Come parla la politica nelle elezioni comunali calabresi
Un’analisi mostra un cambiamento radicale nella comunicazione politica, tra social network, personalizzazione estrema e conflitti identitari accentuati dal post-Covid

Le elezioni comunali del 24 e 25 maggio in Calabria costituiscono un osservatorio molto utile per comprendere lo stato della comunicazione politica locale, il rapporto tra candidature e territori e il livello qualitativo del confronto democratico. Nei cinque Comuni più popolosi chiamati alle urne – Reggio Calabria, Crotone, Castrovillari (Cs), Palmi (Rc) e San Giovanni in Fiore (Cs) – emerge il rapporto tra crisi territoriali e mutazione del linguaggio politico.
La metodologia dell’analisi
Questa analisi è stata condotta mediante l’esame di programmi, comunicati stampa, interviste, dichiarazioni pubbliche, confronti elettorali, slogan, post social e materiali di propaganda dei candidati sindaci e delle coalizioni. Nello specifico, l’obiettivo non è attribuire promozioni o bocciature politiche, ma verificare tre elementi: il grado di aderenza delle proposte rispetto ai problemi reali dei territori; la qualità argomentativa delle campagne; il tipo di linguaggio usato nel confronto democratico.
Il cambiamento degli ultimi cinque anni
Il primo dato generale è che, rispetto a cinque anni fa, la comunicazione politica locale appare molto più personalizzata, emotiva e conflittuale. Nel 2020 e nel 2021, pure se con riguardo a campagne già molto polarizzate, il lessico prevalente era ancora legato all’idea di «programma», «visione», «sviluppo», «governo della città». Oggi prevalgono invece espressioni che tendono a moralizzare il conflitto politico; per esempio, «sistema», «liberazione», «arroganza», «incompetenza», «tradimento», «potere», «disastro», «vergogna».
L’effetto del Covid sulla percezione della realtà e sul linguaggio politico
Questo cambiamento è parte di una trasformazione molto più ampia e complessa della comunicazione politica italiana e dell’Occidente in generale. Negli ultimi cinque anni, il rapporto tra politica, realtà e linguaggio è stato modificato in profondità da almeno quattro fattori: la pandemia da Covid, l’esplosione definitiva della comunicazione algoritmica dei social network, la crisi della fiducia verso le istituzioni e la trasformazione permanente del dibattito pubblico in flusso emotivo continuo. La pandemia ha prodotto un trauma collettivo globale che ha trasformato tanto i sistemi sanitari ed economici quanto le modalità cognitive e relazionali della vita pubblica. Per mesi la vita pubblica è stata dominata da paura, incertezza, isolamento, sospensione della normalità, linguaggio emergenziale, controllo sociale e conflitto permanente tra interpretazioni opposte della crisi. Durante il Covid la comunicazione pubblica si è organizzata attorno a categorie drastiche: responsabili e irresponsabili, obbedienti e ribelli, scienza e negazione, sicurezza e pericolo. La comunicazione istituzionale, mediatica e politica ha spesso assunto toni assoluti, continui e invasivi. La società è stata sottoposta a una pressione comunicativa incessante, nella quale il dissenso tendeva facilmente a essere interpretato come minaccia collettiva. In quella fase il conflitto democratico ordinario è stato sostituito da una continua produzione di schieramenti morali. Il dibattito pubblico si è abituato a una logica binaria. Dunque, da una parte i difensori della comunità, dall’altra i nemici. Questo schema ha continuato a influenzare il dibattito pubblico anche dopo la fine dell’emergenza sanitaria. La politica contemporanea – compresa quella locale – ha progressivamente incorporato quel modello comunicativo. Di conseguenza, l’avversario non viene più descritto soltanto come portatore di idee differenti o di interessi contrapposti, ma come figura potenzialmente dannosa, irresponsabile, inaffidabile o moralmente negativa. Questo aspetto emerge chiaramente anche nelle campagne comunali calabresi del 