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Lotta alla ‘ndrangheta, Bentivoglio indica la strada: «Non basta non pagare, bisogna denunciare»

L’imprenditore testimone di giustizia ospite di Anpi e Libera a Catanzaro: «Sono deluso, tanti stanno dormendo sul tema del contrasto alla mafia»

Pubblicato il: 22/07/2023 – 6:54
Lotta alla ‘ndrangheta, Bentivoglio indica la strada: «Non basta non pagare, bisogna denunciare»

CATANZARO «Denunciare è democrazia». Il potente messaggio arriva da Tiberio Bentivolgio, l’imprenditore di Reggio Calabria che ha detto no alla ‘ndrangheta pagando un prezzo altissimo sotto tanti punti di vista ma conservando la sua libertà e la sua dignità. Una storia esemplare, quella di Bentivoglio, una storia di “resistenza” e di “resilienza”, si direbbe con il linguaggio di oggi, una storia di orgoglio calabrese, quell’orgoglio che l’ha portato a diventare testimone di giustizia affrontando mille peripezie, subendo innumerevoli attentati alle proprie attività, addirittura un tentativo di uccisione con 6 colpi di pistola al suo indirizzo, tre dei quali l’hanno anche centrato. Ma Bentivolgio non si è mai piegato e ora racconta la sua esperienza in giro per iniziative sopratutto rivolte agli studenti e ora anche in un libro, “C’era una volta la ‘ndrangheta”. Un testo didattico, dal linguaggio semplice perché diretto anzitutto ai più giovani, ma anche una favola, ambientata nel 2039 e impersonata da un nonno che racconta al nipotino cos’era la ‘ndrangheta, che si assume sia oramai sconfitta ed estirpata: una favola, appunto, ma come tutte le favole è anche un sogno e come tutti i sogni è anche un auspicio, una speranza e un impulso a realizzarlo. Sulla scorta del libro, Bentivolgio si è raccontato a Catanzaro nel corso di un incontro promosso dall’Anpi e da Libera, partendo dalla «sete di giustizia» che lo muove dal 1992, quando il suo destino di imprenditore incrocia la ‘ndrangheta che lo vuole schiacciare provandoci in tutti i modi violenti possibili e immaginabili. Ma Bentivolgio non abbasserà mai la testa, incontrando nel suo cammino tanti silenzi, tante inerzie, tante debolezze ma anche “ganci in mezzo al cielo” come le forze dell’ordine e della magistratura. Forze dell’ordine e magistratura, «pezzi dello Stato che hanno funzionato, hanno fatto il loro dovere, altri pezzi dello Stato invece non hanno funzionato», dice Bentivoglio, che un giorno di tanti anni fa fece un esposto indirizzandolo praticamente a tutto il mondo, dalle istituzioni alle associazioni di categoria, ricevendo zero risposte cvon la sola eccezione di don Luigi Ciotti che lo mise in contatto con il referente regionale di Libera Nasone. «Don Ciotti – ricorda Bentivoglio – ci ha insegnato che una cosa è stare vicino un’altra è stare accanto, ci ha insegnato che bisogna stare non vicino ma accanto a chi è in difficoltà, perché stare accanto significa metterci il cuore, la testa e la tasca. E così mi sono inventato “Reggio Libera Reggio” poi trasformata in “la libertà non ha pizzo” per poterla fare partire in tutta la Calabria. Eravamo solo in 3, oggi siamo 83 imprenditori che ci riuniamo ancora un po’ come carbonari, di nascosto, ma abbiamo trovato ll forza di attaccare nei nostri negozi una vetrofania, la libertà non ha pizzo, ed è bello».

La presentazione del libro di Bentivoglio a Catanzaro

«Non basta non pagare, bisogna denunciare»

Ma Bentivoglio è anche una storia che indica una strada: «Non pagare il pizzo non è sufficiente, non basta, bisogna denunciare chi ha chiesto i soldi, fare nome e cognome e scriverli, io – ricorda l’imprenditore reggino quella forza il 18 luglio 1992 l’ho trovata e uscendo dalla caserma dei carabinieri ho gonfiato il petto e sospirato e mi sono detto sottovoce “ce l’ho fatto, ora sì che sono una persona responsabile”, perché chi paga il pizzo non può neanche andare a casa e guardare in faccio i figli, perché pagare fa perdere la cosa più importante, la dignità. denunciare è democrazia»., Il suo racconto incrocia quell’agguato ai suoi danni, quando a salvarlo fu anche il borsello con il portafoglio che “raffreddò” una pallottola che poteva essere fatale: «Ho scoperto dopo alcuni anni che il magistrato che aveva indagato alla chiusura delle indagini aveva indagato non contro ignoti ma contro 5 persone, tra questi un professionista, un medico, un fisiatra. lo racconto spesso perché i ragazzi devono capire che il mafioso oggi può essere chiunque, può abitare sul tuo pianerottolo, può fare qualsiasi mestiere, può essere un sacerdote mi è capacitato di incrociare anche nella mia vicenda, un può essere chiunque e quindi può essere più difficile scoprirlo e quindi dobbiamo stare attenti, più di prima». Almeno 7 volte le sue attività imprenditoriali sono state colpite dalla ‘ndrangheta, in tre occasioni ha dovuto ricominciare daccapo ma ha sempre avuto la forza di ricominciare, grazie e soprattutto – sottolinea  – «alla tenacia di mia moglie», e ora – rivela Bentivoglio «forse in Italia siamo gli unici – marito e moglie – a essere entrati in un bene confiscato, ed è bellissimo entrare in un benne confiscato, calpestare quel pavimento perché lì c’era un mafioso che faceva del male e ora c’è qualcun altro che fa il bello e il bene». M,a Bentivoglio è anche un osservatorio privilegiato per capire come le istituzioni negli ultimi anni si stanno approcciando al tema del contrasto alla mafia, e il suo giudizio è piuttosto tranchant: «Ho paura, sono deluso», dice senza mezzi termini Bentivoglio. «Ho paura, la riforma Cartabia è stata la ciliegina sulla torta. Si pensi all’articolo 131 bis, la pena diventa non punibile: calunnia pubblica, viene una persona e ti dice pubblicamente sei un mafioso, lo scrive addirittura, lo denunci, e lui non fa un’ora di carcere, questa è la Cartabia. Ho paura perché vedo un governo assente, manco la nomina la paola ndrangheta o mafia. Ho paura per il nostro futuro e i nostri ragazzi, i ragazzi fanno domande a scuole, hanno questo termometro, la percezione è negativa. Non so qual è la ricetta, don Ciotti ci dice sempre “se trovate qualcuno che sa domesi fa, salutatelo e cambiate strada” perché non c’è la ricetta. Francamente – conclude Bentivoglio – stiamo un po’ dormendo su questa problematica, non stiamo rispettando la democrazia rimanendo seduti, la democrazia si rispetta alzandosi e alzando anche la voce, denunciando, perché denunciare è democrazia». E’ questo l’ultimo messaggio di Bentivoglio da Catanzaro, alla presentazione del suo libro alla quale hanno partecipato anche il responsabile provinciale dell’Anpi Mario Vallone, il referente provinciale di Libera Elvira Iaccino, il giornalista del Corriere della Calabria Antonio Cantisani e il presidente della Commissione Cultura del Comune di Catanzaro Nunzio Belcaro. (redazione@corrierecal.it)

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