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l’intervista

Lombardo: «I miliardi della ’Ndrangheta sono bombe finanziarie sganciate sulla democrazia»

Il procuratore aggiunto di Reggio: «Le mafie hanno un progetto politico e si evolvono. Per batterle non possiamo cambiare le regole di continuo»

Pubblicato il: 25/06/2023 – 8:47
Lombardo: «I miliardi della ’Ndrangheta sono bombe finanziarie sganciate sulla democrazia»

LAMEZIA TERME Le bombe vere, quelle delle stragi, Giuseppe Lombardo le ha sentite a Roma, in una notte di luglio, quando era ancora uno studente universitario. Oggi racconta un sistema criminale complesso – nel quale la ‘Ndrangheta ha un peso rilevante – che può permettersi di sganciare bombe finanziarie per destabilizzare interi Paesi e pezzi dell’economia globale. Può farlo grazie a movimentazioni spaventose di capitali che sono soltanto ipotizzabili, «probabilmente per difetto» in circa 220 miliardi di euro all’anno. Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria è ospite di Trame, a Lamezia Terme, e – intervistato dal direttore artistico e giornalista di Domani Giovanni Tizian –ricorda le movimentazioni di denaro stimate da Eurispes, alle quali la ‘Ndrangheta contribuisce (anche questa è una stima) circa per il 70%. Numeri che sembrerebbe mostruosi, ma «basta pensare che in una sola operazione di polizia giudiziaria siamo arrivati a fermare traffici di cocaina per 23 tonnellate che, al dettaglio sono 2,5 miliardi di euro». È facile pensare «che quei 220 miliardi siano una cifra reale, ovviamente molto per difetto». Economia e politica sono strettamente interconnesse. E se il periodo stravista delle mafie aveva lo scopo di modificare assetti istituzionali, e per questo si può definire un’attività terrorista, «anche con i grandi capitali si incide sulla tenuta democratica di uno Stato. Se ne può destabilizzare l’assetto – spiega il magistrato – acquistato titoli del debito pubblico». E «da qualche parte i 220 miliardi annui devono andare a finire. Quando quei capitali sono investiti bene sono in grado di condizionare le dinamiche economiche mondiali diventano un problema politico. Servono le bombe – si chiede Lombardo –? No. Ci sono le bombe finanziarie».

Il progetto politico dei clan. «Non possiamo batterle cambiano le regole di continuo»

La gestione dei flussi di denaro vale anche per le operazioni “politiche” locali dei clan. «Le mafie – ragiona Lombardo – hanno un progetto politico, anche oggi. E sta a chi indaga scoprire in che direzione vanno. Quel progetto si realizza anche gestendo Comuni insignificanti o aree molto povere. Non lo fanno a caso, c’è la necessità di redistribuire una ricchezza verso il basso, vanno controllati i flussi finanziari da collocare sul territorio». Anche questa «è una logica predatoria che incide sulla tenuta del sistema democratico e va combattuta con decisione, senza cambiare le regole tutti i giorni». E invece – qui il passaggio è riferito alle continue modifiche legislative – se ogni giorno, con una metafora sportiva, «si cambia “allenamento” perché si cambia il percorso, la prestazione degli atleti non sarà la migliore possibile». Vale, ovviamente, per l’autorità espressa dallo Stato. «Le mafie hanno un confronto continuo con l’autorità statale, anche adesso ci stanno guardando e lo fanno costantemente perché al loro interno sono convinte di essere governate da logiche di giustizia. In questo “confronto” sono anche disponibili a soccombere sulla base di partite giocate su regole certe. E come glielo spieghiamo che alcuni imputati sono giudicati su un insieme di regole e altri su norme che cambiano? Queste decisioni pesano sull’autorevolezza dello Stato che deve essere mantenuta anche quanto la pena si applica». «Non sono contrario alle riforme – spiega Lombardo –, ma dopo 2500 anni dagli interventi normativi pensati da Zaleuco nella Locride tutti sappiamo quello che va fatto. E allora, una volta per tutte, questo va fatto e stabilizzato: si definisce che sei mafioso e che c’è una condanna da eseguire. Non serve discutere rispetto a istituti che a mio modo di vedere sono efficaci».