2026. Nelle città si discute di ospedali, rifiuti, strade, urbanistica, spopolamento, lavoro e servizi, ma il linguaggio tende continuamente a trasformare il confronto amministrativo in una battaglia morale; talvolta finanche con tratti di fanatismo religioso. Il Covid ha inoltre accelerato un’altra trasformazione, forse irreversibile, cioè la digitalizzazione totale della partecipazione politica. Durante la pandemia, milioni di persone hanno trasferito relazioni, conflitti, opinioni e appartenenze all’interno di piattaforme digitali governate da algoritmi che premiano velocità, indignazione, semplificazione e polarizzazione. La politica locale, soprattutto nei piccoli e medi Comuni, ha finito allora per imitare sempre di più i codici della comunicazione nazionale e dei social network, con messaggi brevi, una personalizzazione estrema, polemiche continue e la ricerca della frase emotivamente più forte. Nei territori con maggiori difficoltà, questa dinamica produce effetti ancora più intensi. In comunità piccole, in cui i rapporti personali coincidono spesso con quelli politici, il conflitto online tende facilmente a invadere la vita quotidiana. Il confronto amministrativo si trasforma perciò in tensione permanente tra gruppi identitari contrapposti. Anche per questo motivo le campagne elettorali esaminate in Calabria presentano oggi un livello di conflittualità verbale, personalizzazione e radicalizzazione emotiva molto superiore rispetto a cinque anni addietro.
Dalla discussione politica alla contrapposizione morale
Anche dopo la fine dell’emergenza sanitaria, quel modello comunicativo è rimasto dominante nella politica italiana. La discussione pubblica si è progressivamente abituata a un lessico binario, nel quale l’avversario non viene descritto come mero portatore di idee differenti ma è identificato come figura potenzialmente dannosa, inaffidabile o perfino pericolosa per la comunità. Questo elemento emerge limpidamente anche nelle campagne comunali calabresi del 2026. Il linguaggio usato tende continuamente a trasformare il confronto amministrativo in una battaglia morale, mentre le comunità hanno bisogno di risposte concrete e devono affrontare l’aumento dei costi energetici indotto dalla crisi in Medio Oriente come il caro vita che ne deriva.
Reggio Calabria: il peso delle narrazioni identitarie
Cinque anni fa il centrosinistra e il centrodestra calabresi si confrontavano ancora con una grammatica relativamente tradizionale. A Reggio Calabria, durante la sfida tra Giuseppe Falcomatà e Antonino Minicuci, il linguaggio era già duro ma manteneva un impianto piuttosto politico-amministrativo: bilanci, waterfront, mobilità, raccolta differenziata, opere pubbliche, ruolo metropolitano della città. Anche gli scontri verbali – come gli episodi pubblici in cui Minicuci accusava Falcomatà di essere “Pinocchio” – restavano confinati nel teatro del confronto elettorale classico. Oggi, invece, la campagna reggina appare più radicalizzata sul piano identitario. I candidati Francesco Cannizzaro, Domenico Battaglia, Saverio Pazzano ed Eduardo Lamberti Castronuovo si confrontano in una città che porta addosso problemi di grande portata: declino economico, periferie, trasporti, governance metropolitana, servizi, debolezza produttiva, spopolamento giovanile. Tuttavia, gran parte della comunicazione si concentra sulla rappresentazione morale dell’avversario. Il centrosinistra parla di difesa della città da una possibile occupazione politica del centrodestra; il centrodestra insiste invece sulla necessità di «liberare» Reggio da un asserito sistema di potere esistente da 12 anni. Dal canto loro, i civici cercano di inserirsi criticando entrambe le coalizioni tradizionali. Il confronto pubblico reggino risulta dunque molto carico simbolicamente, ma meno dettagliato sulle modalità concrete di soluzione dei problemi urbani. Le questioni amministrative esistono, ma vengono spesso inglobate in una serie di narrazioni salvifiche o distruttive.
