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le intercettazioni

Se i poteri della finanza occulta “spaventano” anche la ‘ndrangheta

La vita del faccendiere dei “Papaniciari” tra le pressioni del boss e il timore di essere raggirato. E lo scontro da evitare: «“L’acqua santa” non è niente rispetto a quello che c’è dietro»

Pubblicato il: 02/09/2023 – 14:37
di Pablo Petrasso
Se i poteri della finanza occulta “spaventano” anche la ‘ndrangheta

CROTONE È dura la vita del faccendiere. Stretto tra un gruppo di “trader” di cui fidarsi ma non troppo e uno “zio” ansioso di vedere i guadagni promessi, Salvatore Aracri non nasconde lo stress. Le intercettazioni del Ros rivelano le pressioni del clan, che vuole mettere mano sul denaro, le insicurezze generate da un sistema – quello delle piattaforme finanziarie – che non si può gestire senza affidarsi a tecnici non sempre affidabili. E, anche, lo scontro potenziale con altri poteri occulti, pericolosi quanto può esserlo una ‘ndrina. Sfumata quanto si vuole, l’evocazione di un confronto tra “l’acqua Santa” e «quello che c’è dietro» i movimenti finanziari su scala globale risalta e inquieta nelle pagine dell’inchiesta “Glicine Acheronte”. «Quello che c’è dietro» resta un mistero ma negli atti – lo abbiamo visto più volte – compaiono riferimenti ad altri poteri (servizi segreti deviati, strutture capaci di organizzare movimenti da miliardi di euro, “trader” in contatto con organizzazioni criminali) con i quali chiunque preferirebbe evitare uno scontro frontale, anche la ‘ndrangheta

Il nervosismo dello “zio”

Dei 120 milioni di euro che la cosca vorrebbe portare in Italia con passaggi bancari in tre continenti Aracri discute in dettaglio con l’hacker Marc Ulrich Goke. Dietro le conversazioni aleggia l’ombra del boss, “zio” Domenico Megna, ansioso «di ricevere la sua parte di proventi». Il capo della cosca dei “Papaniciari” finanza di viaggi di Aracri in giro per l’Europa, si accolla le spese per l’alloggio della compagna, ascolta gli aggiornamenti sull’operazione. A un certo punto, però, si spazientisce. E “Turo”, considerato la quinta colonna del clan in Germania, sente il fiato sul collo. Ne parla con Ulrich per fargli capire che non il clima si fa più teso: «Che pensi che lo zio qui… ogni giorno, ogni giorno, ogni giorno. Ieri gli ho detto che dovrò prendere l’aereo e che mi servono i soldi per il biglietto… e lui mi ha risposto “ancora!”». Per gli investigatori è la dimostrazione che Aracri agisce «per conto dell’organizzazione “papanicicara”». Infatti, sottolineano i sostituti procuratori Domenico Guarascio e Paolo Sirleo nella richiesta di applicazione di misure cautelari, «i proventi delle transazioni bancarie in analisi dovevano confluire nella “bacinella” della cosca». 

Il timore di «un possibile fallimento» 

Che ci sia la ‘ndrangheta dietro a tutta la storia è, per i magistrati, «cosa assodata». I pm della Dda di Catanzaro analizzano una telefonata del 15 settembre 2019 tra Aracri e Pantaleone Laratta, anche lui indagato nell’inchiesta “Glicine Acheronte”. Laratta sembra essere a conoscenza delle operazioni bancarie in corso e chiede se ci siano novità. La conversazione introduce il secondo motivo di stress per Aracri: oltre alle pressioni dello “zio”, c’è il timore per «un possibile fallimento». «Ma tu pensi che può andare male?», chiede Laratta. Aracri, nella risposta, rivela che l’inizio delle attività nella finanza occulta risale al precedente mese di giugno, «durante un suo viaggio effettuato in Svizzera». All’inizio un fallimento gli era sembrato probabile, «vista la complessità delle operazioni». L’arrivo del gruppo di “trader” guidati da un broker perugino, però, avrebbe cambiato tutto. «State dando fiducia a questo di Perugia», dice Laratta. Aracri conferma e – sintetizzano i magistrati – afferma «che senza le sue doti sarebbe stato impossibile eseguire passaggi bancari così complessi».

«L’acqua santa» e «quello che c’è dietro»

L’esperienza del broker è un vantaggio per concretizzare l’affare ma fa nascere un dubbio in Laratta: «Non ti possono fregare, no? Volendo sì?». Aracri esclude l’ipotesi e sostiene «che non sarebbe stato conveniente per nessuno tentare di truffare i propri complici, poiché tutti avrebbero rischiato di essere scoperti». Il suo interlocutore evidenzia, a sua volta, «che non sarebbe stato prudente tentare una truffa nei confronti di Aracri, sapendo – appuntano gli inquirenti – che questi stava agendo per conto della cosca di ‘ndrangheta di “Papanice”». Non dice proprio così, evoca «l’acqua santa» che per i pm è il clan. «E vabbè – sono le parole di Laratta – sanno pure che c’è l’acqua santa, no?», ride. La risposta di Aracri non è affatto rassicurante. Per i pm smentisce l’interlocutore e gli rivela «che i personaggi coinvolti» nelle attività finanziarie coperte «potevano essere ben più pericolosi anche della loro stessa consorteria mafiosa». «Eh ma non è niente “l’acqua Santa” in confronto a quello che c’è dietro». (p.petrasso@corrierecal.it)

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