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l’intervista

Don Ennio Stamile: «A Cetraro ormai si deve parlare di una locale di ‘ndrangheta»

Le parole del sacerdote calabrese simbolo di legalità: dal clima di terrore sul Tirreno cosentino, alla storia di Limbadi fino al ruolo della Chiesa

Pubblicato il: 21/12/2023 – 7:00
Don Ennio Stamile: «A Cetraro ormai si deve parlare di una locale di ‘ndrangheta»

LAMEZIA TERME «Come al solito per leggere i fenomeni dobbiamo innanzitutto fare riferimento alle sentenze che ci sono state. Mi riferisco all’operazione “Overloading”, di qualche anno fa ormai, che a mio sommesso avviso segna una sorta di spartiacque per quegli aspetti che sono venuti fuori, aspetti inquietanti. Perché quell’operazione, il processo e la relativa sentenza ci hanno fatto intravedere sin da allora, parliamo del 2006-2007 se non ricordo male, una sorta di nuovo fronte emergente a Cetraro, una nuova ‘ndrina che stava prendendo piede e ha preso piede, accanto alla famiglia storica di Cetraro che fa capo, ricordiamolo, al boss Muto che adesso è pluriottantenne, quindi si trova a vivere un periodo particolare della sua esistenza. Ma accanto a questa cosca storica, se ne sono affiancate altre due che sono indipendenti fra di loro. Ovviamente quando si creano queste nuove realtà, si cerca sempre di accaparrarsi il territorio, in ordine soprattutto allo spaccio di droga, perché poi da questo provengono i maggiori guadagni per le ‘ndrine». Ha esordito con queste parole Don Ennio Stamile nell’ultima puntata di Telesuonano, il programma in onda settimanalmente su L’altro Corriere Tv (canale 75) condotto da Danilo Monteleone e Ugo Floro. Il sacerdote originario di San Giacomo di Cerzeto, nel Cosentino, per anni è stato coinvolto in un’esperienza di grande impatto sociale e morale qual è Libera ed oggi impegnato su altri fronti, sempre però radicato nella trincea della legalità. Il suo ragionamento è partito dagli episodi inquietanti che negli ultimi tempi sono tornati a far vivere nella paura il tirreno Cosentino e in special modo Cetraro e di cui Telesuonano si è occupato la scorsa settimana (leggi qui).
«Da diversi anni sto denunciando, per iscritto e alle autorità competenti, il fatto che a mio avviso a Cetraro si deve parlare ormai di una locale di ‘ndrangheta – ha tuonato don Stamile – con tutto quello che questo comporta in ordine alla signoria territoriale. E una di queste nuove ‘ndrine emergenti è decisamente violenta e pericolosa. Lo stiamo vedendo non solo rispetto all’ultimo omicidio che c’è stato a Cetraro (leggi qui), ma anche agli ultimi episodi che sono capitati in questi anni, in questi mesi.Faccio riferimento in modo particolare al tentato omicidio che c’è stato nel luglio dello scorso anno (leggi qui). Guido Pinto non è morto semplicemente per miracolo, perché non lo hanno sparato a colpi di kalashnikov sulla superstrada, per miracolo perché passava da lì, combinazione, un’autoambulanza che lo ha soccorso immediatamente e portato all’ospedale di Cosenza dove i medici hanno fatto quasi un miracolo. E poi ci sono stati tanti episodi che sarebbe lungo elencare. Questa è la situazione di Cetraro, purtroppo una situazione abbastanza preoccupante. Sono fiducioso però che, considerate anche le ultime vicende gravi che sono accadute, finalmente ci si renda conto che Cetraro abbia bisogno di un’attenzione in più e anche di uomini in più. Ricordiamo, penso che il sindaco lo abbia rdetto, la famosa caserma dei Carabinieri, sulla quale doveva essere costituita poi una tenenza, che ancora da oltre dieci anni vediamo lì, commissionata dal Ministero dell’Interno, ma ancora purtroppo chiusa e non funzionante. Questo è un po’ quello che succede alle nostre latitudini».

