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L’analisi

Lo spettro del lavoro povero, ecco l’utilità del salario minimo in Calabria

Due lavoratori su dieci percepiscono un reddito inferiore a 9mila euro. E la regione è maglia nera per lavoro nero e precariato

Pubblicato il: 22/08/2023 – 17:05
di Roberto De Santo
Lo spettro del lavoro povero, ecco l’utilità del salario minimo in Calabria

LAMEZIA TERME Il tema del salario minimo in Calabria resta centrale nelle politiche di ripresa dell’economia complessiva del territorio. Lo si deve ad un assioma limpido da dimostrare: ad un incremento dei redditi delle famiglie corrisponde un aumento della loro capacità di spesa e dunque alla crescita dei consumi. Con ricadute dirette sull’economia reale della regione.
Un principio che se è valido ad ogni latitudine lo diventa ancor di più in un territorio, come quello calabrese, in cui si registrano diversi record negativi in materia di povertà. E non fa eccezione quello che viene definito lavoro povero, cioè la condizione di quanti pur essendo occupati percepiscono un reddito decisamente basso e dunque non sufficiente a far fronte alle necessità anche basilari come le spese per beni e servizi primari. In Italia un quarto dei lavoratori ha una retribuzione individuale bassa (inferiore, cioè al 60% della mediana) e oltre un lavoratore su dieci si trova in una condizione di povertà.
Si tratta di quell’esercito composto da lavoratori in nero, precari, dipendenti a tempo a cui si aggiungono coloro i quali subiscono contratti di part time involontario.
Profili fragili che finiscono per mettere a rischio la tenuta economica di migliaia di famiglie e la Calabria – in ognuno di questi aspetti – brilla per dati negativi.
Ad iniziare dal basso reddito complessivo che ne fa una delle regioni più povere d’Italia.
L’ultimo dato certificato dall’Istat, indica che il reddito disponibile lordo pro capite in Calabria è pari a 14.108 euro record italiano e decisamente distante dagli oltre 26mila euro di Bolzano (area con i redditi pro capite maggiori nel Paese), ma anche di Trentino-Alto Adige (24.324 euro) e della Lombardia (23.862 euro).
Se a questi aspetti si accosta il dato incontrovertibile che l’inflazione colpisce maggiormente le famiglie con minori redditi – visto che l’incremento dei prezzi sta interessando il paniere di beni essenziali -, il combinato disposto si traduce in una sorta di cappio che si stringe attorno al collo dei calabresi, soprattutto più fragili.
Da qui la necessità di intervenire sul fronte dei salari che, per motivazioni strutturali, potrebbe creare un effetto domino sull’economia complessiva, generando ricchezza diffusa e dunque maggiori condizioni per dar vita anche a nuovi posti di lavoro. Altro tema centrale, in una regione sempre assentata di occupazione.
Per questo riproporre, in un contesto come quello calabrese – sempre in perenne difficoltà a recuperare terreno rispetto alle aree più ricche del Paese – la vecchia voce delle “gabbie salariali” nel dibattito sul salario minimo rischia di ingenerare nuovi elementi di sperequazione. Allontanando l’obiettivo vero a cui qualsiasi strategia di politica economia in Italia dovrebbe mirare: puntare a ridurre le sacche di diseguaglianza tra territori.

I numeri della povertà lavorativa

Quando si parla di occupazione, la Calabria appare come terra di diritti negati. A partire da quello ad avere un posto di lavoro.
Secondo le rilevazioni dell’Istat, poco più di quattro cittadini su dieci in età lavorativa risultano occupati. Un tasso (47%) che pone la regione al penultimo posto in Italia – subito dopo la Sicilia – per numero di occupati sulla popolazione residente. Un terzo della forza lavoro potenziale, inoltre, non risulta attiva nella ricerca di un occupazione. Ma quello che balza soprattutto agli occhi i numeri sulla povertà lavorativa. Quasi due lavoratori su dieci hanno una bassa paga, un dato che pone la Calabria al vertice della classifica nazionale: al di sopra della media nazionale (10,1%) e dello stesso Mezzogiorno (15,3%).

Fonte: Acli


Secondo una ricerca condotta dall’Acli, due lavoratori su dieci percepiscono meno di 9mila euro l’anno. Una soglia decisamente al disotto della soglia di sussistenza.
E tracciando il profilo di questi lavoratori “poveri”, delineata sempre nel report dell’Acli, emerge che si tratta di giovani sotto il 29 anni (35,2%) o over 60 (21,6%).
Le donne sono più penalizzate rispetto ai loro colleghi: oltre 2 donne su dieci hanno un reddito al di sotto dei novemila euro contro il 17,2% degli uomini.
Mentre se la soglia si innalza a redditi fino a 11mila euro risulta che oltre un quarto dei lavoratori rientra in questa fascia. Anche in questo caso a pagare maggiormente lo scotto sono le giovani donne (28,8%) rispetto ai loro colleghi (25,3%).
Si tratta per lo più di lavoratori che svolgono lavori discontinui. Il 76,7% di coloro i quali percepiscono redditi entro i novemila euro ha contratti di lavoro in questa forma, anche se c’è un 8% di lavoratori continui che percepisce questo salario da fame.
Stessa situazione vale anche tra quanti percepiscono retribuzioni inferiori a 11mila euro l’anno: l’85,1% ha lavori discontinui. Indicativo anche però il dato dei bassi salari tra quanti hanno un lavoro a tempo indeterminato: 13,2% ha un salario che non supera gli 11mila euro.
In Italia questa situazione è differente con il 14,9% di lavoratori che percepiscono meno di novemila euro e il 19,5% che ha salari al di sotto di 11mila euro.
Numeri che dimostrano in modo plastico quanto sia diffuso in Calabria il lavoro povero.

Le fragilità del lavoro calabrese

Fonte. Acli


Se a questi dati si affiancano alcuni aspetti che sono predominanti nell’occupazione calabrese il quadro diviene ancor più desolante.
La Calabria, ad esempio, detiene la maglia nera per lavoratori irregolari: il 20,9% (ben 9 punti in più della media nazionale). Ed inoltre la regione detiene il record di precariato: il 27,6% di lavoratori sono occupati da almeno 5 anni in attività a termine. Così come è tra i territori con il maggior tasso di dipendenti che subiscono il part time non voluto. In Calabria si trova in questa condizione il 13,3% dei lavoratori contro la media nazionale del 10,2%.
E queste fragilità strutturali che caratterizzano il mondo del lavoro calabrese non possono che riflettersi sul livello dei salari che resta inesorabilmente più esposto all’erosione dell’ondata inflazionistica che ha investito il nostro Paese devastando la capacità di spesa di cittadini e famiglie. Un quadro che rischia così di far precipitare nella povertà intere fette dalla popolazione e che per questo non dovrebbe lasciare indifferenti i decisori politici. (r.desanto@corrierecal.it)

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