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Taekwondo, quando lo sport vince sul sistema educativo che si arrende al mercato

Può essere visto come un luogo sicuro di crescita ed emancipazione, oltre che una disciplina sportiva, un’arte marziale

Pubblicato il: 17/11/2023 – 6:33
di Emiliano Morrone
Taekwondo, quando lo sport vince sul sistema educativo che si arrende al mercato

COSENZA Il calcio e i calci, i soldi e i soldati. È un gioco di parole per inquadrare il contrasto fra due sport, il pallone e il taekwondo, che in Italia vivono fasi diverse. All’Olimpico di Roma, stasera la Nazionale maschile di Luciano Spalletti sfiderà la Macedonia del Nord per acciuffare la qualificazione all’Europeo 2024. La partita è piuttosto delicata per gli Azzurri, che dovranno vincerla e poi battere l’Ucraina, lunedì prossimo allo stadio BayArena di Leverkusen, in Germania. Guidata dal direttore tecnico Claudio Nolano, la nazionale italiana di taekwondo è tornata dall’Open di Svezia con ottimi risultati, che la caricano per le Olimpiadi di Parigi, in programma nell’estate ventura.

Nonostante l’enorme giro di affari, il calcio nostrano fatica ad affermarsi come una volta. Invece, il taekwondo italiano, molto meno remunerativo, continua a dare soddisfazioni nette, per quanto sia (a torto) bollato come sport minore e perciò tenuto ai margini dell’informazione di settore, pressoché sconosciuto dalla tv generalista. Significa che la spinta agonistica, accompagnata dall’orgoglio di rappresentare l’Italia, può essere più forte della prospettiva del lusso personale. Vuol dire, dunque, che non sempre «i soldi muovono il mondo», al contrario di quanto, nel luglio 2016, osservò don Giuseppe Milo, parroco di Agerola, a proposito della cessione alla Juve dell’allora calciatore del Napoli Gonzalo Higuaín. Dalla ripartizione per l’anno corrente del fondo statale destinato alle Federazioni sportive nazionali, emerge che la Figc (Calcio) ha avuto 36.229.054 euro, mentre la Fita (Taekwondo) ha ricevuto 4.103.851 euro, un importo nove volte inferiore. Si obietterà che, stando al rapporto federale del 2023, in Italia il calcio genera un impatto socio-economico di oltre quattro miliardi e mezzo, che la Figc conta quasi un milione e 50mila tesserati e la Fita ne ha, invece, circa 30mila. Sarebbe un’argomentazione prevedibile, basata sui soliti criteri economicistici che, peraltro, giustificano le decisioni pubbliche in materia di sanità, di istruzione e altri servizi essenziali. Si vedano, al riguardo, i giganteschi e irrazionali bacini d’utenza contemplati nel regolamento ministeriale sugli standard ospedalieri, che penalizza le realtà periferiche e isolate. Ancora, si consideri il dimensionamento scolastico avviato dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, che condanna interi territori all’ignoranza. È un sistema oligarchico, avvertiva il filosofo Luigi Lombardi Vallauri nelle sue lezioni sull’individualismo possessivo; come se la ricchezza materiale fosse l’unica meta da raggiungere, come se non esistessero beni primari quali la salute, la solidarietà e la conoscenza, che anche lo sport è chiamato a perseguire. A cominciare dagli anni Settanta, Jean Baudrillard sostenne che «non c’è più finzione né realta», poiché «l’iperrealtà le abolisce entrambe».
Il filosofo francese rilevò l’onnipresenza, nella società contemporanea, di simboli e narrazioni virtuali quali sostituti delle realtà descritte e strumenti imposti per interpretarle. Il mito del libero mercato è stato disseminato proprio tramite simboli e narrazioni, dalla pubblicità alla tecnicizzazione del discorso politico, alla sottile rappresentazione fallica del potere del denaro. È un’illusione collettiva che impedisce il dubbio, il confronto e la dialettica, che imbriglia, confina e reprime la capacità di giudizio. È la «grande livella», per usare un’efficace espressione del filosofo Andrea Tagliapietra. Ne è una riprova il fideismo 2.0 sulla capacità di equilibramento economico della «mano invisibile», di Adam Smith: la liberalizzazione del mercato dell’energia, propagandata d’ufficio con toni trionfalistici, non ha affatto ridotto i prezzi per i consumatori, ma ha favorito speculazioni ed extraprofitti, non tassati, delle società fornitrici. Nel contesto suonano come sentito auspicio le dichiarazioni del ministro dello Sport, Andrea Abodi, il quale, riguardo all’ultima assegnazione dei fondi alle Federazioni sportive nazionali, ha detto che «le risorse finanziarie pubbliche devono produrre sempre più impatto sociale, sostenere progetti anche infrastrutturali per migliorare i luoghi di sport, generare sviluppo soprattutto dove vi è maggiore necessità» e «contribuire ad allargare la base sportiva, migliorando la qualità della vita delle persone e delle comunità, riconoscendo il merito e producendo efficienza nella gestione, a beneficio dell’intero sistema». Andrebbe dunque ripreso – ben oltre l’approfondimento giornalistico – il discorso dei luoghi dell’Italia in cui «vi è maggiore necessità» di sviluppo; atteso che, se si guarda al calcio, nel Sud e nelle Isole si trova il 19,8 per cento dei campi da gioco, nel Nord il 50,5 per cento e nel Centro il 29,7 per cento, sicché nel Mezzogiorno potrebbe non attecchire il messaggio intramontabile, di Francesco De Gregori, «Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore». Qui non si intende affatto demonizzare il calcio, ma riflettere su taluni aspetti ancora trascurati, comprese le condizioni dei ragazzi che lo praticano nel Meridione.

