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l’omicidio

Un finto posto di blocco e poi gli spari, la vendetta (premeditata) per mano di Mario Esposito

Azione decisa per vendicare l’omicidio del figlio di un esponente dei Vrenna. Killer muniti di paletta della Polizia per fermare l’auto della vittima

Pubblicato il: 06/10/2023 – 18:44
di Alessia Truzzolillo
Un finto posto di blocco e poi gli spari, la vendetta (premeditata) per mano di Mario Esposito

CROTONE Aveva 37 anni Mario Esposito, classe ’54, di Isola Capo Rizzuto, quando – secondo quanto ipotizzato dal pm Pasquale Mandolfino della Dda di Catanzaro e dagli uomini della Dia – uccise Giovanni Vatalaro a febbraio del 1991. Un delitto premeditato, commesso per vendicare la morte di Vittorio Cazzato, avvenuta a ferragosto del 1990. Questo raccontano le indagini della Distrettuale antimafia.
Cazzato, 19 anni appena, era figlio di Egidio Cazzato, cognato di Esposito. Cazzato è ritenuto esponente della cosca Vrenna-Ciampà-Corigliano-Bonaventura.
Mario Esposito – ricostruiscono gli investigatori – viene indicato dai collaboratori all’unisono come soggetto appartenente «appieno» alla cosca Arena-Nicoscia, negli anni ’80 e ’90. Era un “azionista”, uno che svolgeva azioni di fuoco (omicidi, intimidazioni, aggressioni). Dopo questa “gavetta”, nel più recente passato Esposito (nella foto in alto) appare nelle vesti di «imprenditore, operante tra il Crotonese ed il nord Italia in diversi settori merceologici, beneficiario della fiducia e del rispetto del crimine organizzato locale». Un uomo che da braccio armato si era “ripulito” «sotto le vesti di esponente del mondo dell’imprenditoria sana e legale».

Il finto posto di blocco

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, che ha portato oggi all’arresto di Esposito, l’indagato avrebbe agito insieme a Francesco Papaleo, anche lui di Isola Capo Rizzuto, classe ’59, freddato in un agguato mafioso nel 1994.
I due killer, travestiti da poliziotti, fingendosi appartenente alle forze dell’ordine, utilizzando una paletta apparentemente in uso alla Polizia, avevano inscenato un posto di blocco nel rione Gesù di Crotone intimando lo stop alla vettura di Vatalaro. Dopo averlo fatto uscire dall’auto – è scritto nell’ordinanza del gip Antonio Battaglia – «e averlo condotto sul retro del bagagliaio, esplodevano al suo indirizzo plurimi colpi di arma da fuoco provocandone la morte». Sul posto sono stati trovati tre bossoli calibro 12 di un fucile da caccia e sul cadavere l’ogiva di una calibro 38, probabilmente proveniente da una pistola a tamburo.
«L’omicidio risulta aggravato dalla premeditazione – afferma il giudice –, poiché gli uomini si erano premuniti di una paletta apparentemente in uso alla Forze dell’Ordine al fine di simulare un posto di blocco, e, inoltre, erano a conoscenza delle strade percorse da quest’ultimo in modo tale da inscenare un controllo di polizia».
Un delitto che si macchia anche dell’aggravante mafiosa poiché i killer hanno agito spinti da mandanti, allo stato sconosciuti, appartenenti alla cosca Arena-Nicoscia.

La moglie rannicchiata nell’auto

Ad assistere, atterrita e rannicchiata nell’auto, all’esecuzione del marito c’era la moglie che viaggiava in auto con lui. La donna ha subito raccontato agli inquirenti di avere udito gli spari e di essersi abbassata all’interno dell’auto riuscendo solo a vedere gli assassini allontanarsi. La moglie di Vatalaro racconta di non avere visto in volto i due uomini ma di avere sentito che uno di loro tornava indietro per sparare nuovamente sulla vittima.

La ricerca della vendetta per la morte del figlio

A delineare un quadro più preciso sul delitto ci sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. In particolare sono stati sentiti Vittorio Foschini, Giuseppe Vrenna e Luigi Bonaventura.
Tutti e tre hanno addebitato l’esecuzione dell’omicidio a Mario Esposito e a Francesco Papaleo e hanno indicato anche il movente: la vendetta per l’agguato che costò la vita a Vittorio Cazzato, del quale veniva considerato responsabile Vatalaro.
Vrenna riassume le dinamiche del delitto, che combaciano con quelle descritte dalla moglie della vittima, e afferma di avere appreso ogni cosa dalla stessa voce di Mario Esposito.
Secondo Vrenna il killer «voleva accreditarsi presso Egidio Cazzato, in cerca di vendetta dopo aver perso il proprio figlio in un agguato».
Le dichiarazioni di Foschini appaiono speculari a quelle di Vrenna. Il collaboratore rivela di avere intercettato i fatti dalle confidenze di Egidio Cazzato, affiliato al clan Vrenna, «in cerca di vendetta in seguito all’uccisione del proprio figlio» e poi anche da «Francesco Arena, Pasquale Arena e Carmine Arena, tutte figure di spicco nell’ambito della mafia crotonese».
«Circa l’omicidio Vatalaro, venne fatto da Mario Esposito, Franco Papaleo – dice Luigi Bonaventura nel 2007 –. Tali circostanze le appresi da mio zio Gianni Vatalaro e da Franco Papaleo, mentre un periodo di latitanza di mio zio Gianni Bonaventura che trascorreva a Isola Capo Rizzuto. Gianni Vatalaro fu ucciso in quanto ritenuto l’esecutore dell’omicidio di Cazzato Vittorio. Il Vatalaro venne fermato simulando un controllo su strada dalle forze dell’ordine e poi ucciso con due fucilate in pancia e forse finito con colpi di pistola».

«L’indole criminale»

Secondo il giudice «sussistono in capo a Mario Esposito gravi indizi di colpevolezza per la vicenda omicidiaria» e l’insieme delle prove «consente di ritenere esistente una convergenza di plurimi elementi di prova nel senso dell’identificazione di Mario Esposito quale responsabile materiale dei reati in contestazione».
Consultando il casellario giudiziale di Esposito, risulta che questi abbia commesso reati nel 1991, 1994, 1995, 1996 e nel 2004. Secondo il gip «Esposito risulta gravato da numerosi procedimenti tali da dimostrare l’indole criminale del medesimo» e sussiste «il concreto e attuale pericolo che l’indagato commetta delitti della stessa specie di quelli per cui si procede». (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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