Crotone: la forza dei problemi concreti
A Crotone il quadro cambia alquanto. I candidati Vincenzo Voce, Giuseppe Trocino, Fabrizio Meo e Vito Barresi si confrontano in una città nella quale la questione ambientale impedisce quasi naturalmente la superficialità assoluta della propaganda. In questo caso, il territorio costringe la politica a fare i conti con temi materiali: bonifica dell’area Sin, tutela della salute, futuro del porto, lavoro, disoccupazione, marginalità geografica e crisi industriale. Anche rispetto a cinque anni fa emerge una differenza interessante. Nel 2020 la campagna crotonese era dominata dalla contrapposizione tra vecchia politica e civismo amministrativo. Oggi il lessico è più tecnico e insieme settoriale, poiché tocca la sostenibilità, la rigenerazione urbana, l’ambiente, le filiere produttive, il diritto alla salute e gli investimenti utili. Le accuse reciproche non mancano, ma risultano assai meno insultanti rispetto ad altri contesti. Il linguaggio tende a restare ancorato all’efficacia amministrativa e alla credibilità delle proposte. Tra quelle analizzate, è probabilmente la campagna più aderente ai problemi reali del territorio.
Castrovillari: critica politica senza demonizzazione
A Castrovillari si coglie invece una trasformazione diversa. I candidati Ernesto Bello, Anna De Gaio, Luca Donadio ed Eugenio Salerno si muovono in una città che riflette le difficoltà strutturali dei centri medi dell’interno calabrese: spopolamento, ospedale, commercio, ruolo territoriale del Pollino, turismo culturale, partenze dei giovani. Cinque anni fa prevaleva un linguaggio più istituzionale e amministrativo. Oggi la campagna appare più polemica, ma senza raggiungere i livelli di aggressività verbale osservabili altrove. Le formule usate da Donadio contro «i compromessi» e i «portatori d’acqua», oppure quelle di Bello sulla necessità di «ricucire la comunità», mostrano due impostazioni differenti ma ancora riconducibili alla dialettica politica. In altre parole, la critica colpisce soprattutto modelli di gestione e culture politiche, e visibilmente meno la persona dell’avversario. È una distinzione importante, perché il degrado del linguaggio democratico emerge quando il conflitto si sposta dalle idee, dai programmi e dalle decisioni amministrative alla delegittimazione personale.
Palmi: toni più sobri e attenzione ai programmi
A Palmi la campagna tra Giovanni Calabria e Francesco Cardone appare relativamente più sobria rispetto ad altri scenari calabresi. I temi prevalenti sono turismo, waterfront, commercio, cultura, servizi e identità urbana. Le polemiche esistono, ma appaiono prevalentemente legate all’azione amministrativa, ai programmi e alle coalizioni. Cinque anni fa il linguaggio politico palmese era più tradizionale e molto centrato sulla gestione ordinaria della città. Oggi si nota un maggiore utilizzo della comunicazione digitale, con slogan brevi, formule emotive e richiami alla partecipazione civica. Però il livello dello scontro non sembra ancora precipitare nella demonizzazione sistematica dell’avversario.
La politica locale che imita quella nazionale
Anche questo cambiamento è figlio della trasformazione nazionale della comunicazione politica. La politica locale ormai imita costantemente i codici della politica nazionale: video verticali, slogan brevissimi, personalizzazione estrema, ricerca della frase destinata a circolare online. I candidati comunali parlano sempre meno come amministratori e sempre più come protagonisti permanenti di un flusso mediatico.
