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Ecco come la ‘ndrangheta si è presa la Germania

Dalla strage di Duisburg, la criminalità organizzata calabrese è stata «sottovaluta». Oggi, i tedeschi fanno mea culpa

Pubblicato il: 16/11/2023 – 6:51
di Paride Leporace
Ecco come la ‘ndrangheta si è presa la Germania

LAMEZIA TERME Ottobre 2023. Un furgone di consegne postali viaggia su una strada attorno a Duisburg, su al nord, in Germania. Il mezzo tampona l’automobile di una vecchietta. La polizia è in zona e interviene sul sinistro. Prima di iniziare i burocratici rilievi si prendono i documenti.
Il corriere è un italiano. Un calabrese, Antonio Strangio, 44 anni, di San Luca. Anche un vigile urbano avrebbe sospetti da quelle parti. Il tempo di inserire i dati e arriva il responso. Antonio Strangio è un latitante ricercato per una sentenza di condanna per un traffico di cocaina. Non ha neanche adoperato nomi o documenti falsi. Ma la fedina penale del sanlucoto è abbastanza copiosa come una copiata di ‘ndrangheta.
Lo chiamano “u meccanicu”, Antonio, per la sua passione per le auto, fotografato dagli inquirenti italiani sulla via di Polsi nei giorni della festa, ma soprattutto indicato come la vittima mancata della strage di Duisburg. Il meccanico, oggi corriere, ha fatto il pizzaiolo nel luogo europeo che rivelò la ‘ndrangheta all’Europa, “Da Bruno”. Quella strage di sei morti ammazzati l’hanno inserita nella serie “Gomorra” anche se gli sceneggiatori hanno preferito spostare il luogo della strage a Colonia. Invece tutto accadde a Duisburg nel Ferragosto del 2007, oltre tre lustri fa.

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Investigatori tedeschi sul luogo della strage di Duisburg

Antonio Strangio per questioni di turno o per fortuna astrale o per mancanza di ruolo all’affiliazione che si svolge in quella pizzeria andò via prima, quel Ferragosto di sangue che lascia stecchiti sei calabresi nel cuore della Germania siderurgica. Nella perquisizione dopo la strage nell’armadietto di Antonio vennero ritrovati 280 cartucce 357 magnum. E da quel Ferragosto che “u meccanicu” continua ad andare e tornare tra San Luca e la Germania.
Uno spartiacque la strage che ha rivelato ai tedeschi la penetrazione della ‘ndrangheta in Germania. Scriverà la relazione della commissione parlamentare Antimafia della XV legislatura “Con la strage di Ferragosto a Duisburg la Germania e l’Europa scoprono attoniti la micidiale potenza di fuoco e l’enorme potenzialità criminale di una mafia proveniente dalle profondità remote e inaccessibili di un mondo rurale e arcaico”. Ma il mondo siderurgico e industriale della Ruhr non ha gli strumenti giuridici per comprendere il sincretismo post moderno di una mafia che è diventata altro. Solo 8 mesi dopo la strage la magistratura tedesca infatti negò il sequestro della pizzeria “Da Bruno”, di altri due locali di ristorazione e di due appartamenti a Kaarst, città molto vicina a Duisburg. Le proprietà sono intestate a persone non coinvolte nell’inchiesta, l’ordinamento garantista tedesco non prevede deroghe emergenziali.
Le tracce della presenza della ‘ndrangheta da quelle parte erano state segnalate ben prima della strage. In una vecchia ordinanza si trova scritto che i proventi del narcotraffico di San Luca erano stati investiti «in immobili e pubblici esercizi a Duisburg». Gratteri che ha coordinato le indagini della strage aveva fatto inviare agli inquirenti tedeschi delle intercettazioni che davano un allarme serio, ma i suoi colleghi teutonici non avevano gli strumenti per intervenire. Un rapporto del Ros già nel 1999 aveva segnalato il ristorante “Da Bruno” e in quello stesso anno, due protagonisti della faida, Santo Vottari e Francesco Pelle, vengono fermati in Francia mentre viaggiano con una Bmw. Nello schienale di un sedile vengono ritrovati prima dell’entrata in scena dell’Euro, trecento milioni di lire e un milione di franchi francesi. Erano diretti a Duisburg. Un luogo come un altro per i poliziotti francesi.

