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Violenze e femminicidi di ‘ndrangheta, Vincenzo Chindamo: «È l’odio contro la libertà»

A Locri l’incontro organizzato da Caritas e Polizia di Stato. «Il silenzio è la stessa omertà che si respira negli ambienti della criminalità»

Pubblicato il: 04/12/2023 – 17:42
di Mariateresa Ripolo
Violenze e femminicidi di ‘ndrangheta, Vincenzo Chindamo: «È l’odio contro la libertà»

LOCRI «Il silenzio è la stessa omertà che si respira negli ambienti di ‘ndrangheta, si possono fare tante cose per evitare che si arrivi al gesto estremo: il femminicidio»: questo l’importante messaggio lanciato in particolare ai giovani nel corso di un evento al quale hanno partecipato gli studenti delle scuole della Locride e organizzato dalla Caritas di Locri, Libera, con la partecipazione della Polizia di Stato. Tra i relatori Vincenzo Chindamo, fratello di Maria, l’imprenditrice rapita e uccisa a Limbadi nel 2016, che ha raccontato la storia della sorella e di altre donne che hanno pagato con la vita la voglia di libertà. Nomi, storie, volti di donne che con coraggio hanno saputo opporsi alla ferocia della violenza maschile, spesso declinata in contesti di ‘ndrangheta. Maria Chindamo, Lea Garofalo, Rossella Casini, ma anche Fabiana Luzzi, Giulia Cecchettin, Saman Abbas, la lotta delle donne afgane e iraniane: sono tutte storie di una rincorsa verso la libertà, una mancata rinascita per le donne protagoniste di quelle che diventano storie di morte, ma che hanno la forza per innescare un cambiamento culturale grazie alle testimonianze di chi si trova faccia a faccia con certe realtà.

Vincenzo Chindamo: «Intorno a noi una violenza ancora troppo forte»

«Ancora accade purtroppo e questo ci spinge a doverne parlare sempre di più», ha detto Vincenzo Chiandamo parlando delle minacce e delle violenze rivolte alle donne. Nel corso del suo intervento il fratello di Maria Chindamo ha parlato del racconto dell’ex moglie di Rosario Arena, insieme al padre Domenico ritenuti vicini alla cosca di ‘ndrangheta Pesce di Rosarno, arrestati nel corso di una recente inchiesta della Dda di Reggio Calabria. «Mi hanno più volte detto che per me era già pronta la ruspa, volendo intendere che mi avrebbero appunto uccisa e seppellita», ha raccontato ai magistrati la donna che ha trovato il coraggio di ribellarsi a una vita di soprusi, umiliazioni, violenze fisiche e psicologiche. «Siamo qui per cercare di creare delle connessioni. Abbiamo parlato a tanti studenti della violenza di genere e della violenza di genere con l’aggravante mafioso, come è successo a Maria, mia sorella. È importante – ha detto Vincenzo Chindamo ai microfoni del Corriere della Calabria – perché i ragazzi devono passare al più presto dal conoscere i fatti che sono successi e succedono a un’analisi del mondo intorno a loro in modo che possano essere consapevoli di quello che succede e pronti ad intervenire e a saper come e dove intervenire per debellare purtroppo quello che ancora è tra di noi, una violenza ancora troppo troppo forte».

«L’odio verso la scelta di libertà delle donne»

Femminicidi e femminicidi di ‘ndrangheta: due facce della stessa medaglia. «Ci sono tanti punti in comune», ha spiegato Serafina Di Vuolo, vice questore della polizia, dirigente del commissariato di Siderno. «La violenza di genere è qualcosa di molto più profondo che vede il femminicidio come atto finale. Al centro c’è il ruolo che la società attribuisce comunemente alla donna, e la conseguente ricerca di una libertà come diritto che spesso viene violato. La violenza di genere – ha spiegato Di Vuolo agli studenti – è la violenza contro un genere, quello femminile, e il movente è il genere, cioè l’odio verso la donna, quel sentimento di odio contro le scelte di libertà, come nel caso di Maria Chindamo. Per la ‘ndrangheta la libertà della donna non deve esistere». E infine l’appello ai presenti, in particolare ai giovani, e la necessità di raccontare o ascoltare, se si è vittime o a conoscenza di storie di violenza: «I segnali ci sono. Il silenzio è la stessa omertà che si respira negli ambienti di ‘ndrangheta, si possono fare tante cose prima di arrivare ai femminicidi, si può parlare raccontare la propria storia». (m.ripolo@corrierecal.it)

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