Ancora, i decisori pubblici dovrebbero riconoscere «il merito», anche in ambito sportivo. Domenica scorsa, il taekwondoka Simone Alessio ha conquistato la medaglia d’oro allo Swedish Open, nella categoria -80 chilogrammi. Due volte campione del mondo e numero uno del World Kyorugi Ranking nella propria fascia di peso, l’atleta calabrese ha confermato la sua superiorità tecnica e, come aveva anticipato al Corriere della Calabria, punta al primo gradino del podio alle Olimpiadi di Parigi. Anche Vito dell’Aquila, già campione olimpico nel 2020 e quinto nella classifica mondiale dei -58 chili, ha ottenuto la medaglia d’oro in Svezia. Nello stesso torneo, del tipo G1 per i punteggi in palio, la nazionale italiana di taekwondo ha brillato pure con il bronzo di Natalia D’Angelo nella -67 chilogrammi e quello di Giada Al Halwani nella -57 chili, cui si aggiunge il terzo posto di Hadi Tiranvolipour, rifugiato iraniano sostenuto dalla Fita, presieduta da Angelo Cito, che sta lavorando molto sul versante tecnico, pedagogico e comunicativo. Non è facile contrastare i pregiudizi radicati e radicali. Ma il taekwondoka Biagio Cariati, ragazzo dal volto limpido che vive in un paesino di mille abitanti alle pendici della Sila Grande, è impermeabile ai problemi sovrastrutturali. Sei giorni su sette, infatti, si allena in palestra per più di 20 ore settimanali, compreso il potenziamento muscolare, ed è pronto a partire per Ancona, dove il 18 e il 19 novembre si svolgeranno i Campionati italiani di taekwondo, categoria Senior, che comprende gli atleti dai 17 ai 35 anni. Composto, maturo e concentrato, Biagio segue con tanto scrupolo le indicazioni dei maestri dell’associazione “Taekwondo in Fiore”: Jessica Talarico, vicepresidente del Comitato calabrese della Fita, e Zeno Mancina, che di recente è stato convocato dalla Nazionale in qualità di tecnico. Biagio è stato per due volte campione italiano e nel suo curriculum compaiono anche due medaglie d’argento e una di bronzo, oltre alla partecipazione, come junior, agli Europei di Sarajevo del 2021. Insieme a Biagio – e del suo stesso gruppo – partiranno Raffaella Giovinazzi, al debutto ai Campionati italiani senior, e Antonio Caratozzolo e Gaia Carvelli, entrambi, poi, nella squadra calabrese di combattimento. Ad Ancona la Calabria porterà in tutto una decina di atleti, provenienti anche da altre associazioni sportive, segno, aveva rimarcato Alessio, che nella regione il taekwondo sta facendo grandi passi in avanti come nel resto dell’Italia. E forse in Calabria vi è una motivazione più profonda, che sembra essere una risposta individuale e collettiva alla carenza di infrastrutture, all’aggressione dei territori e dei centri urbani, oppressi da violenze a danno dell’ambiente, brutture edilizie, disparità sociali e fatti di degrado civile, disorganizzazione pubblica e condizionamento dei poteri politici e dell’antistato. Allora il taekwondo può essere visto come un luogo sicuro di crescita ed emancipazione, oltre che una disciplina sportiva, un’arte marziale. E può supplire, come dimostra l’esperienza, al sistema educativo tradizionale, in cui il governo dell’istruzione non è più affidato ai maestri e in cui, non di rado, le «passioni tristi» dell’universo giovanile – indagate dagli psichiatri Miguel Bensayag e Gérard Schmit – sono perfino assecondate con sufficienza o indifferenza, al punto che nei minori tendono a evaporare la ricerca dell’identità e degli obiettivi personali. «Ero più che abituato alle gare importanti. Ma – ci ha chiarito Mancina – entrato con la divisa della Nazionale nel palasport dell’Europeo di Belgrado, ho capito che lì c’era altro, c’era il meglio del taekwondo, c’era il senso della mia vita».

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