La ‘ndrangheta in Germania

Petra Reski ha avuto non pochi problemi a raccontare la ‘ndrangheta in Germania affrontando processi per diffamazione, e a volte è stata costretta a far rimuovere nomi sospetti dalle sue pubblicazioni. In un’intervista Petra ha detto: «Ci sono migliaia di casi di, chiamiamoli pizzaioli, che vengono a lavorare in Germania con un reddito mensile di 800 euro e magari si comprano un albergo, oppure delle strade intere». Dopo la strage di Duisburg polemiche giudiziarie e rapporti di polizia presero di mira il prestigioso Landhaus Milser Hotel che aveva ospitato la Nazionale italiana di Calcio che conquista il Mondiale nel 2006. Il proprietario si chiama Antonio Pelle ed è di San Luca, incensurato, ha scritto anche un libro sulla sua vicenda di sospetti dopo la strage per raccontare la condizione di chi porta dietro un cognome e un toponimo che non lascia neutrale nessun inquirente tedesco o italiano. Alla presentazione del libro a San Luca parteciparono anche don Pino Strangio, rettore per decenni del Santuario di Polsi, e Rosy Canale che più tardi finiranno sotto il maglio di inchieste giudiziarie clamorose dopo aver rappresentato il lato buono del paese “mamma” della ‘Ndrangheta. La Germania è nazione che non ha il reato di associazione mafiosa, gli affiliati trovano problemi soltanto con i mandati di cattura internazionali.

Non solo Duisburg

Il governo tedesco accerta, nel 2019, 314 uomini di ‘ndrangheta mentre oggi se ne stimano mille distribuiti in 20 locali su tutto il territorio federale. Un’inchiesta giornalistica della Faz scrive che dal 2007 opererebbe una camera di controllo composta da 9 boss delle maggiori cosche che avrebbe nome di “Crimine di Germania”. Il modello di penetrazione è molto simile a quello registrato per la colonizzazione del Nord Italia. Colonie di emigrati negli anni Cinquanta portano le prime avanguardie, oggi i giovani affiliati continuano ad arrivare. Spiega l’emergente studiosa Anna Sergi: «I giovani ‘ndranghetisti, anche quelli che arrivano in Germania, subiscono una sorta di indottrinamento paragonabile ai lavaggi del cervello terroristici».

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Anna Sergi

Tutto è legato ai soldi facili. «Ti dò 5.000-10.000 euro e ti dico vai e diventa socio di tuo cugino che ha una pizzeria in Germania. Tu vai perché in Germania puoi fare qualcosa. È l’idea che puoi fare soldi facili e tu ti meriti di fare una bella vita». In questo modo l’emigrazione calabrese alimenta il ricambio di picciotti e sgarristi. Qualcosa però inizia a cambiare, infatti si registra che per la prima volta una sentenza di condanna di un tribunale tedesco ha citato la ‘ndrangheta, in relazione ai reati commessi da Salvatore Giorgi, un cameriere, in un ristorante sul lago di Costanza, che è stato condannato per traffico di droga e riciclaggio a tre anni e sei mesi. A Siegen di recente è stata scoperta una gelateria che avrebbe svolto una doppia funzione: riciclare i soldi provenienti dal traffico di droga e fungere da punto di appoggio di giovani ‘ndranghetisti che arrivavano in Germania per imparare la lingua e inserirsi nell’ambiente criminale. Anche questa volta l’altro terminale era a San Luca. Ma la penetrazione mafiosa calabrese proviene anche dal Crotonese, dalla Sibaritide, da altri luoghi del Reggino. Secondo il professore Antonio Nicaso, stretto collaboratore di scrittura di Gratteri, «La Germania è il Paese dove c’è maggiore presenza di ‘ndrangheta al mondo. Sono riusciti a clonare la geografia mafiosa calabrese superando, in termini di infiltrazioni, gli Usa, il Canada, l’Australia. Le famiglie più importanti della ‘ndrangheta sono tutte presenti».
Gianfranco Manfredi negli anni Novanta in un’inchiesta del Messaggero ha raccontato di un calabrese a Stoccarda, Mario Lavorato, uomo di paglia dei Farao-Marincola e finanziatore di un politico della Cdu tedesca. Il calabrese sarà assolto. Il suo nome spunta di nuovo nel 2017 quando accompagna il sindaco di Offenbach e i suoi collaboratori in un tour tra Mandatoriccio e Cirò per investimenti in proprietà sospette. Il pentito Gaetano Aloe lo definisce “il capobanda” e ha raccontato in un verbale: «In Germania possiede diversi ristoranti e in Calabria un villaggio, queste attività le ha sviluppate con i Farao che ne beneficiano come fossero i proprietari. Mi consta personalmente in quanto una volta siamo andati a Stoccarda io, Cenzo Farao figlio di Giuseppe, mio cognato Spagnolo».
Qualcosa intanto sta cambiando in Germania. Lo certifica Enzo Ciconte, uno dei primi studiosi del fenomeno che dopo l’operazione Eureka del maggio scorso ha scritto sul Domani: «Adesso anche i tedeschi fanno mea culpa sulla ‘ndrangheta tedesca». La partita è ancora all’inizio. (redazione@corrierecal.it)

(Le dichiarazioni della studiosa Anna Sergi riportate nell’articolo sono tratte da un’intervista realizzata dalla giornalista Cristina Giordano per il podcast Comso Italiano dell’emittente pubblica tedesca WDR / Cosmo, nella puntata andata in onda l’11 agosto 2023 e dal titolo «La ‘ndrangheta in Germania 2 – Le cosche e la giustizia tedesca». Questo il link: https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ndrangheta-germania-cosche-giustizia-tedesca-100.html).

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