San Giovanni in Fiore: il conflitto identitario permanente
Il caso più significativo resta però quello di San Giovanni in Fiore. I candidati Marco Ambrogio, Antonio Barile, Giuseppe Belcastro e Luigi Candalise si confrontano in una comunità molto piccola e fortemente interconnessa sul piano personale, familiare e professionale. Nella cittadina silana il cambiamento rispetto a cinque anni fa è molto marcato. La comunicazione politica sangiovannese appare oggi molto più aggressiva, personalizzata e moralizzante. Le questioni reali sono complicate e pesanti: ospedale (periferico), lavoro, decremento demografico, ruolo della località Lorica, infrastrutture, turismo montano, viabilità, urbanistica, impianti sportivi. Tuttavia, il dibattito pubblico tende spesso a trasformarsi in un conflitto identitario. Le parole utilizzate nelle ultime settimane – tre le più lievi «padre padrone», «favole», «incompetenza», «città sfregiata», «deturpazione», «sistema», «arroganza» – mostrano una campagna che tende di frequente a oltrepassare il terreno della critica amministrativa per entrare nella delegittimazione morale dell’avversario. Nei piccoli centri questo fenomeno produce effetti ancora più pronunciati, perché la polemica politica entra direttamente nelle relazioni personali e nella vita quotidiana delle comunità. Dopo il Covid, inoltre, le comunità locali hanno sperimentato una forte accelerazione della conflittualità digitale: gruppi Facebook, dirette streaming, chat politiche permanenti, campagne emotive continue. La distinzione tra discussione pubblica e relazione privata è divenuta molto più cedevole.
Che cosa rivela il linguaggio: neuroscienze, sociologia e scienza politica
Il linguaggio politico è funzionale a comunicare un programma come a costruire percezioni, appartenenze, paure, fiducia e ostilità. Le parole descrivono la realtà e la organizzano. Se la campagna elettorale insiste su espressioni quali «liberare la città», «sistema», «vergogna» e simili, non vi è una mera critica dell’avversario. Piuttosto, proprio quelle parole vanno a strutturare un campo morale. Il candidato o il sostenitore che le pronuncia si colloca dalla parte della comunità ferita e il destinatario di quelle affermazioni è spinto al di fuori del perimetro della legittimità pubblica. Sul piano neuroscientifico, il linguaggio della minaccia e della colpa attiva più facilmente processi emotivi rapidi rispetto a processi deliberativi lenti. La ricerca sulle basi neurocognitive dell’ideologia politica ha messo in relazione minaccia, incertezza e risposta emotiva, pur con molta cautela nell’interpretazione dei dati. Non esiste un “cervello di destra” o un “cervello di sinistra”, ma esistono circuiti coinvolti nella percezione del rischio, dell’allarme e dell’identità di gruppo. Per questo le campagne fondate su allarme, colpa e indignazione producono un effetto potente: semplificano il mondo. Esse riducono la complessità e permettono all’elettore di orientarsi subito tra amici e nemici, responsabili e vittime, salvatori e colpevoli. È una scorciatoia cognitiva efficace, ma povera sul piano democratico. Più il messaggio suscita paura, rabbia o disgusto morale, meno spazio resta per il confronto sui dati, sui vincoli di bilancio, sulle competenze istituzionali, sui tempi amministrativi e sulle responsabilità condivise. Sul piano sociologico, questo tipo di linguaggio rafforza l’identità del gruppo, poiché per molti versi impone l’appartenenza, oltre che il consenso. La comunità politica viene costruita contro qualcuno: contro il vecchio sistema, contro l’amministrazione uscente, contro i traditori, contro i professionisti della politica, contro gli incapaci, contro i poteri forti locali. Il risultato è una forma di coesione negativa: ci si riconosce non tanto in un progetto comune, quanto nell’ostilità verso un avversario comune. I social network accentuano questo meccanismo. Gli studi sull’indignazione morale online indicano che l’approvazione sociale, le condivisioni e le ricompense digitali possono amplificare l’espressione della rabbia politica. L’indignazione ottiene attenzione, genera interazioni