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il lutto collettivo

Preghiera laica per i morti di San Luca

Una mattina di festa che vai a compiere il tuo dovere di cura e affetto puoi sparire perché sei l’ultima vittima di una strada con il numero 106, la Statale parallela della morte

Pubblicato il: 08/01/2024 – 13:59
di Paride Leporace
Preghiera laica per i morti di San Luca

REGGIO CALABRIA “San Luca è un lungo serpente grigio che sale sull’Aspromonte” scrisse Andrea Di Consoli, dopo che lo portai nel paese di Corrado Alvaro per decifrare e per capire le donne e gli uomini intrisi di antiche contraddizioni e sconosciute modernità.
La mattina della Befana del 2024 Domenico di 27 anni, Antonella di 19, Teresa di 34 ed Elisa di 24 lasciarono le loro case in cima al serpente grigio per andare a imboccare la 106 e raggiungere il carcere di Catanzaro. Una visita ai parenti reclusi, nel giorno della festa. Un dovere di famiglia. La bambina di Teresa, ammalata, è stata lasciata alla nonna, il Fato ha impedito che partecipasse al tragico viaggio.
Erano usciti a mezzogiorno dal triste caseggiato con le inferriate di Siano, e tornavano verso le loro case quando le Parche assassine recisero il filo delle loro giovani vite.
Raccontano che il maresciallo della stazione di S. Luca, Michele Fiorentino, all’ora del pranzo dell’Epifania, è andato a casa dei parenti delle vittime, a portare la tragica notizia, una delle missioni più difficili della sua vita. Attorno alle 16 tutta San Luca era a lutto. Il coro greco dell’audience dei social a vario titolo, e con toni differenti, anche da parte di persone molte istruite, ha polemizzato sul fatto che si sia raccontato il motivo del tragico viaggio. Si è reclamata una censoria cronaca, epurata dal motivo del viaggio, cioè che si andasse a trovare dei parenti in carcere, per rispetto di quello che era accaduto.
Il giornalista, vale sempre la pena ricordarlo, racconta fatti. Siamo stati formati da giovani cronisti a dover rispondere ad un paradigma di punti interrogativi per informare (Chi, come, dove, quando, perché) e chi ha avuto buoni maestri sa pure che dietro un nome su un giornale ci sono persone e si può rispondere alle 5 domande con la sensibilità necessaria. E in questo ambito, l’unico dato disturbante che ho riscontrato è stato quello di chi ha voluto illustrare la notizia con il vecchio cartello di San Luca sforacchiato dai proiettili che certamente si poteva evitare. Va detto anche che la cronaca di questi tempi si è molto impigrita. L’andazzo corrente sugli incidenti stradali mortali è di indicare dei nomi, delle cause in corso di accertamento, un bollettino da vigili del fuoco. Non c’è più il tempo e la pietas di comprendere come quelle persone siano decedute, dove andavano, chi le aspettava. Sull’incidente di Montauro, poco a causa dello spaventoso bilancio, molto per il contesto dei cognomi e della circostanza carceraria che lo circondava, sono state approfondite le questioni dei morti e dei vivi di San Luca.
Scrive in un suo libro Corrado Alvaro, che del suo paese S. Luca ha fatto un epicentro epico: “I forestieri, quando si ricordano della Calabria, parlano soprattutto di briganti”. Oggi non solo i forestieri, ma anche una minoranza di calabresi quando parlano di San Luca parlano solo di ‘ndrangheta. Un dato comprensibile perché negli incomprensibili codici e parlate di società, San Luca è definita la mamma della ‘ndrangheta.
Un anziano di 75 anni di San Luca intervistato dal Tg Calabria ha detto alla telecamera: “Ne ho visto tragedie nel mio paese ma come questa mai”. Le tragedie di San Luca. Abbiamo dimenticato quando negli anni Novanta quattro uomini di San Luca furono uccisi a freddo dai carabinieri mentre tentavano un rapimento a Luino in Lombardia. Percorse la strada da serpente Giacomo Mancini, non mancando di stigmatizzare l’odioso reato di quei briganti per povertà, ma chiedendo verità e giustizia per quello che era accaduto e reclamando i funerali che non si volevano concedere. Guardò San Luca tutto il mondo nel tragico Ferragosto di Duisburg quando si svelò che una vecchia faida era arrivata nel cuore d’Europa. Anni prima leggemmo nelle lettere anonime spedite dal Nord a San Luca e riunite in un libro da Diego Minuti e Filippo Veltri: “Vorrei che la vostra maledetta terra scomparisse dal mondo”.
E invece San Luca rimane nella nostra Calabria. A raccontarci che una mattina di festa che vai a compiere il tuo dovere di cura e di affetto puoi sparire perché sei l’ultima vittima di una strada con il numero 106, la Statale parallela della morte.
Nel loro cordoglio il ministro Salvini e il governatore Occhiuto hanno detto: «Le istituzioni e la politica devono rispondere a queste tragedie con fatti concreti, non con parole. Bene che la Calabria abbia ottenuto, nella scorsa legge di bilancio, 3 miliardi di euro immediatamente spendibili per la SS106, ma adesso bisogna accelerare». Li aspettiamo questi fatti. Negli ultimi 9 anni sono state 205 le vittime della 106. Le ultime 4 erano di San Luca.
E nelle Calabrie, la tragedia ci dice che quelle 4 giovani vite sono da tutti considerate non dell’Aspromonte ma della Calabria intera.
Se Corrado Alvaro ci ha riunificato con le sue parole, oggi ci riunifichiamo in questo lutto collettivo.
Vorrei avere le parole di Totò Delfino, il figlio di massaro Peppe, che mi ha fatto conoscere le pieghe più nascoste di San Luca, per poterlo celebrare; vorrei avere il verbo dell’indignato Pasquino Crupi per essere più segnante in questa questione molto meridionale che ci allontana da uno Stato che ci considera ancora lazzari e briganti.
E allora io piango e commemoro laicamente Domenico , Antonella, Teresa ed Elisa, sorelle e fratelli nostri, calabresi scomparsi su una strada poco virtuosa per decisioni di un altrove lontano e morti per essere andati a compiere un gesto di umanità solidarietà familiare.Vivi e morti di San Luca, là dove “quando suonano le campane e Gesù nasce, tutti i ragazzi soffiano nei loro strumenti e il paese sembra trasformato in un bosco di uccelli strani che cantano la gloria del Signore”.

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