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Giorgio Napolitano e la Calabria: tasselli e incastri di uno statista molto decisionista

Il rapporto (non sempre facile) con Mancini. Lo scontro su Piperno assessore. Il ruolo nella guerra delle Procure. Il celebre “no” a Gratteri e il commento cosentino sul compromesso storico

Pubblicato il: 28/09/2023 – 6:34
di Paride Leporace
Giorgio Napolitano e la Calabria: tasselli e incastri di uno statista molto decisionista

La morte di Giorgio Napolitano monarca laico della Repubblica, con il quasi suo secolo di vita politica e istituzionale, ha giustamente occupato il dibattito pubblico nazionale.
Provo a dare delle brevi intersezioni calabresi di un personaggio enorme per la Storia e per la politica del nostro Paese, senza alcuna pretesa di essere esaustivo.
Il secondo dopoguerra del ‘900 registra al Sud una convergenza della Sinistra. Sono gli anni del Fronte, di un dialogo tra comunisti e socialisti che lascerà il segno. Tra Campania e Calabria attorno a figure come Giorgio Amendola si sviluppò un laboratorio molto originale che annovera i nomi di Mario Alicata, Francesco De Martino, Gerardo Chiaromonte, Giorgio Napolitano, Giacomo Mancini. È il seme di una storia lunga e perigliosa che segna la vita e la politica dei decenni a venire e che toccherà la nascita del Migliorismo (termine in verità poco amato da Napolitano) corrente minoritaria del Pci che si caratterizzerà nel tempo per il dialogo con i socialisti. È una corrente di pensiero che forgia numerosi politici comunisti calabresi che riconosceranno nel tempo la leadership di Napolitano, cui affideranno i rapporti con il forte Partito socialista calabrese di Giacomo Mancini.

MEZZOGIORNO | Giacomo Mancini

Sono queste le premesse che faranno scrivere a Giorgio Napolitano, da primo presidente della Repubblica comunista, a dieci anni della morte di Mancini, che egli negli anni Cinquanta «affrontò l’impegno meridionalista, che vide unite le forze di sinistra e progressiste, con un fronte riformista e con una forte ispirazione autonomista». Era la loro comune storia. Nove anni prima, in altra celebrazione, Napolitano si era spinto oltre nel giudizio affermando: «Giacomo Mancini è il più grande uomo di governo socialista che ha avuto il Mezzogiorno». In mezzo a quella parole scolpite nella pietra c’erano state tante vicende nel Sud che avevano preservato quel dialogo a volte difficile, ma mai interrotto tra Napoli, la Calabria e la Roma del Parlamento e delle sedi nazionali.
Al crollare della Prima repubblica in quelle macerie l’amicizia rimase salda tra Napolitano e Mancini. Non fu intaccata neanche dalla condanna di primo grado a Palmi per concorso esterno per associazione mafiosa contro Mancini (sarà poi cassata a Catanzaro). Napolitano, in quel momento è il presidente della Camera, terza carica dello Stato, ma davanti a quel verdetto non esita a dettare queste parole: «Sono stato profondamente colpito dalla sentenza di condanna di Giacomo Mancini. Ho colto, nell’immagine, e nelle parole che la televisione ci ha trasmesso, tutta la sofferenza del politico e dell’uomo. Della così forte e lunga storia politica di Mancini voglio solo ricordare la partecipazione che Gerardo Chiaromonte tanto apprezzò alla Commissione Antimafia proprio da lui presieduta». Era passato del tempo dagli anni Cinquanta e quegli ex giovani avevano ruoli diversi. Il Pci e il Psi si chiamavano in altro modo, la via giudiziaria spaccava la Sinistra e anche il Pds. Ai funerali di Stato è intervenuta, a commemorare Napolitano, Anna Finocchiaro, ex magistrata; quella parlamentare del Pds che nella stessa sera della condanna di Mancini da Lucia Annunziata in tv proferisce parole molto diverse dal Presidente della Camera: «Mancini? Tanto ormai è vecchio ed è fuori dalla politica che conta. E poi, in Calabria si sa come ci si procura i voti». Garantismo e giustizialismo a sinistra hanno storia controversa attorno alla statura di Napolitano. Eppure Mancini e Napolitano furono anche contrapposti in quelle vicende ormai lontane. Re Giorgio era diventato Ministro dell’Interno, ancora una volta il primo comunista della Repubblica.