TRAME | Giuseppe Lombardo e Giovanni Tizian

«Da ‘Ndrangheta stragista speriamo nascano altri processi di conoscenza»

Gli attentati che hanno scosso la Sicilia e il Continente nei primi anni ’90 sono per Lombardo un ricordo e un impegno. Il processo ‘Ndrangheta stragista, arrivato al secondo grado di giudizio, è un tema che il magistrato non può affrontare (non prima che si pronunci la Cassazione). Lombardo sottolinea un semplice ma significativo auspicio: «Speriamo che ne derivi una sentenza definitiva da cui possano nascere altri processi di conoscenza», altri fili che possano dipanarsi dalla trama principale. È la conoscenza il filo conduttore della serata. Serve per restare incollati a sistemi criminali complessi in continua evoluzione che «stanno sempre un passo avanti», per citare Giovanni Falcone. Perché quella distanza si azzeri servono investimenti in nuove tecnologie, capacità di analisi e regole certe. 

Le parole di Gioacchino Pennino: «Siete in ritardo di vent’anni»

La Dda di Reggio Calabria, nell’indagine sulle stragi, è stata costretta a recuperare un gap di vent’anni. Ritardo che il pentito Gioacchino Pennino ha evidenziato nel suo primo incontro con Lombardo, quando ha detto di aver parlato di Calabria venti anni prima, nel 1994. «Ce ne ha messo – dice Lombardo ricordando le parole del collaboratore – di tempo Reggio Calabria per venirmi a sentire, collaboro da 20 anni e ho già fatto riferimento alla ‘Ndrangheta, se i tempi di reazione che avete sono questi stiamo freschi». Il racconto non è inedito: Pennino accompagnava lo zio omonimo in Calabria e restava ad aspettarlo a Reggio mentre quello si recava in Aspromonte per incontrare i vertici della ‘Ndrangheta. Lo scopo? Portare avanti un progetto: la nascita di una struttura criminale già attiva in Calabria che teneva insieme mafiosi, appartenenti infedeli alle istituzioni, politici, massoni e professionisti. Segno che la ‘Ndrangheta non è mai stata come l’hanno disegnata per decenni. E che gli investimenti per il contrasto vanno tarati anche sulla sua capacità di evolversi. 

«Io non vedo la mafia dovunque»

È un passaggio, quello dell’evoluzione dei sistemi criminali, che il magistrato reintroduce quando Tizian riporta l’obiezione del ministro Nordio, critico con un pezzo di antimafia che vedrebbe mafiosi dovunque. «Io non vedo la mafia ovunque – dice Lombardo –. C’è una larghissima schiera di persone perbene che ogni giorno fa azione antimafia tra grandissime difficoltà. Non bisogna fare questo errore, ma neanche quello opposto. Né ritenere che quando si parla di mafie si parla dei fenomeni conosciuti 30-40-50 anni fa. È un’impostazione sbagliata. Spesso si dice “se mancano gli indicatori di mafiosità tradizionale, allora quella non è mafia”. Non è così, l’errore contenuto in questa impostazione è grave e ci fa perdere di vista i livelli apicali del sistema, che certo non si presentano con le caratteristiche tipiche del mafioso. E se non capisci che il livello di base e quello apicale si manifestano in maniera diversa sei tu che non vedi la mafia dove c’è». 

«C’è una mafia invisibile. Non possiamo fermarci al livello di base»

Sono le indagini a rendere ancora più chiaro il pensiero del procuratore aggiunto. Grazie a due intercettazioni – e alle domande di due donne legate a ‘ndranghetisti («le loro domande sono più potenti di quelle dei pm») – la Dda di Reggio Calabria ha avuto conferma sull’esistenza degli “invisibili” e del “livello dei segreti”. «E allora – si chiede Lombardo – siamo noi che vediamo la mafia dove non c’è o c’è una mafia difficile da vedere che è la più pericolosa? E noi siamo chiamati a fermarci al livello di base o a colpire le teste pensanti?». È a questo che serve l’azione giudiziaria, mentre le sentenze possono far partire una risposta sociale. È un processo complesso, nel quale i magistrati lasciano il proprio lavoro a chi arriverà dopo. Ci si impegna in tempi diversi per un obiettivo comune, perché «se procediamo in ordine sparso i mafiosi si illuderanno di avere vinto. E invece hanno perso». (ppp)

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