e aumenta la visibilità. La singola piattaforma non premia necessariamente il ragionamento migliore; spesso premia il messaggio più emotivo, divisivo e immediatamente riconoscibile. Sul piano della scienza politica, tutto ciò rientra nel fenomeno della polarizzazione affettiva. Non si tratta più soltanto di divergere sulle proposte, ma di provare sfiducia, disprezzo oppure ostilità verso chi appartiene al campo opposto. La letteratura sul negative campaigning documenta che gli attacchi duri, in particolare quelli rivolti al carattere personale dell’avversario, possono aumentare la polarizzazione affettiva più delle critiche programmatiche. Questa distinzione è – direi – cruciale. Dire che un’amministrazione ha sbagliato una scelta urbanistica, ha perso un finanziamento, ha gestito male un servizio o non ha rispettato un programma appartiene alla fisiologia democratica. Dire o suggerire che l’avversario sia moralmente indegno, nemico della città, espressione del male pubblico o causa unica del declino collettivo appartiene invece a un’altra logica. È una logica plebiscitaria, nella quale il voto non serve più soltanto a scegliere un indirizzo amministrativo, ma a punire una figura. Nei Comuni calabresi osservati, questa dinamica appare con intensità piuttosto differenti. A Crotone e – in parte – a Castrovillari e Palmi, i problemi materiali del territorio sembrano ancora mantenere il linguaggio in uno spazio argomentativo. A Reggio Calabria e soprattutto a San Giovanni in Fiore, invece, la contesa tende più spesso a diventare giudizio identitario e morale. Vi è un rischio maggiore poiché, se l’avversario viene trasformato in bersaglio simbolico, il cittadino non è più invitato a valutare proposte ma viene spinto a prendere parte a una battaglia di appartenenza. Non esistono campagne elettorali neutre, fredde o pacate. La politica vive di conflitto. Il problema nasce se il conflitto non è più regolato dall’argomentazione e si trasforma in demolizione della persona. Allora il linguaggio non illumina la realtà, ma la restringe, la altera, la riduce. Il linguaggio, perciò, non allarga il giudizio del cittadino, che cattura dentro una reazione emotiva. È un processo che non c’entra proprio con la partecipazione, in quanto produce tifoserie, ostacoli, sospetti e incomunicabilità.
Una politica sempre più emotiva
L’insieme delle campagne comunali calabresi fornisce dunque un quadro molto contraddittorio. Da una parte esistono territori pieni di problemi concreti, e spesso drammatici, che richiederebbero un confronto amministrativo, delle competenze, un’analisi dei dati, una programmazione ordinata e una capacità di governo. Dall’altra parte prende piede una comunicazione politica costruita sull’emotività, sulla contrapposizione permanente e sulla rappresentazione morale dell’avversario. Cinque anni fa prevaleva ancora la retorica del “fare”; oggi domina più spesso la retorica del “contro”. Il cambiamento non riguarda solo la Calabria. Esso riflette una trasformazione generale della politica contemporanea, accelerata dalla pandemia, dalla crisi delle mediazioni tradizionali e dall’ingresso definitivo dei social network nel cuore della vita democratica.
La questione democratica del linguaggio
Resta però una questione essenziale. Quanto più i territori si indeboliscono – economicamente, socialmente e demograficamente –, tanto più avrebbero bisogno di un linguaggio pubblico capace di spiegare, convincere e argomentare. Quando invece la comunicazione politica si riduce alla demolizione dell’altro, si rischia che i problemi reali finiscano sullo sfondo e che la campagna elettorale diventi soltanto una lunga guerra simbolica fra identità contrapposte. La buona politica non elimina il conflitto. Al contrario, lo rende comprensibile, discutibile e sondabile. La cattiva comunicazione trasforma invece il conflitto in ostilità permanente. In territori che si spopolano e dunque perdono servizi, giovani, fiducia e senso della comunità, anche le parole possono diventare infrastrutture civili. Oppure macerie, aggiunte ad altre macerie.
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