compagnia della sua fidanzata, figlia di un imprenditore edile della zona, si sarebbe dovuto recare in Comune per la promessa di matrimonio, programmato per il 19 maggio. Inoltre, avrebbe dovuto presentarsi nella caserma dei carabinieri del suo paese per un interrogatorio al reparto operativo. Gli investigatori volevano acquisire da lui informazioni su alcuni soggetti che gli giravano intorno e, in special modo, dovevano chiedergli se conosceva i nomi degli individui che l’estate precedente avevano sparato contro la saracinesca del circolo sportivo che il calciatore gestiva a Bianco insieme al padre. Un avvertimento in pieno stile mafioso su cui i carabinieri volevano vederci chiaro, soprattutto dopo aver saputo che l’arma usata per colpire il circolo sportivo (una pistola calibro 9×21) era la stessa che il 16 ottobre del 2005 aveva ucciso Franco Fortugno, vicepresidente del consiglio regionale della Calabria, colpito a morte a Locri, fuori dal seggio di Palazzo Nieddu del Rio, durante lo svolgimento delle primarie dell’Unione. Già il 22 febbraio del 2006, un mese prima della morte di Vincenzo, il calciatore e suo padre Giuseppe erano stati convocati in caserma e interrogati dai carabinieri. Però non avevano parlato, non avevano detto niente di utile per le indagini. Ma all’uscita dalla caserma, le microspie installate nell’automobile di Vincenzo avevano svelato una strana preoccupazione del padre nei confronti del figlio. «…tu non gli dire niente…», gli aveva consigliato. E poi ancora «sì, sì, si non ti mariti…», a cui Vincenzo Cotroneo aveva risposto «sì, sì…lo fanno apposta».

La rivelazione di un pentito e il delitto d’onore

Col passare del tempo, le indagini dei carabinieri si affievoliscono. Gli arresti degli esecutori dell’assassinio di Franco Fortugno, spingono gli inquirenti a dichiarare che tra questo delitto e quello in cui ha perso la vita Vincenzo Cotroneo, non ci sono legami.
Fino al 2011, quando un nuovo colpo di scena risveglia l’attenzione sul caso. Un pentito di ‘ndrangheta rivela che il calciatore del Locri è stato ucciso da un esponente di spicco di una cosca della Locride che si era sentito offeso dal comportamento irrispettoso avuto da Vincenzo con sua moglie. Una questione d’onore, dunque, di tradimento che non si poteva superare civilmente. Almeno secondo queste nuove rivelazioni che vengono collegate a quelle strane esternazione del padre di Vincenzo intercettate nel febbraio del 2006. Una questione di rispetto e di onore che, stranamente, fa calare nuovamente – e forse definitivamente – il silenzio di tutti sull’omicidio. Come se l’ipotesi (perché i dubbi su quella serata del marzo 2006 restano ancora oggi) di un delitto causato da uno “sgarro d’amore”, fosse più facile da sopportare. (redazione@corrierecal.it)

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