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La cosca dei “papaniciari” e il controllo totale del boss Domenico Megna

Dal ruolo della moglie all‘estorsione per la funivia di Lorica fino all’intervento per un concorso da Oss al Pugliese-Ciaccio

Pubblicato il: 27/06/2023 – 12:01
di Francesco Veltri
La cosca dei “papaniciari” e il controllo totale del boss Domenico Megna

COSENZA Dagli esiti dell’attività investigativa coordinata dalla Dda di Catanzaro che ha portato stamattina all’esecuzione di 43 ordinanze di custodia cautelari, sono stati delineati gli elementi acquisiti nei confronti della consorteria criminale attualmente operante nel territorio di Crotone e nei comuni limitrofi, e facente capo al gruppo dei “papaniciari” il cui capo indiscusso è Domenico Megna, detto “Mico” o “lo zio Mico”. Le indagini hanno permesso di attualizzare l’esistenza di una consorteria e di un pericoloso gruppo criminale di ‘ndrangheta, la locale di Papanice, frazione del comune di Crotone, i cui membri «hanno soggiogato l’economia locale, imponendo con una capillare attività estorsiva un giogo opprimente alla libertà e autonomia degli imprenditori e dei commercianti della zona».

Il sodalizio criminale e l’attuale operatività della cosca

Come evidenziato nell’ordinanza, la locale di Papanice risulta tutt’ora concretamente attiva nel territorio «con la quale, purtroppo, la popolazione civile e gli imprenditori che decidono di avviare libere attività economiche e commerciali, sono costretti a fare i conti». La prima sentenza che attesta l’esistenza di un’autonoma struttura di ‘ndrangheta nel territorio di Crotone è quella resa nell’ambito del processo nei confronti di Gaetano Ciampa più altri che ha determinato, tra le altre, la condanna dei suoi membri più importanti ed anche di Domenico Megna che avviava il suo percorso ndranghtistico nell’orbita del gruppo all’epoca dominante e capeggiato da Raffaele Vrenna. La sentenza delinea gli scenari ndranghestici dell’epoca ed anche il ruolo di Megna che riporterà una condanna a dieci anni di reclusione.
La cosca dei Papaniciari, pur subendo delle modifiche nella sua composizione, negli anni ha mantenuto la sua struttura verticistica grazie alla presenza del capo storico, nel frattempo tornato in libertà. La conferma è arrivata proprio dalle indagini che hanno portato all’operazione di stamattina. La cosca capeggiata da Domenico Megna con il sostegno del nipote Mario, ha attuato un programma «di progressiva penetrazione all’interno del tessuto economico, soprattutto nel settore agroalimentare e nel settore della ristorazione e del gaming, con influenze anche nel nord Italia e sul territorio estero». II collaboratore Giuseppe Giglio ha rilasciato dichiarazioni sul ruolo di Mico Megna in seno all’omonimo sodalizio e di come lo stesso, una volta uscito dal carcere, avesse ripreso le redini della cosca. In particolare, nel verbale rilasciato il 27 giugno 2019, il collaboratore ha riferito che «all’uscita dal carcere dello «zu Mico», avvenuta nel 2014, egli si era personalmente recato a Papanice per incontrarlo e salutarlo, consegnandogli, in segno di «stima e rispetto», una somma in denaro pari a 5 mila euro in contanti». In quella circostanza Giglio ha potuto constatare il ruolo apicale dello “zu Mico» che, in sua presenza, ha intimato a Michele Bolognino, di perpetrare dei danneggiamenti nei confronti di un imprenditore che non si era piegato alle richieste estorsive della cosca, ossia Palmo Vertinelli, soggetto intraneo però alla cosca Grande Aracri di Cutro nella sua propaggine emiliana. Più generiche ma comunque importanti sono le dichiarazioni del collaboratore Salvatore Muto, che nel corso dell’interrogatorio reso il 9 ottobre 2019, ha riferito di essere a conoscenza che nel territorio di Papanice esiste da sempre una cosca di ‘ndrangheta capeggiata dal boss Mico Megna: «Sì, lo so da sempre, ho sempre saputo che il territorio di Papanice era capeggiato dal … da un certo Mico Megna. Ma dichiarazioni più dettagliate sulla vicenda sono arrivate anche da Domenico Iaquinta e dai collaboratori cosentini Luciano Impieri e Daniele Lamanna. L’altro collaboratore Massimo Colosimo si è soffermato invece sulle attività estorsive perpetrate da Megna in Emilia Romagna dove, per conto della cosca di appartenenza, perpetrava anche estorsioni e si frequentava con Michele Bolognino e Stefano Strini, e con altri pregiudicati: «Mario Megna è un affiliato alla cosca di Mico Megna e quindi appartiene a Mico Megna, svolge… in Emilia estorsioni, sta sempre con Bolognino Michele dopo che io lo conosco, quindi frequenta Emilia Montecchio, frequenta Parma e frequenta altre persone su a Parma che Strinis, l’ex genero di Tanzi». Mario Megna, insieme ai pregiudicati operanti in Emilia, gestiva attività economiche di copertura come ad esempio ristoranti e bar nei quali trafficava anche in stupefacenti.

