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Il lavoro di “intelligence” della ‘ndrangheta a Vibo. «Cercavano di scoprire l’identità di un testimone protetto»

Il nipote del boss Accorinti identificato in Tribunale durante la deposizione “riservata” di un agente della Polizia penitenziaria

Pubblicato il: 15/05/2023 – 7:10
di Pablo Petrasso
Il lavoro di “intelligence” della ‘ndrangheta a Vibo. «Cercavano di scoprire l’identità di un testimone protetto»

VIBO VALENTIA Il tentativo dei clan vibonesi di carpire informazioni investigative e tentare di inquinare le indagini emerge in quasi tutte le inchieste della Dda di Catanzaro. “Maestrale-Carthago” non fa eccezione. I pm antimafia, nel motivare la scelta di procedere a 61 fermi, evidenziano una circostanza in cui le cosche si sarebbero attivare per un lavoro di intelligence, per così dire, sul campo, affidandolo a un giovane affiliato coinvolto nel blitz dei carabinieri. L’episodio è molto recente: gli investigatori lo registrano lo scorso 13 gennaio. Francesco Barbieri, 22 enne nipote del boss di Zungri Peppone Accorinti, compare nell’aula in cui è in corso il processo a carico del capoclan. È il motivo, descritto sinteticamente nel decreto di fermo, a inquietare. Barbieri, infatti, cercherebbe «di acquisire informazioni sull’identità del testimone presente in aula che in quel momento veniva escusso in modalità protetta». Il racconto di questa operazione di intelligence compare nella oltre 9mila pagine del decreto di fermo. Sono le 9,30 del 12 gennaio e, nell’aula 3 del tribunale di Vibo Valentia si svolge un’udienza del processo a Peppone Accorinti.

Il boss di Zungri Peppone Accorinti

Il boss di Zungri è collegato in video conferenza dal carcere quando inizia la deposizione di un vice ispettore della Polizia penitenziaria. È un teste d’accusa che, per motivi di sicurezza, viene autorizzato a rendere testimonianza in modalità protetta, “nascosto” da un separé. Dieci minuti dopo, militari e assistenti di polizia notano due ragazzi all’ingresso dell’aula: tentano «di osservare con insistenza all’interno» e chiedono informazioni sulla cancelleria. Poi tornano, si soffermano ancora davanti all’ingresso dell’aula in cui è in corso la deposizione. Guardano verso il separé che nasconde il teste e uno dei due – si tratta di Francesco Barbieri – dice più volte che «non si vede niente». A quel punto vengono identificati e il giovane spiega di «di essere in attesa di poter presenziare alla causa di tentato omicidio in cui era imputato e di essersi fermato in prossimità dell’ingresso dell’aula con la speranza di vedere lo zio Giuseppe Antonio Accorinti sui monitor». Dopo l’episodio, il presidente del Collegio decide di sospendere provvisoriamente l’udienza e «di tutelare il teste facendolo dapprima accomodare all’interno di un ufficio adiacente all’aula dibattimentale, per poi, previo rinvio dell’udienza, essere scortato da personale dell’Arma dei Carabinieri e della Polizia di Stato». Il vice ispettore esce da una porta secondaria.

Tentati omicidi e spedizioni punitive: contrasti tra giovani leve di ‘ndrangheta a Vibo  

Per la Dda quello raccontato è – in ipotesi – un tentativo sinistro di ottenere notizie riservate. Per di più affidato al nipote del capo locale (Accorinti, ndr) e del capo ‘ndrina Francesco Barbieri (classe 1965). Proprio «alle dipendenze» di Barbieri, il 22 enne avrebbe «collaborato alla realizzazione degli scopi dell’associazione». Atti intimidatori, estorsioni, detenzione di armi, invasione di terreni: il campionario delle accuse è vasto. Assieme al padre Antonino è considerato l’armiere della ‘ndrina e, «nonostante la giovane età, risulta già gravato da precedenti di polizia per i delitti di lesioni personali, spendita ed introduzione nello stato di monete falsificate, rapina aggravata e, per ultimo, il tentato omicidio» di Domenico Catania, avvenuto a Vibo il 17 ottobre 2021.

Tentati omicidi e spedizioni punitive: contrasti tra giovani leve di ‘ndrangheta a Vibo
Un frame delle videocamere di sorveglianza che hanno ripreso le fasi del tentato omicidio

Dopo i fatti, Francesco Barbieri, si è reso irreperibile fino alla sera successiva, quando si è costituito nella caserma dei carabinieri di Vibo. È la fine di una lite iniziata in un bar e proseguita con un colpo di pistola e il trasporto della vittima in ospedale in codice rosso. La Dda di Catanzaro non lo considera un caso banale: sia Barbieri che Catania, per gli inquirenti, sarebbero «coinvolti nelle dinamiche associative» del “locale” di Zungri e del “Buon ordine” di Vibo Valentia. Lo scontro chiuso dalle pistolettate è l’epilogo di una serie di liti e tensioni tra giovani leve dei clan. È l’inchiesta “Rinascita Scott” a ricostruire l’escalation partita nel gennaio 2018, quando dagli insulti si passa a una rissa in un pub del centro cittadino e a una intimidazione. Nel mirino finiscono abitazione e autovettura di uno dei giovani coinvolti, che si era schierato con i fratelli Barbieri. Sempre nel contesto di “Rinascita Scott”, emerge il coinvolgimento della vittima del tentato omicidio nelle dinamiche del “locale” di Vibo Valentia. Catania, scrivono i pm nel decreto di fermo, «è imputato del tentativo di omicidio di Carmelo Pugliese, in concorso con Bartolomeo Arena (all’epoca esponente di spicco della ‘ndrina Ranisi di Vibo Valentia, attualmente collaboratore di giustizia), Antonio Macrì e Domenico Camillò, quest’ultimo giovane sodale della ‘ndrina Ranisi che, come si ha avuto modo di vedere, aveva partecipato alla rissa con i fratelli Barbieri e alla quasi immediata spedizione punitiva». Due tentati omicidi che hanno, entrambi, sullo sfondo i contrasti tra clan del Vibonese. (p.petrasso@corrierecal.it)

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