ASSESSORE | Franco Piperno

Giacomo Mancini era sospeso dalle sue funzioni per la condanna di Palmi, e attraverso il suo vice Pierino Bruno nomina Franco Piperno assessore alla cultura. Sull’ex leader di Potere Operaio gravava una condanna in giudicato a 4 anni per associazione sovversiva, una legge ne vietava incarichi amministrativi. Mancini oppose un’incostituzionalità che Napolitano al Viminale non poteva riconoscere. Piperno fu costretto alle dimissioni. In una lettera pubblica Mancini al suo ex assessore scriverà: «È andata male per tutti coloro che non si rassegnano, nei comuni e nelle istituzioni, a restare sempre succubi e silenziosi alle tutele soffocanti dei bavagli, dei controlli, dei permessi preventivi, e che nella nomina di Napolitano al Viminale avevano visto uno spiraglio di novità».
Piperno sanerà nel tempo la sua questione giudiziaria e tornerà ad essere assessore di Mancini prima e di Eva Catizone successivamente.
Napolitano da Presidente della Repubblica interverrà in altre questioni giudiziarie di rilievo che riguardano la Calabria. Mi riferisco alla celebre inchiesta “Why not” di Luigi De Magistris che da Catanzaro terremota il traballante sistema politico della Seconda Repubblica indagando persino il presidente del Consiglio Romano Prodi e il guardasigilli Clemente Mastella. De Magistris sarà trasferito a Napoli ma soprattutto scoppia la cosiddetta guerra delle procure tra Salerno e Catanzaro con decreti di perquisizione e indagine contrapposti. Cento carabinieri inviati da Salerno circondarono persino la procura di Catanzaro. Napolitano interviene con decisionismo nella sua qualità di presidente del Csm. Con lettera ufficiale chiede alle procure di Salerno e Catanzaro tutti gli atti giudiziari della controversa querelle definendola «una vicenda senza precedenti con gravi implicazioni istituzionali» che rischia di creare la «paralisi della funzione processuale». Un atto senza precedenti e che ancora oggi divide la corposa letteratura prodotta sul tema. Basti pensare che due Presidenti della Corte Costituzionale, Antonio Baldassarre e Annibale Marini, hanno espresso opinioni opposte su quell’intervento di Napolitano.

Luigi-de-magistris
CSM | Luigi de Magistris

Più prosaico il diretto interessato Luigi De Magistris che durante l’agonia del presidente emerito ha dichiarato ai media: «Napolitano è stato determinante a provocare il mio allontanamento dalla Calabria durante il periodo in cui mi furono sottratte le indagini sui rapporti tra ‘Ndrangheta, politica, ma anche magistrati collusi, esponenti deviati di forze di polizia e servizi segreti, con il collante delle logge occulte. Il Csm, presieduto da Napolitano e Mancino, dispose il mio trasferimento dalla Calabria per incompatibilità ambientale». Sono anche queste tesi che hanno contribuito a creare un’ostilità social e da curva contro il presidente emerito.
Tra i tasselli che rievochiamo non può mancare quello di Nicola Gratteri, prossimo procuratore di Napoli, città di Napolitano e che ha visto anche De Magistris clamoroso e inatteso sindaco partenopeo.
È vicenda nota che Matteo Renzi, pupillo in quel periodo del Presidente della Repubblica, mise nella lista dei ministri come Guardasigilli Nicola Gratteri. Proposta bocciata da Re Giorgio. Si è discusso e ancora si discute su chi intervenne sul Quirinale per evitare l’arrivo a via Arenula del magistrato d’assalto.

GRATTERI | L’appunto di Renzi

La vulgata indica diversi ispiratori della decisione: il calabrese Palamara, il già procuratore di Reggio Calabria Pignatone, le correnti della magistratura. Io, per intuito, ritengo che la decisione fu più semplice, e forse consigliata da Emanuele Macaluso, scudiero istituzionale di Napolitano. Una scelta garantista sul fatto che un magistrato nell’esercizio delle funzioni non può diventare Guardasigilli. Del resto, quel celebre tratto di penna, come sostengono molti tifosi di Gratteri, ha consentito di raccontare le numerose operazioni di polizia giudiziaria che hanno vivacizzato le nostre cronache in questi anni con altri scontri tra neogarantisti e nuovi giustizialisti.
Vicende controverse di una vecchia guardia della Repubblica. Esemplare, in tal senso, un aneddoto emerso in questi giorni di rievocazioni. Franco Petramala, segretario regionale calabrese della Dc degli anni Settanta, ha raccontato di aver incontrato Giorgio Napolitano nel 1977 al ristorante Piccadilly di Cosenza mentre era in compagnia del comunista Franco Ambrogio che lo presentò come convinto sostenitore del compromesso storico. Nel suo Fondino il politico calabrese scrive: «Napolitano fece una impercettibile smorfia di disappunto e mi disse di non essere d’accordo con quella prospettiva accennando una motivazione. La conversazione non durò molto di più». Eppure. In questi giorni tv e giornali hanno dipinto Napolitano come strenuo sostenitore di quel compromesso che di storico ebbe ben poco. Chissà se Franco Ambrogio ci può aiutare a spiegare questa contraddizione di non poco conto? (redazione@corrierecal.it)

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