«A Cetraro c’è un clima di paura e per alcuni anche di terrore»

«Ora – ha detto ancora don Ennio Stamile – mi auguro finalmente che ci si renda conto di ciò che sta accadendo, che si arrivi a una consapevolezza diffusa sia da parte delle istituzioni, sia anche da parte di alcuni cittadini che fanno fatica ad entrare in queste logiche per paura o timore che tutto questo possa recare danno ad una realtà come quella cetrarese in ordine economico. Il primo pensiero da parte di alcuni cittadini è questo, la ritorsione economica che si potrebbe creare su Cetraro e dintorni. C’è un clima di paura e per alcuni anche di terrore. Forse questa parola può sembrare esagerata, ma tre chili di tritolo, omicidi, continui fatti criminali che si susseguono, ovviamente creano questo clima, soprattutto per quelle realtà imprenditoriali che poi hanno deciso di investire nonostante tutto in questo territorio».

Don Ennio Stamile

La storia di Limbadi e il «combinato disposto Ministero dell’Interno-Calabria»

Don Ennio Stamile nel corso della puntata di Telesuonano, ha rivelato, in parte, anche una vicenda a lui molto cara: «la storia di Limbadi». «Per utilizzare un termine che si usa spesso in gergo processuale – ha detto – quando accade il “combinato disposto” Ministero dell’Interno-Calabria, ne succedono di tutti i colori. Per cui è opportuno che la gente sia informata su questi fatti e di come non sono più ammissibili, anche perché poi vengono spesi soldi pubblici. Ciascuno ha la sua responsabilità, soprattutto quando vengono spese risorse malamente che dovrebbero servire alla sicurezza pubblica. Questa è una storia un po’ particolare perché risale a qualche anno fa. Com’è noto la mia associazione, fondata nel lontano 2004, l’associazione “San Benedetto Abate” che ha sede a Cetraro, partecipò nel 2019 a un bando per l’assegnazione dei beni confiscati a Limbadi. Vi partecipò la mia associazione perché due prefetti all’epoca mi chiesero proprio espressamente una mano, visto che i bandi andavano deserti e nessuno voleva partecipare per ragioni che possiamo ben comprendere. Dopo la trafila che c’è stata, anche la passerella che ha visto l’allora ministro dell’interno Salvini essere presente a Limbadi e consegnarmi in pompa magna le chiavi degli immobili, ovviamente poi non si è visto più nessuno perché nessuno ci ha dato mai una mano e siamo andati avanti da soli. Abbiamo realizzato una bella realtà che abbiamo chiamato “Università della ricerca, della memoria e dell’impegno”, dedicata a Rossella Casini. Abbiamo anche organizzato tanti corsi di formazione per studenti, per insegnanti, anche per il terzo settore con il Consorzio Macramè di Reggio Calabria, e diversi Erasmus. Ultimamente, però, sono capitate alcune realtà che da qui a breve renderò pubbliche unitamente al gruppo che mi sopporta. Saprete gli sviluppi non proprio belli di questa vicenda. Al momento posso solo dire che in determinati contesti lo Stato ti chiede una cosa e poi te ne chiede un’altra. Io e tutti i miei collaboratori, quelli che ci hanno messo la faccia, siamo stati abbastanza sfruttati in questi anni. Una vicenda – ha affermato amaramente il sacerdote – un po’ particolare, che non a caso ho definito “combinato disposto” Ministero dell’Interno-Calabria».

Chiesa e ‘ndrangheta

Ma qual è oggi il ruolo oggi della Chiesa rispetto a questi temi? «Il ruolo della Chiesa – ha chiarito don Ennio Stamile – è un ruolo importante, lo è sempre stato e continua ad esserlo, per la particolare realtà che si è creata ormai da più di 150 anni con la presenza della ‘ndrangheta in Calabria che, come sappiamo, per mantenere questa sorta di signoria territoriale non si accontenta solo ed esclusivamente del capitale economico, ma ha bisogno anche di quello sociale, fatto di comparaggi, di amicizie, compari di anello, testimoni di nozze, padrini, padrine, eccetera. Per cui questo capitale sociale è ormai ben consolidato e occorre che ci si dia da fare per recidere questi legami, ponendo dei no molto precisi. La conferenza episcopale calabra ha promulgato un documento importante per una nuova evangelizzazione della pietà popolare. All’interno di questo documento finalmente ci sono stati dati degli orientamenti, anche pastorali, su come comportarci noi sacerdoti su alcuni episodi che spesso e volentieri accadono nelle nostre comunità parrocchiali. A me personalmente è capitato diverse volte di dover rifiutare che determinati elementi facessero da padrino, da testimoni di nozze». (redazione@corrierecal.it)

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