La Russa lancia l’agenzia viaggi “Gaza Express”
“In omaggio tre ore di tortura e un ottimo ritorno mediatico”

Quando si dice… ci sono statisti e statisti. Che Ignazio Benito La Russa fosse uno di questi in Italia e in Europa lo sanno anche le pietre. Non avrei mai e poi mai potuto immaginare che, attraverso il suo proverbiale genio politico, espresso con una pronuncia infiammata dal caldo sole siciliano, sarebbe riuscito in un’impresa di portata mondiale: rivoluzionare il concetto di solidarietà internazionale, stroncando così una volta per tutte le assurde velleità della Global Sumud Flotilla. Con il pragmatismo geopolitico che lo contraddistingue, il Presidente del Senato ha spiegato che sfidare un blocco navale militare in Medio Oriente è, in fondo, un’attività a “scarso rischio”, paragonabile a un weekend d’avventura organizzato da un’agenzia di viaggi estremi. Secondo l’illuminata e illuminante analisi della seconda carica dello Stato, gli attivisti internazionali non cercano altro che un briciolo di visibilità mediatica. La dinamica, d’altronde, è chiarissima: si naviga per giorni, si viene intercettati da navi da guerra in acque internazionali lontane centinaia di miglia dalle coste palestinesi, ci si fa sequestrare e, se si ha la “fortuna” di essere arrestati per tre o quattro ore, si rimedia persino il pacchetto omaggio “grida alla tortura” da spendere comodamente sui social o nei talk show. Un’opportunità imperdibile che i veri perseguitati della storia si sognano.
Il cuore della critica si poggia su un rigoroso algoritmo applicato all’altruismo. Ignazio Benito – come si diceva un tempo: il nome indica il partito – ha infatti domandato, con sincero pragmatismo: «Quanti palestinesi hanno aiutato le flottiglie, quanti bambini hanno salvato?». Il nuovo standard etico introdotto da Palazzo Madama è rivoluzionario: un’azione umanitaria è valida solo se risolve istantaneamente e da sola una crisi globale. Seguendo questo identico schema “logico” di aristotelica memoria, il mondo attende con ansia che la seconda carica dello Stato applichi i medesimi parametri ai ministeri dell’attuale esecutivo, misurando ad esempio: quanti problemi dei cittadini ha risolto la collezione di busti del Duce in salotto? Già, perché quelle sculture di bronzo o di marmo non sono affatto feticci nostalgici, come qualcuno maldestramente potrebbe pensare, bensì sofisticati strumenti di utilità sociale.
La tesi del “basso rischio” ha talmente convinto le istituzioni che persino il Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha dovuto precisare con una certa cautela che finire in una prigione straniera mantiene ancora una pur minima percentuale di disagio. Ma il Presidente del Senato, come ben sappiamo, vola più alto dei dettagli burocratici. Per chi è abituato alle durissime battaglie dei lunghi cortei stile anni Settanta, dove qualche malcapitato poliziotto perdeva la vita, e alle spericolate lotte in aula sui decreti d’urgenza – “confondendo” anche il nome di un senatore per rievocare nostalgicamente la scimmia fedele amica dell’eroe della giungla – l’idea di farsi abbordare da militari armati in mezzo al mare è poco più di un diversivo ricreativo. Mentre l’opposizione grida allo scandalo definendo le affermazioni “ignobili” e la Procura di Roma si ostina ad aprire fascicoli per sequestro di persona, la nuova linea diplomatica è tracciata. La solidarietà, quella vera, non si fa sulle navi in mezzo alle burrasche, ma restando comodamente seduti sugli scranni istituzionali, spiegando che la vera solidarietà non viaggia sulle onde, ma resta immobile sulle poltrone del proprio comodo salotto, fissa sul bagnasciuga della storia a contemplare il bronzeo mascellone.