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L’intervista

Vincenzo Mollica e la Calabria: «Lì ho iniziato a studiare, ad Ardore ho scoperto la malattia»

Al Corriere della Sera il noto giornalista e conduttore televisivo racconta la sua infanzia a Motticella: «Ho scoperto lì le mie passioni»

Pubblicato il: 09/12/2023 – 9:28
Vincenzo Mollica e la Calabria: «Lì ho iniziato a studiare, ad Ardore ho scoperto la malattia»

C’è tanta Calabria nel racconto che Vincenzo Mollica fa al Corriere della Sera. In una lunga intervista rilasciata a Walter Veltroni, il noto giornalista e conduttore televisivo e radiofonico italiano, ricorda l’infanzia in Canada e poi l’arrivo in Calabria, a Motticella, frazione di Bruzzano Zeffirio, paese di origine del papà Pasquale. Dove il piccolo Vincenzo a sette anni rientra con la famiglia e sottolinea era «vicino a Brancaleone» in quel piccolo comune inizia la formazione di quello che sarebbe divenuto del giornalista dei divi amato da tutti. «Lì, da ragazzo – racconta Mollica – avevo una stanza in cui c’era un piccolo registratore Geloso, tanti vinili, i libri di poesia e di teatro pubblicati dalla Einaudi. Divoravo Eduardo e Brecht. Mi appassionai ai gialli di Maigret. La tv cominciava al pomeriggio, con la tv dei ragazzi. Rin Tin Tin, Ivanhoe, Zorro, I Forti di Forte Coraggio, Bonanza. La mia vita bambina cominciava a nutrirsi di storie, di personaggi, di fantasie. Vidi Biancaneve, che mi colpì tanto, e i film di Don Camillo e Peppone. E poi mi persi nelle Cantate dei giorni pari e dei giorni dispari di Eduardo De Filippo e soprattutto nei Fratelli Karamazov, un romanzo in cui trovi risposte per ogni domanda della vita».
Il papà lo conosce a sette anni racconta. «Arrivammo con una nave a Napoli, mia madre e io. Non si parlava tanto di papà in famiglia – sottolinea -. Quando lo vidi gli diedi la mano, educatamente. Lui mi abbracciò e da quel momento diventò mio padre. Aveva capito che la mia passione erano i fumetti. Mi portava a Bovalino dove c’era un’edicola e mi riempivo le mani di Braccio di Ferro, Cucciolo e Beppe, Tiramolla, Topolino, l’Intrepido, Il Monello, Il Corriere dei Piccoli. Anche grazie a lui, in fondo, anni dopo sono persino diventato un personaggio di Topolino, Vincenzo Paperica».
Dopo aver spiegato da dove gli è nata la passione per il giornalismo e il cinema «Avevo visto una serie di film americani sul mondo dei giornali. C’erano Clark Gable, Humphrey Bogart… Mi sembrava tutto meraviglioso», Mollica racconta l’infanzia a Motticella. È lì che il piccolo Vincenzo scopre la passione per il disegno. «Nella mia stanzetta, mentre registravo con il Geloso le canzoni del Disco per l’estate trasmesse alla radio, riempivo fogli e fogli con gli acquarelli. Volevo riprodurre la realtà, o la mia immagine della realtà. Cercavo il giusto rosso per le foglie d’acero in autunno e prediligevo l’Indian Yellow, che si trova in ogni cosa abbia disegnato. Era il predominante delle mie scelte cromatiche. Per Tamara De Lempicka era il bianco, per Caravaggio il nero. Per Vincenzo Mollica bambino e adulto è stato quel giallo, che mi ricordava la luce del Canada. Ma il mio sogno, non esaurito, è sempre stato riempire il mondo di colori. Mi davano e mi danno gioia. Anche ora che li ho solo nella memoria».
Poi un ricordo della sua scuola in terra reggina. «Nel mio paese, in Calabria – ricorda Mollica – c’era una sola aula in cui si facevano tutte insieme le classi delle elementari. In quarta il maestro mi corresse un tema. Io avevo scritto, non per caso, le parole “la radio” e lui l’aveva corretta in “l’aradio” e poi mi aveva messo un segno rosso vicino alla parola “duomo” correggendola con “d’uomo”. A quel punto mio padre mi ritirò e finii dai salesiani. Poi il classico a Locri e l’università alla Cattolica di Milano».
C’è un altro ricordo della Calabria che Mollica riprende nell’intervista al Corriere. Forse il momento più drammatico della sua vita. La prima volta che la famiglia e lui scoprono della sua malattia alla vista che l’ha portato poi a perderla. «L’ho scoperto a sette anni. I miei mi avevano portato a fare una visita in un Comune chiamato, pensa tu, Ardore. Si erano accorti che qualcosa non andava, dall’occhio sinistro non vedevo. Loro erano rimasti nello studio del medico, io nella sala d’attesa, a origliare. Sentii distintamente: “Devo dirvi che vostro figlio diventerà cieco”. Loro erano scioccati e non mi riferirono nulla. Io andai a casa e cercai quella parola sul vocabolario. Ma non avevo bisogno, bastava che chiudessi l’occhio destro e precipitavo nel buio».
Una malattia che l’allora piccolo Vincenzo affronta fin dalla tenera età proprio in terra di Calabria. «Fin da allora ho adottato una tecnica – spiega -. Ho mandato a memoria tutte le strade, tutte le stanze, tutti gli alberi. Li so, per averli visti. Per verificare chiudevo l’occhio destro e controllavo se la mia memoria aveva immagazzinato tutto. A Sanremo o a Venezia mi bastava uno sguardo per fare una panoramica di luoghi e persone. Ho sempre scritto tutto a mano, ma negli ultimi anni non ho più potuto farlo. Così gli articoli ora me li compongo nella testa, come fosse un foglio bianco. Voglio sentire, in qualche modo vedere, le lettere che si assemblano: la forma austera della B, il carattere sbarazzino della T. Per tutta la vita ho sempre girato con un bloc-notes nella tasca. Ogni tanto, infatti, Alda Merini mi telefonava per dettarmi una delle sue poesie. E io dovevo essere pronto per trascriverla». (rds)

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