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la minaccia

«Gli faccio cadere i denti». La cosca Calabria-Tundis e il pizzo imposto agli imprenditori

Alcuni indagati, intercettati, ricorrono alle maniere forti per piegare le vittime alle estorsioni. «Gli dice a quel “pisciaturo” che la lingua gliela faccio a pezzetti»

Pubblicato il: 09/05/2023 – 17:07
di Fabio Benincasa
«Gli faccio cadere i denti». La cosca Calabria-Tundis e il pizzo imposto agli imprenditori

COSENZA Non solo droga, la cosca Calabria-Tundis egemone tra San Lucido e Cosenza sarebbe stata particolarmente attiva nel settore delle estorsioni. La Dda di Catanzaro inserisce nel corposo elenco delle accuse raccolte nel fascicolo dell’operazione conclusa martedì 9 maggio, anche l’imposizione del pizzo alle imprese impegnate nei lavori pubblici e privati ed a commercianti operanti nell’area del tirreno cosentino. La “tassa non dovuta” consente alla cosca ed ai suoi sodali non solo di ottenere illeciti guadagni ma anche di imporre la forza intimidatrice, «mediante il posizionamento o nei casi più gravi, la detonazione di ordigni esplosivi», mostrando i muscoli sul territorio in cui viene esercita l’egemonia criminale.

I lavori della Scuola dell’infanzia

E’ il 2018 e il clan mette nel mirino l’adeguamento sismico della Scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado di Longobardi. Il messaggio intimidatorio non tarda ad arrivare e sul posto viene rinvenuta «una bottiglia in plastica contenente del liquido infiammabile». A distanza di dieci mesi, alcuni degli indagati non avendo ancora riscosso le somme di denaro si sarebbero organizzati «per aumentare le pressioni sulla vittima al fine di costringerla a versare 15.000 euro». A tal proposito, sarebbe stato organizzato un incontro presso un ristorante della zona tra la parte offesa, un imprenditore socio della ditta aggiudicataria dei lavori e Michele Tundis, finito in carcere. Quest’ultimo avrebbe poi condotto la presunta vittima dell’estorsione «direttamente al cospetto di Pietro Calabria (finito in carcere) presso la sua abitazione dove la vittima veniva redarguita e costretta a pagare in tempi rapidi la somma pretesa e a consegnare nel frattempo in garanzia la propria autovettura». L’attività criminosa – ricostruiscono gli investigatori – si è prolungata per circa un anno.

«Gli faccio cadere i denti uno ad uno»

Il duo Tundis-Calabria è protagonista – sempre secondo l’accusa – di un secondo piano criminoso questa volta organizzato per piegare al pagamento del pizzo il titolare di una cornetteria di Belvedere marittimo al quale verrà presumibilmente estorta una somma di denaro pari a 500 euro.
L’analisi dei contenuti relativi alle intercettazioni ha consentito, inoltre, di cristallizzare un altro episodio estorsivo. Questa volta, sono due le vittime: si tratta di imprenditori titolari di un rimessaggio di barche. Questi ultimi però sollevano una eccezione al pagamento «del pizzo entro la scadenza di Ferragosto». I due ritardano nella consegna del denaro e la circostanza «era mal tollerata da Calabria Pietro e Tundis Andrea». In alcuni passaggi dei dialoghi (intercettati) emerge come la causa del ritardo fosse dovuta al fatto che gli imprenditori «intendevano opporre un’eccezione di compensazione agli estorsori ritenendo di non dover pagare il debito in quanto Calabria Fabio e Arlia Gianluca (finiti in carcere) già fruivano gratuitamente dei servizi del rimessaggio delle barche». Secondo Pietro Calabria e Andrea Tundis la circostanza non aveva nessuna rilevanza rispetto al pagamento del pizzo «poiché tali prestazioni costituivano fatti privati e non dovevano essere confuse con il pagamento ordinario». I contenuti «fortemente» minatori dei messaggi indirizzati alle vittime emergono dal racconto che gli stessi interlocutori hanno fatto nelle conversazioni intercettate. E’ l’agosto del 2019, quando Pietro Calabria dava disposizione a Tundis di pretendere dalle vittime quanto stabilito. «Da quello delle barche ci passi tu… come, siete rimasti in quella maniera». E’ sempre Calabria a riferire al cognato Andrea Tundis di un incontro avuto con uno degli imprenditori, al quale avrebbe intimato di dire al fratello che lo aspettava in macchina, di non osare mai più di ritardare i pagamenti. «E’ venuto Roberto già tutto cacato sotto, la prossima volta, gli dice a quel “pisciaturo” che è nella macchina… gli faccio cadere i denti uno ad uno gli ho detto … la lingua gliela faccio a pezzetti ho detto io!». Alcuni degli indagati gonfiano il petto, come emerge dalle intercettazioni, quando decidono di narrare ai rispettivi interlocutori le reazioni spaventate e preoccupate di chi subisce la richiesta estorsiva e di coloro che a tale imposizione rispondono elargendo somme di denaro non dovute. E’ Andrea Tundis ad essere captato mentre a chi lo ascolta dall’altra parte della racconta fiero: «poi a quello che ho maltrattato l’altro giorno, si è cacato mi chiedi che è andato da quello da quell’altro e la mi sono arrabbiato ho detto minchia ho preso ed ho trovato il numero di questo ragazzo e ho detto immediatamente deve venire qua, è venuto sai come tremava. Ho detto ma tu ti senti in grado di prendermi per il culo a me o vi siete resi conto che mi potevate fregare. Ho detto ora mi devi dare un’altra volta tutti i cosi (ndr soldi)… quello dei mobili mi ha dovuto dare anche tutti i cosi (ndr soldi)… in poche parole ora mi sono usciti gratis il trasloco…mi hanno dovuto dare un’altra le novecento euro». (f.benincasa@redazionecal.it)

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