La funivia di Lorica

Anche il collaboratore di giustizia Giuseppe Zaffonte, nel corso dell’interrogatorio del 22 gennaio 2021, ha riferito dell’esistenza della cosca di ndrangheta dei papaniciari precisando, in particolare, di aver avuto a che a fare con Mico Megna in persona, circa due anni prima dell’avvio della sua collaborazione, per una faccenda estorsiva che vedeva come vittime i gestori della funivia di Lorica. Nello specifico è emerso come esponenti della criminalità cosentina avevano intenzione di perpetrare una estorsione in danno dei gestori della funivia, ma Mico Megna, dopo una serie di incontri avvenuti a Papanice con Zaffonte e Mario Piromallo detto “Renato”, aveva messo in chiaro che la funivia era già oggetto delle pretese estorsive dei papaniciari e pertanto aveva stabilito che, allorquando tali proventi si fossero realizzati, avrebbe omaggiato i cosentini con un “regalo”. «Questo ragazzo Andrea mi porta da Mico Megna, mi presenta insomma, ha capito chi ero, il giorno dopo ho portato l’imbasciata di nuovo a Cosenza e poi siamo saliti insieme al cosentino “Renato” Piromalli da Mico Megna. In questa situazione quando siamo saliti, hanno parlato di questa estorsione della funivia perché i cosentini erano andati a chiedere l’estorsione a questa funivia e lui diceva che erano già a posto con loro quelli della funivia e che, nel momento in cui l’avrebbero pagati, gli avrebbe mandato lui un pensiero, un regalo».

La figura della moglie, Santa Pace

Nel corso delle indagini è emersa l’estrema cautela utilizzata da Domenico Megna dopo la sua scarcerazione: non utilizzava mai cellulati, non incontrava direttamente i vari sodali se non in rare occasioni e con grande cautela, verificava costantemente la presenza di forze dell’ordine, bonificava i locali frequentati per scoprire l’eventuale presenza di microspie, si avvaleva solo di pochi stretti collaboratori. In tale contesto, assume una fondamentale importanza la figura della moglie Santa Pace il cui ruolo era già emerso in molteplici occasioni nel corso della detenzione del marito per impartire direttive e organizzare incontri con i vari consociati. Significative al riguardo sono le conversazioni risalenti al periodo di forte fibrillazione che si era venuto a creare dopo l’omicidio del figlio di Megna e nel corso delle quali la donna viene espressamente incaricata di veicolare importanti ordini sui comportamenti che gli associati avrebbero dovuto assumere («…digli di temporeggiare a loro…che gli faccio capire che quando esco se ne parla….glielo dici….mi ha detto Mico che lui perdona a tutti, certo, che però deve sapere pure…questo perché chi è stato…»). Del resto la moglie di Megna non si limitava a ricevere direttive dal compagno ma anche a riportare i messaggi preoccupati degli accoliti sul comportamento da tenere. Infatti, nel prosieguo dello stesso colloquio, la donna riferisce di aver incontrato “Andrea” (identificabile in Andrea Gullo, nipote di Mico Megna), il quale manifestando timore per la sua incolumità e di altri congiunti, le chiedeva le determinazioni che Mico Megna intendeva adottare a riguardo («… mi ha detto Andrea (Gullo) che noi ci dobbiamo guardare… che noi non è che possiamo stare…che intenzioni ha…?..che intenzioni tiene lo zio Mico…perché noi ci spaventiamo…noi dobbiamo sapere …»). A cui Megna rispose «…Glielo dici…Mico e come quello che è uscito alla televisione…mo deve ancora fare dei colloqui…poi si fa un bel ragionamento e si vede…».

Il superamento del concorso per Oss all’ospedale Pugliese-Ciaccio

Un’altra vicenda inserita dell’ordinanza è quella che riguarda una donna, non indagata, che, dovendo partecipare al concorso da Oss bandito dall’ospedale Pugliese-Ciaccio di Catanzaro, si rivolge a Mario Megna affinché si adoperi per consentirle di superarlo. In questa circostanza Megna si appoggia a Piero Talarico che indica alla donna come soggetto in grado di interferire e intervenire in ambito ospedaliero. I contatti tra Megna e Talarico risalgono al 4 luglio 2028, giorno in cui avrebbe dovuto sostenere le prove concorsuali. La donna contatta Talarico presentandosi come «l’amica di Mario».  L’uomo dice alla candidata di aver già parlato con «una persona» sua amica. Il giorno dopo ancora Talarico la contatta per riferirle che la prova concorsuale potrebbe essere annullata, e così, infatti, avvenne. Negli elenchi dei candidati per la nuova data fissata del concorso fissata per il 25 e 26 gennaio 2019 che avevano sostenuto la rinnovazione della prima prova del concorso e nel quale erano riportati sia gli ammessi a sostenere la seconda prova sia i nominativi dei candidati “non idonei”, non figura il nominativo della donna. (redazione@corrierecal.it)

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